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A governare il paese nel primo quindicennio dopo l'Unità (1861-1876) fu la Destra Storica, un raggruppamento politico di cui facevano parte gli eredi di Cavour appartenenti alla tradizione liberal-moderata. Tra i suoi esponenti più significativi figuravano Ricasoli, Minghetti, Rattazzi e Sella. La Destra Storica si trovò ad affrontare numerosi problemi:
1) amministrazione dell'Italia: Nel 1865, con le leggi di unificazione amministrativa promosse dal presidente del Consiglio Minghetti, prese forma un sistema istituzionale omogeneo, ricalcato sul modello accentrato dello Stato sabaudo, privo di istanze federalistiche regionali. L'Itala fu suddivisa in 59 province con a capo prefetti di nomina regia. Il compito fondamentale del prefetto era quello di rappresentare il governo nelle province; inoltre tutelava la sicurezza pubblica, poteva chiedere l'intervento dell'esercito, si occupava dell'istruzione, della sanità e della continuità amministrativa nei comuni. Ogni provincia era a sua volta ripartita in comuni retti da sindaci, sempre di nomina regia. La carta costituzionale era lo Statuto Albertino, che consegnava al Parlamento l'esercizio del potere legislativo. Il diritto di voto, invece, su base censitaria, risultò ristretto ad appena il 2% degli abitanti. Essi dovevano avere più di 25 anni, dovevano pagare 40 lire annue di tasse e non dovevano essere analfabeti.

2) Analfabetismo: Un'importante opera di legislazione fu quella scolastica, che contribuì alla riduzione dell'altissima percentuale di analfabeti. La legge Casati del 1859, che era stata promulgata nel Regno di Sardegna e dopo l'Unità era stata estesa a tutta la nazione, estese a tutto il regno l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita per i primi due anni delle scuole elementari
3) Pareggio del bilancio (debito pubblico): I governi di Destra perseguirono una severa politica fiscale: furono infatti aumentate le imposte per raggiungere l'obiettivo del pareggio del bilancio statale. Il debito era cresciuto notevolmente poichè si erano sommati i debiti di tutti gli Stati pre-unitari, il più elevato dei quali era quello del Piemonte a causa delle numerose spese affrontate. Questo pareggio era indispensabile per dare credibilità al nuovo regno sul piano internazionale e per allestire le infrastrutture necessarie per consentire al paese di raggiungere un'autentica unificazione economica, oltre che politico-amministrativa. La strategia fiscale della Destra si basò soprattutto su un'imposta indiretta, la tassa sul macinato, che sottoponeva a tassazione il grano portato a macinare in proporzione alla quantità di macinato. Questa tassa colpì perlopiù i ceti popolari del Mezzogiorno, il quale risultò fortemente penalizzato sia sotto il profilo fiscale sia sotto quello della distribuzione della spesa pubblica. Al Nord, infatti, vennero concentrati investimenti pubblici finalizzati alla creazione delle infrastrutture necessarie allo sviluppo industriale. Il Sud, invece, rimase una zona agricola e venne condannato ad essere dipendente dalle industrie del Nord. A denunciare il disagio del Sud, proponendo una politica tesa a ridurre la pressione fiscale, furono Sonnino, Villari, Franchetti e Fortunato, padri del meridionalismo, movimento che si occupò della cosiddetta questione meridionale.
4) Brigantaggio: Il malessere del Mezzogiorno rappresentò il presupposto per il dilagare del brigantaggio, fenomeno fomentato dai contadini delusi dalla mancata riforma agraria, dalla tassa sul macinato e dalla leva obbligatoria, che sottraeva braccia all'agricoltura. Il brigantaggio assunse una posizione antiunitaria, siccome auspicava a un ritorno dei Borbone sul trono di Napoli e alla revoca della leva obbligatoria. Per stroncarlo fu necessario mobilitare l'esercito italiano (con a capo Cialdini), facendo ricorso allo stato d'assedio e a leggi marziali che andavano a sostituirsi a quelle locali, tra cui la legge Pica del 1863, che imponeva la cattura e l'arresto dei briganti.
5) il Vaticano: Un altro problema che la Destra storica si era trovata ad affrontare era l'ostilità del Vaticano. Pio IX si rifiutò di riconoscere la nuova situazione politica dell'Italia, dichiarandosi prigioniero all'interno dei propri palazzi, scomunicando i governanti del regno, e invitando gli italiani a sabotare la vita istituzionale del nuovo Stato. Tale principio venne fissato in una bolla del 1874, detta "non expedit", con la quale venne dichiarato non lecito prendere parte alle elezioni per il Parlamento nazionale per chi desiderava restare ubbidiente alla Chiesa di Roma.

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