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Il governo della destra storica in Italia

Il Governo della destra: per merito di Cavour l’Italia era uno stato liberale, il potere legislativo era nelle mani di un parlamenti bicamerale articolato in un senato di nomina regia e in una Camera dei deputati. Il senato non ebbe mai molta importanza sino al 1914 e ratificava ciò che era deciso dalla Camera, assemblea a suffragio censitario. L’Italia non era quindi una democrazia ma solo una minoranza della popolazione esercitava il potere (paese legale) rispetto alla popolazione complessiva (paese reale): il 2% nel 1870 e anche meno considerando che molti cattolici sino al 1913 si astennero seguendo il “non expedit” papale. Non esistevano inoltre veri e propri partiti moderni ma il governo trattava gli interessi con i singoli deputati (sistema clientes). Si delinearono comunque due schieramenti di fondo la destra e la sinistra (storici) due correnti del liberalismo tradizionale. Le differenze tra destra e sinistra si affievolirono nel corso degli anni e nel 1876 quando salì al governo la sinistra non ci fu una frattura. Intanto scomparvero i protagonisti del risorgimento: Cavour (1861), Mazzini (1872), V.E. II e Pio IX (1878) e Garibaldi (1882). I problemi più gravi affrontati dalla destra furono economici e sociali: lo stato era sull’orlo della bancarotta dal 1862. il pareggio del bilancio divenne l’obbiettivo prioritario della destra e fu perseguito soprattutto dal ministro delle finanze Quintino Sella. L’Italia non riuscì a diminuire le spese militari ma anzi si trovò in guerra con l’Austria nel 1866 e con lo stato pontificio nel 1870. Per coprire il disavanzo i governi ricorsero a presiti all’estero ma in occasione della guerra austriaca i creditori richiesero rimborso immediato per paura della bancarotta. Il 1866 fu l’anno più negativo: dopo le sconfitte di Custoza e Lissa il governo ricorse al corso forzoso ovvero ad emettere carta moneta svalutata non convertibile in oro. Inoltre si procedette con le vendite di proprietà demaniali e ecclesiastiche. Il peso del risanamento fu scaricato sui cittadini mediante le imposte indirette sui beni di largo consumo: nel 1868 venne introdotta la tassa sul macinato (proporzionale alla quantità di cereali trasformata in farina), odiata dal popolo e rinominata tassa sulla fame. Nel 1869 la pianura Padana soprattutto fu teatro di numerosi tumulti diretti contro questa tassa. I disordini contro questa tassa ebbero origine spontanea ma il alcuni casi, da parte di democratici e repubblicani, si cercò di trasformare questi moti in rivoluzioni contro la monarchia, talora si inneggiava al papa o al governo austriaco. Nel sud la lotta armata contro lo stato non fu una semplice esplosione di collera ma durò per circa 10 anni. I governi della destra estesero subito e senza modifiche la legislazione del regno di Sardegna nel sud (piemontesizzazione) inviando al sud molti funzionari del Nord con il risultato che le popolazioni meridionali non ebbero l’impressione di un processo di unificazione nazionale ma si sentirono vittime di un’invasione straniera. Tra queste legge vi era anche quella del libero scambio e la circoscrizione obbligatoria. Il libero scambio permise l’ingresso nel paese dei manufatti britannici a basso costo rovinando molti artigiani del sud. La protesta contro il governo “straniero” e la povertà si incanalò nella direzione della rivolta armata, che le autorità cercarono di squalificare con l’uso del termine brigantaggio, presentando il fenomeno, che era una vera e propria guerra civile, come un fenomeno di criminalità. Molte bande di briganti furono finanziate dal governo Borbonico in esilio a Roma (fino al 1870). L’invio di 120000 soldati in meridione portò a più vittime rispetto a quelle di tutte le guerre del Risorgimento insieme, ma riuscì a schiacciare il brigantaggio dopo il 1870.

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