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Destra e Sinistra Storica

Le prime elezioni si tennero a Torino nel gennaio del 1861, per decidere la formazione del parlamento piemontese. Votarono solo gli uomini con un certo reddito, stabilito dallo statuto albertino. Nel 1861 gli elettori erano circa il 2% della popolazione totale, dei quali solo il 17% si presentò alle elezioni. I due partiti per cui si poteva votare erano la Destra storica, la maggioranza, e la Sinistra Costituzionale. Entrambe erano formate da uomini della borghesia medio-alta, ma le loro idee erano molto diverse.
Destra: rappresentata da Camillo Benso di Cavour, che voleva portare in Italia la monarchia costituzionale inglese (modello liberale, libertà garantite da carta costituzionale). Altre personalità importanti della Destra erano Minghetti, Ricasoli, Peruzzi, Lanza e Sella. Cavour adottò comportamenti per non mettere in discussione l’autorità dei Savoia. In politica economica Cavour è stato un liberista e chiese che lo Stato non intervenisse nel regolare la materia economica (stabilire i prezzi…). Il mercato doveva autoregolarsi senza che lo stato si intromettesse. Cavour sostenne inoltre che le merci dovevano essere scambiate con facilità, poiché gli uomini godevano di libero arbitrio. Per quanto riguarda il problema dell’unificazione italiana, Cavour e la Destra propongono una linea di accordi diplomatici con la Santa Sede, volti a liberare il Veneto e lo Stato della Chiesa.

Sinistra: La sinistra costituzionale non ha niente a che vedere con la sinistra di oggi, basata sulle idee marxiste, che si diffusero da noi sono dopo il 1870-1880. La sinistra dei tempi era Mazziniana e Garibaldina, dunque propugnava la repubblica e la democrazia, fondata sul concetto partecipativo di Rousseau, secondo il quale i cittadini eleggono i propri rappresentanti attraverso il voto. I personaggi più importanti furono Crispi, de Pretis, Rattazi, Cairoli, Zanardelli, che saranno tutti presidenti del consiglio. La sinistra lavorò per estendere il suffragio e proporre leggi sul diritto di voto. Per quanto riguarda il completamento dell’unità d’Italia, a differenza della destra, la sinistra voleva proporre una guerra che coinvolgesse il popolo e che potesse portare alla liberazione di Roma e Venezia.
Il 17 marzo 1861, a Torino, si riunì il primo parlamento d’Italia, che proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia.
Il Regno d’Italia aveva inizialmente 26 milioni di abitanti, di cui il 70% era dedito al settore primario; l’Italia era quindi principalmente agricola. Si praticava un’agricoltura capitalista (contrario di sussistenza), volta a produrre per guadagnare, sviluppata in latifondi o condotta a mezzadria. Le coltivazioni erano comunque povere e circoscritte a poche colture specializzate come il grano, e l’allevamento più praticato era quello delle pecore. Inoltre, il Paese era privo di combustibili come il carbone e quindi il settore delle estrazioni non esisteva. Il reddito nazionale era pari a un quarto di quello inglese. La rete ferroviaria era poco sviluppata e non esisteva un collegamento tra nord e sud. Non esisteva la lingua italiana, ognuno parlava il proprio dialetto e gli italiani non potevano comunicare tra loro; l’unificazione linguistica avverrà solo nel 900 grazie alla tv. La costituzione rimase lo Statuto Albertino.
L’Italia nasce con una situazione economica molto fragile, per via del disavanzo dello Stato (l’eccedenza delle spese sulle entrate nel resoconto annuale della finanza pubblica). Questo perché il Piemonte si era indebitato con la Francia e perché la seconda Guerra di Indipendenza è costata parecchio, così come la spedizione dei Mille e tutto ciò che ne è derivato. Sia la destra che la sinistra hanno dovuto trovare un modo per raggiungere il pareggio del bilancio, che venne raggiunto dopo 15 anni di sforzi, proprio nel periodo in cui entrerà in crisi il governo.

L’Italia sotto la Destra

La destra storica ha governato dal 1861 al 1876. Ministri: Cavour à Ricasoli à Rattazi à Farini à Minghetti à La Marmora à Ricasoli à Rattazi à Menabrera à Lanza à Minghetti
Primi governi poco stabili e durati pochi mesi.
Politica economica: l’obiettivo della politica economica era quello di raggiungere il bilancio economico, perché il regno d’Italia era praticamente nato già in deficit (disavanzo). Inizialmente, la strategia fu quella di aumentare il prelievo fiscale e vendere buona parte del demanio statale (proprietà dello stato): vennero quindi imposte nuove tasse sia dirette (pagate direttamente allo stato) che indirette (pagate indirettamente ad esempio attraverso i consumi). Nel 1866, a causa della terza guerra di indipendenza e di una crisi economica ci fu un peggioramento dei conti dello stato e fu necessario introdurre una nuova tassa indiretta: la tassa sul macinato (introdotta da Quintino Sella). Questa tassa era imposta sui cereali macinati (farina) e si trasformò di conseguenza in un aumento del prezzo del pane. Poiché non si può fare a meno della farina, questa tassa permise di realizzare immediatamente delle entrate sostanziose. Tuttavia, venne a crearsi anche un grande malcontento popolare e una grande distanza tra le masse popolari e i governi della destra storica.

Il pareggio di bilancio fu raggiunto sotto Marco Minghetti, nel 1876. Dopo questo episodio, il governo della destra storica tramontò e divenne la minoranza, perché il popolo non volle più votarla.
Le prime leggi che prese il parlamento piemontese furono quelle unificatrici:
- Unificazione della moneta
- Rimozione delle dogane
- Regolamenti della sicurezza e della sanità uniformati
- Obbligo a tutti i cittadini maschi di prestare il servizio militare di leva
- Obbligo ai bambini di frequentare i primi due anni di scuola elementare
- Varazione (varato) di un progetto per ampliare strade e ferrovie
La leva militare toglieva braccia all’agricoltura, e quindi toglieva a molte famiglie del sud gli strumenti per la sopravvivenza. Molti giovani del sud, pur di non prestare servizio alla leva militare, divennero briganti e si diedero alla macchia; nacque così il fenomeno del brigantaggio.
Politica interna: Le possibilità erano due: il modello federalista, con regioni autonome e il modello centralista, caratterizzato da un forte governo centrale e regioni e comuni non autonomi. Cavour preferiva il modello federalista, ma alla fine venne scelto quello centralista, soprattutto perché si temeva che, una volta acquistata l’autonomia, la popolazione di ciascuna regione avesse cercato di insorgere e di conquistare altre terre.
Oltre al brigantaggio e alla questione meridionale, l’altro grande problema che ha dovuto affrontare la Destra è stato il completamento del Regno d’Italia, a cui mancavano i territori di Roma, Venezia, Trento e Trieste. Dato che Trento e Trieste erano ancora realtà lontane, la destra si concentrò su Roma e poi su Venezia. Il primo ministro Ricasoli cercò di avviare una trattativa diplomatica con la Santa Sede, che però fallì perché Pio IX rifiutò. Ricasoli perse il posto e venne sostituito da Rattazzi, inizialmente di Sinistra, poi di Destra. Rattazzi aveva mantenuto i contatti con l’esercito garibaldino e ripropose l’esperienza garibaldina, ottenendo l’approvazione del parlamento e del re. Lo slogan dell’iniziativa era “O Roma o morte”. L’esercito garibaldino iniziò la marcia verso Roma partendo dal sud, ma, arrivati in Calabria, re Vittorio ricevette un messaggio da Napoleone III, che intimava di fermare la marcia. I francesi erano fortemente cattolici e, per non irritarli ulteriormente, il re fu costretto a mandare il suo esercito in Calabria per fermare l’esercito di Garibaldi. In ogni caso, a Roma c’erano già degli eserciti pronti a difendere lo Stato della Chiesa. Sull’Aspromonte ci fu un breve conflitto a fuoco, che si concluse con alcuni morti, l’arresto di Garibaldi e il conseguente fallimento del progetto di Rattazzi, che diede le dimissioni e venne sostituito al governo da Minghetti.
Nel 1864, sotto Minghetti, viene stretto un accordo con i francesi, chiamato Convenzione di settembre, con il quale si stabiliva che i francesi avrebbero ritirato i soldati da Roma e avrebbero permesso che la capitale venisse spostata a Firenze; in cambio lo stato italiano rinunciava in via definitiva ad invadere lo Stato Pontificio e a qualunque altra pretesa su di esso.
La Questione Romana si risolve solo nel 1870, quando la Francia viene sconfitta dai prussiani nella guerra franco-prussiana, Napoleone III muore e l’accordo viene sciolto (Lanza al governo italiano).
Il 20 settembre 1870 i bersaglieri si aprirono un varco a Porta Pia ed entrarono a Roma. Un plebiscito sanzionò l’annessione di Roma e il Lazio al Regno d’Italia, Pio IX si dichiarò prigioniero politico e il nostro parlamento emanò una legge, approvata nel 1871, per regolare i rapporti fra lo stato italiano e la Chiesa: la Legge delle Guarentigie. L’obiettivo primario era quello di separare le dimensioni Chiesa-Stato e fu una decisione unilaterale “imposta” dallo Stato. Essa garantisce al Papa il pieno esercizio dei suoi poteri spirituali (ma la perdita del potere temporale) e la disponibilità dei palazzi del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo, dichiarati beni inalienabili (appartenuti per sempre al Papa). Inoltre, più di 3 milioni di lire vennero messi a disposizione annualmente dallo Stato per mantenere il Papa e la corte papale, come una sorta di risarcimento. Tuttavia, Pio IX non era quindi d’accordo e la definì un Diktat; reagì emanando una bolla papale nel 1874 intitolata “Non expedit” (=non è opportuno), la quale esortava i cattolici italiani a non collaborare a nessun titolo con lo stato italiano. Se eri cattolico, non dovevi partecipare all’attività politica dello stato, quindi non dovevi candidarti alle elezioni o votare. Con questa bolla, si vene a creare una frattura fra Chiesa e Stato, risolta solo nel 1929 con i Patti Lateranensi.
Il Veneto divenne parte del regno d’Italia nel 1876, in seguito alla Terza Guerra d’Indipendenza. Questa guerra fu il frutto di un’alleanza italo-prussiana: dato che c’era un conflitto tra Prussia e Austria, la strategia prussiana era quella di attaccare da nord l’Austria e fare in modo che l’Italia la attaccasse dal sud; come ricompensa, la Prussia ci avrebbe lasciato il Veneto. La guerra andò a buon fine, perché i prussiani riuscirono a sconfiggere l’impero d’Austria, ma gli esiti per noi sono stati molto deludenti. In particolare, ci furono due battaglie, rispettivamente una per mare e una per terra, dove noi siamo stati pesantemente sconfitti dagli austriaci: Lissa e Custoza.

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