Delitto Matteotti

Quando sembrava che il fascismo si fosse consolidato con successo elettorale della legge Acerbo ci fu proprio il periodo di maggior crisi prima della dittatura cioè il delitto Matteotti; il periodo dal giugno al gennaio 1924/1925 fu il periodo di maggior crisi perchè dopo la riapertura delle camere il leader Matteotti dei socialisti riformisti tenne un discorso denunciando le illegalità del fascismo cioè il fatto che c’erano stati dei brogli, delle violenze e che quindi le elezioni non potevano essere considerate valide. Quando nel Komintern si affermò la formula del social fascismo, e cioè l’identificazione della social democrazia con il fascismo, i leader italiani che pure avevano visto cosa era avvenuto pochi mesi prima a Matteotti, non si opposero a questa ondata di intransigenza ideologica.
Il 10 giugno Matteotti venne prelevato da una squadraccia fascista e ucciso; fu ritrovato due mesi dopo vicino a Roma. A questo punto scoppia la crisi sia a livello dell’opinione pubblica (giornali e popolazione), nel Parlamento e nel partito stesso. Gli esecutori del crimine furono arrestati ma non furono mai dichiarati i mandanti; il delitto era ascrivibile alla situazione che ormai si era affermata con Mussolini cioè una pratica di violenze e illegalità che restavano impunite. Mussolini in qualche modo venne indicato come responsabile anche a livello di opinione pubblica e di qualche componente parlamentare. Nell’opinione pubblica ci fu una protesta per questi soprusi e violenze (i giornali antifascisti moltiplicarono le vendite, divise e distintivi del fascio prima diffusissimi ora sparivano dalle strade…). Quindi anche l’opinione pubblica sembrava opporsi al fascismo almeno per queste loro pratiche. Nel Parlamento i parlamentari di opposizione (che erano stati ridotti dal risultato elettorale) decisero di, poiché non avevano ne la volontà ne la forze di fare appello al popolo e quindi magari fare cadere il paese in una guerra civile e non avevano potere a livello parlamentare perché erano una minoranza, decisero di sollevare una questione morale ritirandosi dai lavori del parlamento realizzando quello che fu chiamato Aventino ricordando la ribellione della plebe romana. L’Aventino fu il ritiro dai lavori parlamentari finchè non fosse stata ripristinata la legalità; in pratica si sperava intervenisse il re (che era colui che per statuto poteva revocare la nomina del capo del governo) togliendo l’incarico a Mussolini, come per statuto il re aveva diritto di fare. Quindi l’Aventino fu una mossa per indurre il re ad agire per risolvere la questione per vie legali senza fare opposizioni di piazza o guerre civili.

Il re non intervenne e anche i fiancheggiatori del fascismo, anche se criticarono il delitto Matteotti, continuarono a appoggiarlo quindi l’Aventino fu di fatto politicamente inefficace.
La crisi ci fu anche all’interno del partito nel senso che si contrappose una componente più conservatrice che disapprovava questi metodi, mentre i più intransigenti, con a capo alcuni ras tra cui Farinacci, esaltarono il delitto e indicando questa come via da seguire cioè eliminare fisicamente gli avversari Mussolini capì che i deputati dell’Aventino non avevano la forza per rovesciarlo, né politica né facendo appello al popolo, capì che il re non avrebbe avuto intenzione di intervenire e che anche lo sdegno popolare andava attenuandosi e quindi la situazione si sarebbe normalizzata. In pochi mesi fu così e Mussolini decise di contrattaccare. Il 3 Gennaio del 1925 il duce tenne alla Camera quel famoso discorso con cui si fa iniziare la dittatura del fascismo in Italia.

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