Dal governo Nitti alla marcia su Roma

Nel giugno 1919 Vittorio Emanuele Orlando dette le sue dimissioni e al suo posto guidò il governo Francesco Saverio Nitti. Il problema da risolvere era la così detta “questione di Fiume”. Dopo la Prima Guerra Mondiale, Fiume, era stata dichiarata una città libera nonostante slavi e italiani cercarono di ottenerla. Nel settembre 1919 Gabriele D’Annunzio occupò la città dichiarandola italiana, ma questa impresa fu condannata dalla Società delle Nazioni. In questo modo le forze politiche italiane assunsero diverse posizioni: i socialisti andavano contro D’Annunzio, mente fascisti e nazionalisti lo esaltavano. Questa situazione fu complicata dalla elezioni del 1919 nella quali il governo Nitti si trovò ad avere una minoranza e così i liberali chiamarono il vecchio Giolitti.

GIOLITTI
- in politica estera Cercò di risolvere la questione di Fiume così nel 1920 rinunciò al mandato italiano sull’Albania di cui venne riconosciuta l’indipendenza e il 12 novembre venne stipulato il Trattato di Rapallo con il quale vennero stabiliti i confini con la Jugoslavia: l’Italia ottenne Zara e Istria, mentre Fiume rimase libera, ma sarebbe dovuta diventare italiana entro il 1924.

- in politica interna Venne abolito il prezzo del pane e inserita la legge sui titoli azionari, cioè ogni singolo cittadino poteva acquistare delle azioni in banca. Inoltre modificò l’articolo V dello Statuto Albertino che prevedeva che il re potesse stipulare trattati senza il consenso del parlamento.

Programma del Partito Nazionale Fascista:
- Tutela della tradizione
- Esaltazione nazionalistica e patriottica
- Superamento dei conflitti sociali nell’interesse comune del Paese
- Tutela della famiglia
Il movimento fascista venne valutato da Giolitti in modo superficiale, infatti decise di usare i fascisti in funzione antisindacale e antisocialista. Dal nel 1921 il movimento fascista ebbe una vera e propria svolta perché si trasformò in Partito Nazionale Fascista.
Il fascismo delle origini, con il programma di San Sepolcro, si trasformò in una vera e propria forza conservatrice, antiliberale e antisocialista. Mussolini seppe conquistare l’appoggio del Vaticano, della monarchia e dell’esercito credendo che senza questi non sarebbe riuscito ad ottenere il controllo del Paese. Il Partito Socialista fu ulteriormente indebolito quando Giacomo Matteotti fondò il Partito Socialista unitario. Nelle elezioni del 1921, il Partito Fascista fu inserito nelle alleanze liberali perché Giolitti riteneva di poter utilizzare i voti fascisti per ottenere la maggioranza di governo e poi liberarsene. I risultati, però, furono sfavorevoli per i liberali che videro Mussolini appoggiato da 35 deputati. Tuttavia, l’obbiettivo che si proponeva questo partito era quello di ottenere più coinvolgimento nel potere esecutivo. Questa operazione fu gestita da Mussolini, il quale attendeva gli esiti dell’operazione a Milano, e affidata a De Vecchi, Balbo, Bianchi e De Bono. Il 28 ottobre 1922 camicie nere fasciste arrivarono a Roma da ogni parte d’Italia senza incontrare resistenza. Facta cercò di convincere il re a firmare il decreto per lo stato d’assedio che avrebbe, cosi, fermato le truppe fasciste, ma Vittorio Emanuele III non lo ascoltò e fece giungere Mussolini a Roma dandogli la possibilità di creare e guidare un governo che avrebbe avuto l’appoggio di popolari e liberali. Mussolini lasciò Milano il 29 ottobre e questa marcia su Roma si rivelò un vero e proprio successo.

LA MARCIA SU ROMA
Per i fascisti, la marcia su Roma rappresentava il simbolo della rivoluzione che aveva portato il fascismo al potere. Il Partito Fascista era oppresso dal problema della presa al potere e al suo interno si delinearono due correnti: legalisti, guidati da Grandi e Acerbo, che puntavano ad una coalizione politica con i liberali e insurrezionalisti, guidati da Farinacei, Balbo e Bianchi, che credevano che questa marcia fosse l’unico modo per ottenere il potere. Mussolini decise di mantenere una posizione ambigua nei confronti di queste due diverse posizioni.

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