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La crisi della Prima Repubblica in Italia

La fine della guerra fredda Nel corso della seconda metà del 30C secolo la vita politica italiana si era svol-ta sotto l'influenza sia dei fattori internazionali sia delle esigenze specifiche della società italiana. Indubbiamente il peso della «guerra fredda» era stato grande. A partire dal 1947 si erano fronteggiati in Italia due contrapposti schieramenti che avevano avuto al loro centro, rispettivamente, la Democrazia cristiana e il Partito co-munista italiano. Anche quando, nel 1981, aveva ceduto la guida del governo al repubblicano Giovanni Spadolini, la DC era rimasta il principale partito dello schieramento governativo, mentre il Partito comunista restava il fulcro di quello di opposizione. Non esisteva allora la possibilità di un'alternativa, che sarebbe stata radicale, perché la sinistra comunista chiedeva una completa trasformazione della società italiana e il suo distacco dagli Stati Uniti. Un eventuale governo di sinistra, se avesse ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni, avrebbe provocato la rottura dell'equilibrio che si era creato in Europa. L'alternanza tra due opposti schieramenti diventò possibile in Italia soltanto dopo la fine della guerra fredda.

La crisi dei partiti

Importanti trasformazioni si verificarono nel quadro dei partiti. Il primo ad avvertire la necessità di un cambiamento radicale fu il PCI, investito diretta-mente, come tutti gli altri partiti comunisti europei, dalle conseguenze della crisi e poi della fine dell'Unione Sovietica. Nel 1991 il segretario del PCI, Achille Occhetto, promosse la trasformazione del partito che si chiamò PDS (Partito democratico della sinistra): già nel nome era indicata l'apertura a una ideologia, quella democratica, che, se non era stata contraddetta dall'azione pratica svolta dal PCI in Italia, era comunque opposta all'ideologia comunista tradizionale. Una parte del PCI, però, restò fedele all'idea della trasformazione comunista della società e diede vita a una scissione, formando un nuovo partito, Rifondazione comunista. Nello stesso PDS rimase vivo il dibattito tra quanti si rifacevano al modello delle socialdemocrazie europee e quanti invece guardavano alla democrazia statunitense. Il rinnovamento della Democrazia cristiana avvenne con maggior ritardo: la DC era meno divisa del PCI, ma anche al suo interno erano coesistite, nel comune richiamo a una politica di centro, una tendenza che la voleva alleata con la destra e un'altra che la preferiva alleata con la sinistra. Quest'ultima prevalse, sia pure di poco, e nel 1994 trasformò la DC in Partito popolate italiano (PPI), tornando così al nome che Luigi Sturzo aveva dato al partito cattolico nel 1919 [> M1.3]. Non riuscì, però, a evitare la scissione: alcuni settori della vecchia DC diedero vita al CCD (Centro cristiano democratico) e altri al CDU (Cristiani democratici uniti). Le differenze programmatiche tra questi due partiti erano molto lievi.

Tangentopoli

Ti terzo partito di massa, il PSI, non fu in grado di rinnovarsi. La stessa forte personalità del segretario, Bettino Craxi, impedì che al suo interno si svolgessero significative trasformazioni, ma la causa principale della crisi che travolse il PSI fu il suo coinvolgimento in «tangentopoli». Con questo nome fu indicato il sistema di tangenti su cui si era fondato il finanziamento dei partiti di massa, indispensabile al loro funzionamento: questi partiti, infatti, avevano una forte ed estesa struttura organizzativa, sedi in tutto il territorio nazionale e anche una propria stampa, che otteneva scarsi introiti pubblicitari ed era perciò in perdita. Una parte dei finanziamenti necessari era ottenuta apertamente e legittimamente con denaro pubblico, ma si trattava di somme del tutto insufficienti al funzionamento di macchine politi-che diventate sempre più grandi e complesse. Il resto del finanziamento era perciò procurato attraverso un complicato sistema cli scambi di denaro contro favori (soprattutto con-cessioni di appalti). Già in passato alcuni partiti si erano procurati finanziamenti illegali ed erano scoppiati degli scandali, ma le indagini erano state sempre bloccate. Negli anni Novanta, invece, un gruppo (pool) di magistrati milanesi riuscì dove molti loro colleghi in passato erano falliti: indagando su alcuni episodi cli non grande rilievo e scavando poi sempre più in profondità, portò alla luce una vastissima \-\ corruzione. Le inchieste provocarono un vero terremoto politico, con effetti che furono devastanti soprattutto per il PSI, che ne fu investito per primo e vide mettere sotto accusa l'intero gruppo dirigente, compreso il segretario, Bettino Craxi.

Le cause profonde della crisi

Sarebbe semplicistico attribuire la crisi che investì il mondo politico italiano soltanto all'azione di alcuni magistrati, per quanto abili e coraggiosi. Essa aveva cause più profonde: prima fra tutte la crescente consapevolezza che il meccanismo di ricerca del consenso costruito negli anni Settanta e Ottanta, basato sulla crescita del welfare state, cominciava a incepparsi, perché i suoi costi stavano diventando insostenibili. La nascita di un profondo senso d'insicurezza si risolse in un malcontento indirizzato contro i partiti e i tradizionali modi di fare politica. Di questo malcontento si fece espressione, all'inizio degli anni Novanta, anche il presidente della repubblica Francesco Cossiga che, abbandonando il molo di «notaio» della repubblica, assunse, per sua stessa definizione, quello di «picconatore». I suoi interventi ebbero spesso un tono fortemente polemico, che lo mise in contrasto con altre istituzioni, come la magistratura e, in qualche occasione, anche il parlamento. Nel maggio del 1992 Cossiga si dimise e al suo posto fu eletto un altro democristiano, Oscar Luigi Scalfaro. Anche Scalfaro, in una situazione di vuoto politico sempre più accentuato, esercitò le possibilità d'intervenire nella vita politica che la Costituzione italiana attribuisce al presidente della repubblica, ma lo fece in maniera meno evidente e clamorosa di Cossiga.

Le novità politiche

L'aspirazione a un rinnovamento che non mettesse in pericolo le strutture portanti della società italiana fu colta da un imprenditore, Silvio Berlusconi, che aveva costruito un impero televisivo e possedeva perciò uno strumento molto efficace per sostenere il suo progetto politico presso l'opinione pub-blica. Mentre i vecchi partiti di massa avevano un forte insediamento su tutto il territorio nazionale, con sezioni aperte anche nei più piccoli centri urbani, il movimento fondato da Berlusconi, Forza Italia, si appoggiò, nella sua fase iniziale, soprattutto sulla capacità di persuasione delle sue emittenti televisive. Berlusconi creò, di conseguenza, un movimento di massa di tipo del tutto nuovo, che non era tenuto insieme da una solida organizzazione e nemmeno da una forte ideologia, ma soltanto dall'esistenza di alcune convinzioni comuni a coloro che vi aderivano e, soprattutto, a coloro che lo votavano. Con Berlusconi anche in Italia, come era già avvenuto negli Stati Uniti, l'immagine che gli uomini politici riuscivano a dare di sé cominciò ad assumere una importanza fondamentale. Forza Italia si affermò molto rapidamente, perché sembrava rispondere ad alcune richieste provenienti dal basso: cambiare il modo di fare politica, sottraendo le decisioni alle segreterie dei partiti, trasformare lo Stato, limitando al massimo il suo intervento nel campo dell'economia. Berlusconi riunì tutta la destra, stringendo alleanza con il partito di Gianfranco Fini.
Anche Fini aveva dato avvio al rinnovamento del suo partito, il MSI, trasformandolo in Alleanza nazionale (AN), formazione politica che riconosceva i valori della democrazia. In vista delle elezioni politiche che si sarebbero tenute nel marzo del 1994 lo schieramento di centro-destra si allargò anche alla Lega nord. La nascita di questo movimento rappresentava la maggiore novità nella vita politica italiana, perché, mentre le richieste di Forza Italia riguardavano le sfere dell'economia e della politica, quelle della Lega investivano anche l'assetto istituzionale del paese. Il primo movimento che aveva avanzato rivendicazioni in tal senso era stata la Liga veneta, che aveva ottenuto un certo consenso nel Veneto, mentre la Lega lombarda, fondata da Umberto Bossi nel 1984, si costruiva unabase elettorale in Lombardia. Le due leghe si riunirono nel 1989 nella Lega nord, guidata da Bossi, che pose il federalismo al centro del suo programma. Nel 1996 cominciarono a delinearsi spinte secessionistiche e nel 1997 la Lega nord introdusse la secessione nel suo programma, abbandonando il federalismo e compiendo una serie di gesti simbolici, come la formazione di un parlamento e di un governo padano. Intanto gli storici s'interrogavano sull'identità italiana.

L'attacco della mafia allo Stato

Negli anni Ottanta la mafia, che si era sempre più trasformata in «mafia imprenditrice», in grado di sfruttare le occasioni offerte dallo sviluppo economico degli anni Settanta, specialmente attraverso gli appalti delle grandi opere pubbliche, ottenute con la complicità anche di uomini politici. passò all'attacco diretto contro i rappresentanti dello Stato. Nel 1982 fu ucciso il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo, nel 1983 il magistrato Rocco Chinnici. L'offensiva armata riprese nel 1992, quando furono uccisi prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino, un altro giudice impegnato nella lotta alla mafia. L'impegno dei magistrati della procura di Palermo portò negli anni successivi al conseguimento di significativi successi, con l'arresto di alcuni dei maggiori capi mafiosi, ma l'organizzazione criminale continuò a esistere e a penetrare nelle strutture economiche. Anche la camorra subì gravi colpi, ma resistette, mentre si accentuava, nell'intera Italia, la presenza della microcri-minalità. Nel corso degli anni Novanta le organizzazioni criminali italiane, che già in passato avevano avuto legami con quelle esistenti negli Stati Uniti, strinsero rapporti con le «nuove mafie», che sorgevano in alcuni paesi dell'Est, dalla Russia all'Albania, approfittando della crisi sociale determinata in quei paesi dal crollo del comunismo e dal difficile e stentato sviluppo della democrazia.

Alternanza al governo dell'Italia e ingresso in Europa

I problemi economici e la riforma della legge elettorale

A metà degli anni Novanta, tutti i problemi italiani vennero a intrecciarsi in un groviglio che non era facile districare. Lo sviluppo dello stato sociale aveva fatto aumentare in misura rilevante l'indebitamento pubblico, la cui entità era un ostacolo all'ingresso fra i paesi accettati nella moneta unica europea. Il mantenimento dello stato sociale costruito nei decenni precedenti aveva un costo troppo elevato. D'altronde lo smantellamento e anche soltanto il ridimensionamento del welfare state avrebbero provocato un peggioramento delle condizioni di vita della popolazione, non solo nelle regioni più povere, che erano soprattutto al sud, ma anche in quella parte del nord che poteva partecipare del benessere anche grazie alla protezione offerta dallo stato sociale, soprattutto in materia di pensioni. L'avvio a soluzione di questioni economiche così gravi e così complesse richiedeva governi forti e autorevoli, che fossero espressione di una larga maggioranza della popolazione e in grado perciò di farle accettare gravi sacrifici. La soluzione tecnica del problema fu individuata in una riforma in senso maggioritario della legge elettorale: la rinuncia al proporzionalismo avrebbe dovuto con-sentire la formazione di due grandi forze contrapposte, di destra e di sinistra, in grado di dare vita a un sistema fondato sull'alternanza al governo.

Le elezioni del 1994

Le elezioni del marzo 1994 furono vinte dallo schieramento politico promosso da Berlusconi, che si articolò in due Poli, definiti Polo delle libertà (formato da Forza Italia e Lega nord) e Polo del buon governo (formato da Forza Italia e AN). In tal modo si cercava di risolvere il problema delle divergenze programmatiche esistenti tra la Lega nord e Alleanza nazionale. La vittoria di Berlusconi aprì la strada a un'alternanza tra governi di centro-destra e di centro-sinistra, che era un aspetto normale nella vita politica delle altre democrazie, ma che in Italia era ancora vista, da una parte e dall'altra, in termini spesso drammatici.

I «governi tecnici»

Le differenze ideologiche e programmatiche tra i partiti che componevano lo schieramento di maggioranza erano, però, rilevanti: il governo Berlusconi, nato dopo le elezioni, dovette dimettersi a dicembre, perché la Lega nord uscì dall'alleanza. Seguì un governo cosiddetto tecnico, perché il primo ministro, Lamberto Dini, non era un politico, ma era stato vicedirettore della Banca d'Italia. Un governo tecnico si era formato già nel 1993 ed era stato guidato da Carlo Azeglio Ciampi, già direttore della Banca d'Italia. Due tecnici puri, dunque, la cui presenza a capo del governo serviva a garantire la governabilità, in un momento di grave incertezza: le capacità dei tecnici dovevano supplire al vuoto politico che derivava dall'assenza di una maggioranza forte e chiaramente delineata. Le difficoltà economiche, però, richiedevano, in materia di tassazione e di restrizione delle spese, l'adozione di rimedi impopolari che potevano essere presi soltanto da un governo che fondasse la sua autorità sulla diretta investi-tura dei cittadini.

Le elezioni del 1996

Nell'aprile del 1996 si tornò a votare e questa volta vinse, con un margine molto limitato di voti, lo schieramento opposto al Polo, l'Ulivo, che era costituito dal PDS, dal PPI e dal movimento ecologista dei Verdi ed era alleato con Rifondazione comunista. Anche la Lega nord, che si era presentata da sola, e con un programma non più federalista, ma decisamente secessionista, ottenne una buona affermazione. Si formò un governo guidato da Romano Prodi, costituito dai partiti dell'Ulivo e sostenuto anche da Rifondazione comunista. Il governo Prodi diede avvio a una difficile azione di risanamento finanziario, che comportò un aggravamento del peso fiscale. Intanto la Commissione Bicamerale, formata da membri del Senato e della Camera e guidata dal segretario del PDS Massimo D'Alema, cercava di tracciare le linee programmatiche di una riforma costituzionale che avrebbe dovuto garantire, nello stesso tempo, l'introduzione del federalismo e la possibilità di formare governi stabili. La discussione fu particolarmente vivace sul presidenzialismo, che, attraverso una forma di elezione diretta e un forte accrescimento dei poteri del presidente della Repubblica, avrebbe dovuto dare a questa carica una funzione fondamentale. Ci fu un acceso dibattito, inoltre, sul sistema elettorale: quello proporzionale garantiva l'esistenza dei piccoli partiti, ma ostacolava la formazione di una maggioranza e di una minoranza ben definite. Le forze politiche si scontrarono anche sulla giustizia, per il timore che eventuali riforme potessero ledere l'indipendenza della magistratura. L'impossibilità di raggiungere un accorcio bloccò, per il momento, la nascita di un nuovo patto costituzionale.

L'Italia entra in Europa

Nel 1998 fu raggiunto un traguardo che negli anni precedenti era sembrato lontanissimo: l'ammissione dell'Italia nei paesi europei che avrebbero avuto l'euro come moneta comune. Questo risultato fu ottenuto grazie a una favorevole combinazione di fattori internazionali e interni. Il governo Prodi, anche grazie all'azione competente ed energica del ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi, era riuscito a ottenere una forte riduzione del deficit, fino a rientrare nel parametro del 3 per cento del prodotto interno lordo, richiesto dal trattato di Maastricht. Non era stato invece raggiunto il parametro riguardante il debito pubblico, che aveva cessato di crescere, ma costituiva ancora circa il 120 per cento del prodotto interno lor-do, invece del 60 per cento stabilito a Maastricht. Anche se questo restava un problema assai grave, l'ammissione dell'Italia nell'euro rendeva molto minore il pericolo di una crisi finanziaria e anche di una secessione, perché le questioni cominciavano a porsi non più sul piano nazionale, ma su quello europeo. La stessa Lega nord sembrò mettere da parte il secessionismo, perché Bossi dichiarò che il suo nuovo obiettivo era di rientrare nel gioco politico e riprese la lotta per il federalismo.

Il problema dell'immigrazione

Nella primavera del 1997 un forte afflusso di Albanesi sulle coste pugliesi richiamò l'attenzione dell'opinione pubblica sul problema dell'immigrazione, che per l'Italia era particolarmente serio, poiché il paese si trovava alla confluenza di due correnti migratorie, quella che proveniva da sud, dall'Africa, dove la miseria era la causa principale che spingeva a emigrare, e quella che proveniva da est, dai Balcani, dove alla povertà si aggiungevano anche i conflitti locali. Era interesse dell'Italia impedire l'allargamento di questi conflitti: perciò fu presa la decisione di partecipare in Albania a una missione internazionale per la pacificazione dell'area con un contingente di truppe. Il problema dell'immigrazione restò molto serio. L'industria e, in alcune regioni, anche l'agricoltura avevano bisogno di manodopera straniera per i lavori più faticosi, che gli Italiani non volevano più fare, ma nei luoghi di maggiore concentrazione di immigrati la convivenza con gli Italiani, a causa della diversità di tradizioni e di usanze, diventava talvolta molto difficile. A causa della loro povertà, inoltre, gli immigrati clandestini potevano essere facilmente reclutati dalla criminalità organizzata, che si occupava anche di farli entrare in Italia, evitando i controlli. Su questo terreno nasceva talvolta un pericoloso razzismo, che non costituiva ancora un fenomeno di massa, ma che andava comunque combattuto. Il governo era premuto, da un lato, dalle forze che chiedevano una lotta più decisa contro l'immigrazione clandestina e, dall'altro, da quanti voleva-no invece una maggiore apertura verso gli extracomunitari (cioè verso tutti coloro che non appartenevano alla comunità europea, da qualsiasi parte del mondo provenissero). La linea politica di Prodi, per questo come per altri problemi, doveva tener conto delle varie esigenze di uno schieramento che andava da Rifondazione comunista, favorevole a non porre ostacoli all'immigrazione, ai moderati, che si raccoglievano intorno a Lamberto Dini e intendevano invece regolarla.

Da Prodi a Berlusconi

Le contraddizioni della maggioranza portarono alle dimissioni del governo Prodi nell'ottobre 1997, per la mancanza di un accordo sulla riforma delle pensioni e sulla riduzione dell'orario di lavoro. L'incarico fu confermato a Pro-di, dopo il rapido raggiungimento di un'intesa, ma un anno più tardi Rifondazione comunista tolse nuovamente il suo appoggio al governo. Il presidente di RC, Armando Cossutta, fondò allora il partito dei Comunisti italiani, che confermò il sostegno a Prodi. Prodi, però, non ottenne la fiducia e si dimise. Il nuovo governo, che vide all'opposizione, oltre ai partiti del centro-destra, anche Rifondazione comunista, guidata da Fausto Bertinotti, fu presieduto da Massimo D'Alema. Questi si trovò presto di fronte a una scelta difficile: intervenire accanto alla NATO nelle operazioni militari contro la Serbia. La decisione presa dal governo a favore dell'intervento fu però osteggiata da una parte della stessa sinistra e destò perplessità anche tra i Democratici di sinistra (il nuovo nome assunto dal PDS). Nel dicembre del 1999 i contrasti interni alla maggioranza portarono alle dimissioni di D'Alema. Il nuovo governo fu presieduto dal socialista Giuliano Amato, che era già stato primo ministro nel 1992-1993, quando aveva risolto una grave crisi finanziaria. La maggioranza di centro-sinistra, che sosteneva Amato, continuò a essere indebolita da polemiche e tensioni, mentre l'opposizione di centro-destra ritrovava l'unità. Forza Italia, Alleanza nazionale, CCD e CDU si presentarono insieme con la Lega alle elezioni che si svolsero nel maggio del 2001 e ottennero una netta vittoria. Silvio Berlusconi diventò nuovamente presidente del consiglio dei ministri, sostenuto da una maggioranza che appariva più solida cli quella del 1994. Anche il governo Berlusconi si trovò di fronte a una scelta difficile, simile a quella toccata al governo D'Alema: intervenire in Afghanistan, a fianco degli Stati Uniti, nell'ambito delle operazioni contro il terrorismo internazionale, dopo l'attacco alle Twin Towers.

Il secondo governo Prodi

Nel 2006 le elezioni furono vinte dall'Unione, formata dai partiti cli centro-sinistra, ma la vittoria fu ottenuta con poco più cli 20 000 voti al Senato e di 200 000 alla Camera. Prodi formò il nuovo governo, mentre Giorgio Napolitano, che era stato un dirigente del Partito Comunista Italiano e poi del PDS e dei DS, fu eletto presidente della Repubblica. Soprattutto al Senato, dove riusciva ad avere la maggioranza soltanto grazie all'appoggio dei senatori a vita, il governo si trovò ben presto in difficoltà. All'interno del governo esistevano forti contrasti sia sulla politica economica sia su quella estera. Questi ultimi erano dovuti al fatto che essa era considerata troppo vicina agli Stati Uniti dai partiti dell'estrema sinistra (Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi). Il dissenso sulle soluzioni da dare alle difficoltà economiche derivava invece dalle differenti impostazioni dei problemi dell'economia dai partiti riformisti dell'Unione e da quelli che continuavano a rifarsi all'ideologia comunista. Agli inizi del 2008 il governo Prodi non ottenne la fiducia in Senato e si dimise. Si tennero nuove elezioni che videro la netta affermazione della coalizione di centro-destra, che aveva il suo punto di riferimento principale nel Popolo della Libertà, il nuovo soggetto politico annunciato da Berlusconi alla fine del 2007 e destinato a riunire in un'unica formazione politica Forza Italia e Alleanza nazionale. Della coalizione facevano parte anche la Lega nord e il Movimento per l'autonomia del deputato siciliano Raffaele Lombardo. Negli ultimi mesi dell'anno il secondo governo Berlusconi dovette affrontare le conseguenze di una gravissima crisi finanziaria, partita dagli Stati Uniti, che aveva serie ripercussioni anche sull'economia reale.

Dal terzo governo Berlusconi al governo Monti

Negli anni successivi la crisi economica si aggravò, mentre il governo si in-deboliva perché perdeva una parte della sua maggioranza. Nel novembre del 2011 Berlusconi si dimise e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nominò allora un governo che venne definito «tecnico», perché era guidato da un economista di fama internazionale, Mario Monti, ed era composto da esperti che non erano espressione dei partiti politici. Il governo Monti fu chiamato <li impegno nazionale» ed era sostenuto in parlamento da una maggioranza eterogenea, comprendente anche partiti che fino a quel momento si erano aspramente combattuti, tra cui il Popolo della Libertà, di centro-destra, l'Unione di centro, e il Partito democratico, di centro-sinistra. Il suo compito era quello di cercare in tempi brevi i rimedi più efficaci per superare, insieme con gli altri governi europei, la crisi più violenta che i paesi dell'Unione europea si trovarono ad affrontare dalla sua nascita e che rischiava di mettere in pericolo la stessa sopravvivenza dell'eurozona.

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