Nell’aprile del 1921, due anni dopo la Pace di Versailles (giugno 1919), fu reso noto l’ammontare delle riparazioni tedesche (132 miliardi di marchi). Era prevalsa, infatti, durante le contrattazioni di pace, la linea di paesi come Inghilterra e Francia che miravano all’annientamento della potenza tedesca.
In Germania, la responsabilità della sconfitta e delle condizioni di pace fu attribuita alla socialdemocrazia al governo (criminali di novembre); in questo modo ottennero sempre più consenso nel paese sia il centro cattolico, sia le correnti nazionalistiche e i partiti di estrema destra.
Nel 1921 la Germania aveva iniziato il pagamento delle rate dei debiti di guerra. L’anno successivo, W. Rathenau, industriale che aveva tentato di accordarsi con le potenze vincitrici sui debiti di guerra, fu assassinato da militanti di estrema destra, poiché ebreo e troppo rinunciatario. Alla fine del 1922, la Germania sospese il pagamento, chiedendo una dilazione delle rate.

La Francia reagì attraverso l’occupazione del bacino carbonifero della Ruhr (gennaio 1923). La Germania, in risposta, ordinò la resistenza passiva (abbandono delle fabbriche da parte degli operai e ostilità da parte della popolazione verso gli occupanti). Tuttavia la resistenza non ebbe i risultati voluti, in quanto gli stessi industriali tedeschi si accordarono con gli occupanti; così come, d’altra parte, anche l’occupazione non permise il raggiungimento degli obiettivi prefissi in quanto finì soltanto con l’ingigantire il risentimento tedesco e favorire le correnti di destra.
Sul piano economico vi fu il crollo del marco, l’inflazione determinò la perdita dei risparmi delle classi medie e la diminuzione dei salari degli operai. A trarre guadagno dall’inflazione e dalla perdita del potere d’acquisto del marco furono, certamente, i proprietari di immobili e gli industriali.
L’industria, quindi, in questo periodo, diede segni di ripresa, grazie alla competenza tecnica e organizzativa dei dirigenti e delle maestranze (“cultura industriale tedesca”).

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