La crisi del dopoguerra

Dopo la Prima Guerra Mondiale lo scontro tra interventisti e neutralisti continuò a cause della formazione di due blocchi psicologici: essere italiani e patrioti significava essere anche interventisti e dannunziani; essere rivoluzionari, repubblicani e democratici significava essere anche neutralisti e caporettisti.
I reduci di guerra avevano sacrificato moltissimi anni in trincea con la promessa di tornare nella loro patria e poter costruire un paese più progredito, ma questi tornavano più poveri di prima. Reinserire i combattenti nella vita civile risultò molto difficile perché i lavori scarseggiavano. In questo modo aumentarono i conflitti tra i dirigenti delle diverse classi sociali: i sindacati e il Partito Socialista organizzarono manifestazioni cosi vaste che il periodo tra il 1919 e il 1920 prese il nome di Biennio Rosso. Le terre e le fabbriche furono occupate dai lavoratori e si cercò di organizzare la sovietizzazione della produzione.

Nel 1919 si tennero le elezioni politiche con il sistema proporzionale cioè distribuiva i seggi ad ogni partito in proporzione ai voti che aveva ottenuto. In questo modo accresceva il ruolo del partito d non quello di ogni singolo candidato. Il Partito Popolare, fondato in quell’anno da Don Luigi Sturzo, riuscì a conquistare oltre 100 deputati e si batteva per una riforma dello Stato liberale, cioè avere una maggiore apertura verso le esigenze dei ceti più deboli. Il Partito Socialista, invece, ne uscì vincitore da queste elezioni, ma al suo interno c’erano diverse spaccature causate dalle diverse interpretazioni sociali e politiche.

SOCIALISTI
- Riformisti: favorevoli ad un’azione parlamentare di riforma sociale e non condividevano l’interpretazione del marxismo offerta dalla rivoluzione.
- Massimalisti: vedevano nel modello sovietico l’unica traduzione delle teorie marxiste.

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