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Crisi del dopoguerra e Fascismo

I costi della guerra furono per l’Italia molto elevati. La situazione economica era in grande difficoltà, in primo luogo a causa delle enormi spese sostenute dallo stato. L’aumento della quantità di moneta emessa per fronteggiare il costo della guerra provocò una svalutazione della lira e a essa si accompagnò l’inflazione, all’origine di forti tensioni sociali. Altre difficoltà nascevano dalla necessità della riconversione delle industrie dalla riproduzione di guerra a quella di pace ( riduzione della manodopera occupata), come conseguenza crebbe la disoccupazione, particolarmente nelle campagne.

La guerra rappresentò anche uno slancio nello sviluppo industriale, particolarmente nella siderurgia,nella meccanica e nella chimica. Il diminuire delle importazioni di carbone aveva stimolato l’utilizzo di energia elettrica, e la carenza di manodopera aveva stimolato l’ammodernamento tecnologico dei macchinari. Le imprese più forti avevano visto crescere produzione e profitti; si era ulteriormente intensificato quel processo di concentrazione industriale che già si era avviato ala fine dell’Ottocento.

La guerra e le conseguenti difficoltà economiche scaricarono il loro peso soprattutto sulle fasce sociali più deboli. Si aprì perciò una fase di lotte sociali che videro protagonisti contadini e operai. In una prima fase, l’atteggiamento del governo fu tollerante verso le lotte rivendicative dei lavoratori, nel tentativo di non inasprire lo scontro sociale. Gli scioperi conseguirono così risultati importanti. Nelle campagne padane e pugliesi, oltre agli aumenti salariali, i braccianti conquistarono l’imponibile di manodopera (quantità minima di assunzioni in proporzione alle dimensioni dell’azienda agricola) e il controllo del collocamento-, anche i mezzadri si organizzarono in leghe, conseguendo un miglioramento dei patti agrari. Il governo poi, procedete a una parziali distribuzione delle terre incolte occupate. Nell’industria fu conquistata la giornata lavorativa di 8 ore e furono ottenuti aumenti salariali.
Il proletariato agricolo e industriale non era l’unico ceto sociale che soffrisse delle conseguenze della guerra. Anche i ceti medi erano attraversati da un forte disagio. Gli impiegati pubblici e privati, furono colpiti dall’inflazione, e con il passare del tempo gli stipendi dei dipendenti pubblici rimasero stabili, al contrario degli stipendi degli operai che aumentarono del 40% grazie alle lotte sindacali. A queste ragioni di risentimento si univano poi l’avversione per il socialismo e la paura di una rivoluzione ispirata al modello bolscevico.

Presso questi strati sociali ebbero grande successo le parole d’ordine del nazionalismo e la sua polemica antisocialista, ma anche antiparlamentare e antidemocratica. L’andamento delle trattative di pace contribuì ad aumentare queste tendenze, diffondendo nel paese il mito della “vittoria mutilata”. Sembrava che l’Italia non ottenesse compensi adeguati ai sacrifici compiuti e si incolpava la nostra delegazione a Versailles di arrendevolezza nei confronti dei più forti alleati (FR, GB, USA). La sensazione che l’Italia venisse defraudata di ciò che le spettava accese nel paese il nazionalismo più estremo. L’episodio più clamoroso fu l’occupazione di Fiume, in Istria, da parte di un contingente di militari ed ex militari, guidato da Gabriele d’Annunzio. Il governo non seppe impedire questo atto di forza, che minava l’autorità dello stato italiano e la sua credibilità internazionale. La questione fiumana fu risolta da Giolitti, il quale firmò con la Iugoslavia il trattato di Rapallo, che assegnava all’Italia l’Istria e alla Iugoslavia la Dalmazia e faceva di fiume uno stato libero indipendente sotto la tutela della Società delle nazioni. L’episodio fu particolarmente grave perché mise in luce l fragilità dello stato liberale, incapace di fronteggiare un vero e proprio ammutinamento, e diede forza ai gruppi più reazionari, diffondendo la sensazione che fossero possibili soluzioni di forza ai problemi del pae-se.

Biennio rosso
Oltre 4 milioni nell’Italia del dopoguerra erano organizzati sindacalmente. Era una forza imponente, anche se non omogenea dal punto di vista politico; una forza caratterizzata da una coscienza più matura dei propri diritti e del proprio peso nella vita nazionale. Si trattava di un fenomeno nuovo nella vita politica e sociale italiana. L’ingresso delle masse popolari nella vita politica trovò espressione, sul piano elettorale, nell’avanzamento del Partito socialista e nel successo del Partito popolare italiano, fondato dal sacerdote Luigi Sturzo. L’assenso dato dal pontefice Benedetto XV fu motivato dalla consapevolezza che l’elettorato moderato e cattolico mancava di un moderno partito di massa, capace di esprimerne le esigenze. Il partito popolare si presentava come un partito di ispirazione cattolica, con un programma che ribadiva i punti fondamentali della dottrina sociale cattolica: rispetto della proprietà privata ma sviluppo della solidarietà sociale; interclassismo (rifiuto della lotta di classe) e affermazione della necessità di mediare i conflitti fra capitale e lavoro; difesa e ampliamento della piccola borghesia contadina; libertà di insegnamento; allargamento delle autonomie locali.

Alle prime elezioni cui si presentò il nuovo partito cattolico ottenne una grande affermazione. Queste elezioni segnarono una svolta decisiva nell’immediato dopoguerra; esse furono le prime a svolgersi con il sistema proporzionale; il maggior numero di suffragi andò al Partito socialista.

La compattezza del socialismo italiano era però minata dai contrasti e dalle divisioni interni al partito. Quest’ultimo era guidato dalla componente rivoluzionaria di Giacinto Menotti Serrati, chiamata massimalista perché proponeva il “programma massimo dell’espropriazione capitalistica borghese”, cioè della rivoluzione socialista. I massimalisti rifiutavano ogni collaborazione con il governo “borghese”, senza indicare alcuna chiara strategia politica per raggiungere l’obiettivo. D’altro canto, i riformisti di Filippo Turati e Claudio Treves, non riuscirono a imporre una linea di partecipazione del partito al governo del paese con obiettivi di tipo riformista. Il partito socialista si trovò così privo di un efficace direzione politica.

Una prova evidente di tale debolezza si ebbe nel’autunno del 1920 in occasione dell’occupazione delle fabbriche (momento culminante e decisivo delle lotte contadine e operaie “biennio rosso”). Nell’immediato dopoguerra si era manifestata una certa disponibilità da parte industriale nei confronti delle rivendicazioni sindacali, ma nel 1920 gli imprenditori assunsero un atteggiamento sempre più intransigente, per ragioni sia economiche, sia politiche. Di fronte alle rivendicazioni salariali avanzate dalla Fiom (sindacato dei metalmeccanici aderente alla Cgl), gli industriali attuarono una serrata (chiusura degli stabilimenti). In risposta, gli operai metallurgici di Milano e poi di Torino e Genova occuparono le principali fabbriche.

Gli industriali pretendevano un intervento della forza pubblica per stroncare un’agitazione giudicata pre-rivoluzionaria, ma Giolitti obiettò che un intervento dell’esercito avrebbe condotto alla tragedia e che era meglio puntare a un compromesso. In poche settimane la lotta si concluse con un accordo tra imprenditori e sindacato, mediatore il governo, che prevedeva consistenti aumenti salariali e una futura (e mai realizzata) partecipazione dei lavoratori al controllo delle aziende. Inoltre, l’occupazione delle fabbriche intensificò nella classe dirigente italiana e nei ceti medi la paura per una rivoluzione socialista che in realtà era sempre più lontana dal realizzarsi e favorì l’orientamento di questi ceti verso una soluzione reazionaria e antipopolare della crisi italiana, soluzione che avrà come protagonista il movimento fascista.

Fascismo
Alla prima riunione del movimento dei Fasci di combattimento, fondato da Mussolini nel marzo 1919, parteciparono poche centinaia di persone. Nell’ottobre del 1922, il re Vittorio Emanuele III conferiva a Mussolini l’incarico di formare il governo, mentre squadre di fascisti armati marciavano su Roma. E dopo altri soli due anni, Mussolini instaurava di fatto la dittatura fascista. I principali fattori che determinarono l’ascesa al potere del fascismo furono i seguenti:
appoggio della borghesia agraria e industriale
successo che il fascismo ottenne presso i ceti medi urbani e rurali
crisi del sistema politico liberale di fronte alla nuova realtà rappresentata da movimenti e partiti di massa
disegno di utilizzare il fascismo per ridimensionare la sinistra e successivamente riassorbirlo dentro le strutture dello stato liberale
debolezza e divisioni all’interno del movimento socialista

Mussolini, dopo l’espulsione dal Partito socialista, aveva continuato la sua opera di agitazione politica dalle colonne del “Popolo d’Italia”, il quotidiano di cui era fondatore e proprietario. Il programma iniziale dei Fasci era decisamente repubblicano e anticlericale, presentava richieste di democrazia politica e sociale; proponeva addirittura la tassazione straordinaria del capitale e il sequestro dell’85% dei sovra-profitti di guerra. La miscela di nazionalismo e sindacalismo rivoluzionario che costituiva la cultura politica del primo fascismo trovava il suo collante nel mito della forza e della violenza “rigeneratrice” e nell’ispirazione antidemocratica e antisocialista.

Il movimento fascista occupò per alcuni mesi una posizione marginale nella vita politica italiana. Fu verso l’autunno del 1920 che assunse un carattere sempre più di massa e sempre più aggressivo: incominciarono in questi mesi le spedizioni delle squadre d’azione fasciste contro esponenti e sedi del movimento socialista. Questo passaggio avvenne nelle campagne (Emilia, Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria e Puglia). Furono i proprietari terrieri, gli agrari, a utilizzare le “camicie nere” per stroncare il movimento contadino. Questa reazione degli agrari fu innescata dalle conquiste ottenute da braccianti e mezzadri e dal successo ottenuto dal Psi nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920, quando molti comuni si diedero amministrazioni socialiste. Essa trovò consenso anche presso quei piccoli e medi coltivatori che erano riusciti a costruirsi una proprietà. Le squadre fasciste erano composte soprattutto da giovani. Si muovevano rapidamente da un borgo all’altro su camion, di notte; distruggevano case del popolo, circoli, cooperative, tipografie, sedi di leghe; prelevavano dalle loro case i militanti sindacali e politici, bastonandoli o uccidendoli, terrorizzando i loro familiari. Questa violenza aveva un forte contenuto simbolico: mirava a intimidire l’avversario, deriderlo, svergognarlo; era una violenza finalizzata a spaventare i militanti socialisti e cattolici, che doveva servire da esempio a tutti gli altri. Nello stesso tempo mirava ad attrarre nuovi giovani, che partivano per le “spedizioni punitive” come per un’eroica avventura o per una crociata a difesa della patria. Le violenze crebbero di intensità, arrivando fino all’occupazione in armi di intere città (Bologna). L’atteggiamento delle forze dell’ordine e della magistratura, nel reprimere queste azioni, fu poco deciso. Il movimento trovò spesso la tolleranza, se non la complicità, di molte autorità locali, civili e militari, imbevute di spirito antisocialista.

Collasso istituzioni liberali
Dalla fine della guerra al primo governo Mussolini si susseguirono sei diversi governi. Questa instabilità politica era il sintomo di una grave crisi della vecchia classe dirigente liberale, che non riusciva più a governare con maggioranze stabili, e dell’intero sistema politico italiano. Socialisti e popolari erano troppo distanti ideologicamente per potersi alleare e proporsi uniti alla guida del paese. Né era possibile l’accordo fra liberali e socialisti, fra i quali era prevalente l’impostazione massimalista. Sempre più precarie risultavano le coalizioni di governo fra liberali, democratici e repubblicani. In questa situazione, nella classe dirigente liberale guadagnò terreno l’ipotesi di una alleanza elettorale che comprendesse i nazionalisti e anche i fascisti. Alle elezioni politiche del 1920 e del 21, i fascisti si presentarono all’interno di blocchi nazionali, cioè in liste comuni con i liberali e altri gruppi di centro. Dopo queste elezioni si aprì una fase di grande instabilità, perché il parlamento risultò ancora più frazionato e privo di maggioranze stabili.

Mussolini si inserì abilmente in questa situazione. Il suo problema era quello di trasformare il movimento fascista in una forza politica, sia per accreditarsi come interlocutore presso le classi dirigenti tradizionali, sia per tenere sotto controllo il fascismo “intransigente” dei capi squadristi locali, i ras. Al congresso dei Fasci (novembre 1921) Mussolini riuscì a trasformare il vecchio movimento dei Fasci nel Partito nazionale fascista che gli fornì un più solido strumento di azione per operare sul piano della legalità politica. Il programma del partito fascista era molto lontano da quello originario del movimento dei Fasci. Il nuovo programma prevedeva uno stato forte e la limitazione dei poteri del parlamento; esaltava la nazione e la competizione fra le nazioni; proponeva la restituzione all’industria privata di servizi essenziali gestiti dallo stato (ferrovie, telefoni …); invocava il divieto di sciopero nei servizi pubblici. Si trattava di un programma di profilo conservatore e nazionalista, che rassicurava nello stesso tempo borghesia agraria, industriale e commerciale. Mussolini, inoltre, per aumentare la propria credibilità presso il sovrano e gli ambienti legati alla monarchia.

Mentre Mussolini consolidava la posizione del fascismo all’interno del sistema politico, il movimento socialista si indeboliva a causa di ulteriori divisioni. La prima e più importante si verificò al congresso di Livorno (1921): un gruppo di dirigenti dell’ala sinistra del partito se ne distaccò dando vita a una nuova formazione politica, il Partito comunista d’Italia. All’origine della scissione stava il giudizio negativo dato da questi dirigenti sulla linea politica del Partito socialista, giudicata inadeguata a costruire in Italia una reale prospettiva rivoluzionaria. Un ulteriore fattore di attrito era rappresentato dal rifiuto opposto dalla maggioranza del Partito socialista ad accettare le condizioni dettate dai bolscevichi per l’adesione alla Terza internazionale, l’organizzazione dei partiti comunisti fondata da Lenin nel 1919.

Una seconda scissione si ebbe all’inizio dell’ottobre 1922, sanzionando l’antica divergenza tra riformisti e massimalisti. Di fronte all’intensificarsi della violenza squadrista i riformisti decisero di appoggiare il debole governo di Luigi Facta; essi diedero vita al Partito socialista unitario, il cui primo segretario fu Matteotti. Alla vigilia della marcia su Roma, il Partito socialista risultava ormai diviso in 3 tronconi. Ma, più in generale, quella che ormai maturava era la sconfitta dell’intero movimento socialista italiano: paralizzato dal conflitto fra l’oltranzismo verbale dei massimalisti e le incertezze dei riformisti; inerme di fronte alla violenza squadrista; indebolito dall’esito deludente delle lotte operaie; poco presente nelle campagne, dove la Federterra seguiva una linea di esclusiva difesa dei braccianti, guadagnandosi l’ostilità dei piccoli e medi proprietari. Profonde divergenze maturavano anche all’interno del Partito popolare tra le diverse “anime” del cattolicesimo politico italiano. L’avanzata del fascismo approfondì la frattura, poiché la destra conservatrice si orientò sempre più i favore di un’alleanza con Mussolini in funzione antisocialista e anticomunista.

Nell’estate 1922 Mussolini giudicò maturi i tempi per una azione di forza. La cosiddetta Marcia su Roma ebbe inizio negli ultimi giorni do Ottobre con l’occupazione di edifici pubblici in varie città dell’Italia centro-settentrionale e il 28 ottobre, le squadre fasciste entrarono nella capitale, senza incontrare resistenza, mentre Mussolini, a Milano, attendeva il compiersi degli eventi. Dal punto di vista militare, i fascisti non avrebbero potuto fronteggiare con speranza di successo una reazione dell’esercito italiano. Tale reazione non vi fu, perché il re Vittorio Emanuele III rifiutò di decretare lo stato di assedio per difendere Roma, e il 28 ottobre convocò a Roma Mussolini affidandogli l’incarico di formare un nuovo ministero. Il primo governo Mussolini comprendeva cinque esponenti fascisti e altri ministri liberali, popolari, indipendenti filofascisti e nazionalisti. La marcia su Roma e la formazione del primo governo Mussolini segnarono il crollo delle istituzioni liberali e democratiche. Nel giro di pochi anni il fascismo avrebbe cancellato ogni forma di legalità democratica e di libertà politica e sindacale.

Transizione verso la dittatura
Il periodo dall’ottobre 1922 al gennaio 1925 è stato individuato dagli storici come una fase di transizione verso il vero e proprio regime fascista. Alla testa del governo, Mussolini si sforzò di presentare il Partito fascista come centro di aggregazione e di una maggioranza diversa da quella tradizionale di tipo giolittiano e di rassicurare i ceti sociali, le forze politiche e quella parte dell’opinione pubblica che avevano visto nel fascismo un mezzo per garantire l’ordine e la pace sociale .Egli cercò inoltre di legittimarsi sul piano internazionale. Il fascismo veniva visto da molti come una forza conservatrice capace di opporsi con successo al pericolo di un’affermazione socialista. Il fascismo era fondamentalmente una forza politica dittatoriale e tendenzialmente totalitaria, del tutto diversa dai regimi politici liberaldemocratici.

Il fascismo del 1922-25 no era ancora una dittatura, ma ciò non impediva di non abbandonare il terreno della violenza. La violenza squadrista continuava impunita. Il settore più intransigente del partito spingeva perché Mussolini lanciasse una “seconda ondata” della cosiddetta rivoluzione fascista, che spazzasse via definitivamente ogni opposizione. Mussolini, invece, “continuava a giocare abilmente su due tavoli, quello della manovra politica e quello della violenza illegale”. Esemplare è la costituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, una sorta di “esercito parallelo” che inquadrava le squadre d’azione fasciste agli ordini del capo del governo. La Milizia fu uno strumento per incanalare e disciplinare il fascismo più bellicoso, accreditando presso l’opinione pubblica l’idea che Mussolini volesse davvero “normalizzare” il paese, compresi i suoi fascisti.

Altri provvedimenti furono presi da Mussolini al fine di consolidare il suo potere, pur rimanendo sempre entro i limiti costituzionali dello Statuto Albertino. Egli fece approvare una legge che consentiva al governo di istituire nuove leggi attraverso decreti, sottraendo quindi autorità al parlamento; fece approvare pesanti limitazioni alla libertà di stampa, dando ai prefetti ampi poteri di censura; collocò funzionari fascisti in molti posti-chiave dell’amministrazione pubblica. Al tempo stesso, attuò una politica economica nettamente favorevole all’industria privata e ai possessori di grossi patrimoni: in questo senso andarono l’abolizione della nominatività dei titoli azionari, la riduzione dell’imposta di successione, l’abolizione delle imposte straordinarie sui sovraprofitti di guerra e quella del monopolio statale sulle assicurazioni sulla vita, la concessione del servizio telefonico a società private.

La stabilità del governo Mussolini era tuttavia sempre minacciata dal fatto che ne facevano parte forze politiche non fasciste, quali i popolari e i liberaldemocratici. Tra i popolari si giunse al conflitto aperto fra la componente di Sturzo, che giudicava il fascismo incompatibile con gli ideali del cattolicesimo popolare, in primo luogo per la sua esaltazione della forza dello stato, e quella clerico-moderata, che sosteneva Mussolini. Mussolini riuscì a guadagnare consensi nell’area conservatrice del mondo cattolico e presso gli ambienti vaticani. Le pressioni della Santa Sede e una violenta campagna della stampa fascista indussero don Sturzo a dimettersi da segretario del Partito popolare. Nel 1923 Mussolini, riuscì a far approvare una nuova legge elettorale, basata sul principio maggioritario. Con questa legge si andò alle elezioni dell’aprile 1924, che costituirono un momento cruciale nel passaggio alla dittatura fascista.

Il partito fascista si presentò alle elezioni non da solo, ma all’interno di una lista nazionale, di cui facevano parte fascisti, nazionalisti, esponenti liberali, cattolici della componente clerico-moderata. Gli antifascisti si presentarono in ordine sparso. Il “listone” ottenne un grande successo. Brogli e intimidazioni di ogni tipo, operato dai fascisti, accompagnarono le votazioni. Ma il successo di Mussolini nasceva anche dal fatto che il fascismo stesso era riuscito a proporsi di fronte alla borghesia, alla classe dirigente conservatrice e ai ceti medi come forza politica in grado di garantire la stabilità politica e l’ordine sociale.

Il 10 giugno 1924 Matteotti fu rapito da una squadra fascista. Il suo cadavere venne ritrovato, semisepolto il successivo 16 agosto. Il delitto Matteotti scosse profondamente l’opinione pubblica, aprendo una grave crisi politica. Le opposizioni parlamentari (socialisti, comunisti, quella parte di popolari che aveva rifiutato l’alleanza col fascismo, liberaldemocratici) decisero per protesta di non partecipare più ai lavori delle camere, intendendo con questo che non riconoscevano legittimità morale e politica a un parlamento dominato fai fascisti (secessione dell’Aventino). Con il passare dei mesi, l’opposizione aventiniana si rivelò sempre più sterile e Mussolini poté gradatamente riprendere in pugno la situazione. L’epilogo fu il famoso discorso al parlamento del 3 gennaio 1925, con cui egli si assunse la responsabilità politica del delitto Matteotti.

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