DovivoD di DovivoD
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Alla fine degli anni quaranta sembrava impossibile ristabilire l’equilibrio. Crollò l’assetto impostato dal Congresso di Vienna con una rapidità immane (proverbio: “fare un 48”). Questo disastro ebbe centro nelle principali città europee, rimasero escluse solo Russia e Inghilterra.
Il ’48 ebbene alcuni fattori in comune, come la crisi economica, che raggiunse l’apice in Irlanda dove un malattia delle piante distrusse i raccolti di patate.
Un altro aspetto comune furono i manifestanti che aspiravano a libertà civili e politiche e a ordinamenti costituzionali. I protagonisti furono – per la pima volta – gli operai e i lavoratori più poveri.
I moti seguivano tutti un copione: al collasso dei vecchi regimi seguivano rivoluzioni, che creavano fratture interne. Indebolito il movimento, le forze conservatrici ripristinavano l’ordine.
Dalla rivoluzione del ’48 però l’assetto europeo non ne uscì mutato.

I diversi sviluppi politici del ‘48

La Francia dalla “Monarchia borghese” alla seconda repubblica
Sotto la “monarchia di luglio” la Francia si sviluppo economicamente e divenne una “monarchia borghese”. Durante la monarchia di luglio non venne modificata drasticamente la Carta costituzionale del 1814. Venne solo ampliato il diritto di voto, ora legato al reddito.
Luigi Filippo d’Orleans fu contestato a destra dai legittimisti borbonici, dai cattolici e dai bonapartisti; a sinistra dai gruppi democratici repubblicani e giacobini. A Lione e a Parigi si verificarono dei moti popolari contro la monarchia, repressi con la violenza dall’esercito.
Minacciato, Luigi Filippo si orientò su posizioni conservative. I contrasti all’interno dell’oligarchia causavano una certa instabilità. Nel 1840 Francois Guizot assunse la guida del governo e ci fu un’altra svolta conservatrice.
A opporsi erano coloro che volevano ampliare il corpo elettorale contro quelli che volevano il suffragio universale maschile e l’ampliamento dei diritti.
Gli scontri influenzarono anche la politica estera, ravvicinando la Francia e l’Austria.
Fu la questione del suffragio a innescare la rivoluzione che ribaltò la monarchia di luglio. Il moto prese vita con una serie di “banchetti”, ovvero delle discussioni pubbliche che avvenivano a Parigi. Nel 1848 l’autorità prese delle contromisure e ne seguì una rivolta che si concluse con l’uccisione di decise di persone. I manifestanti presero il controllo. Invasero la Camera dei deputati. Fu poi proclamata la repubblica e la bandiera dello stato divenne il tricolore blu-bianco-rosso.

Per risanare la finanza fu inserito un piano di imposte dirette. Fu poi abolita la pena di morte per reati politici, abolita la schiavitù nelle colonie, ripristinata la libertà di stampa e introdotto il suffragio universale maschile.
Il 23 aprile 1848 su tennero le elezioni per l’Assemblea costituente. Il 15 maggio ci fu un’altra rivolta e i capi della rivoluzione furono subito arrestati. L’assemblea chiuse gli “ateliers nationaux” (dei stabilimenti nazionali per assorbire la disoccupazione).
A fine giugno la situazione precipitò: scoppiò un’insurrezione che fu repressa nel sangue.
L’assemblea promulgò una costituzione repubblicana dove il potere legislativo fu affidato a un parlamento, e quello esecutivo a un presidente della repubblica. Vinse le elezioni Luigi Napoleone Bonaparte (nipote di Napoleone).
Nel 1850 venne approvata un legge elettorale che impediva il suffragio alle fasce più povere, venne poi di nuovo limitata la libertà di stampa.

Le monarchie autoritarie e il ‘48

In Russia lo zar Nicola I proseguì la politica reazionaria del fratello. Represse le rivolte contadine, che minacciavano gli equilibri interni.
In Austria, morto Francesco I, salì al trono Ferdinando I, debole e malato, fu affiancato da un consiglio di reggenza guidato da Metternich. Egli si impegnò a conservare l’equilibrio dell’Europa.
Il nazionalismo tedesco fu un altro motivo di inquietudine per l’impero asburgico. La Germania era più unita e culturalmente omogenea dell’impero asburgico.
La Russia dopo il Congresso di Vienna si divise in due blocchi: a est, il più grande, con Berlino come capitale; a ovest, confinate con la Francia. Nel 1834 ci fu un’unione doganale di molti stati della confederazione. L’Unione venne chiamata Zollverein. Essa aboliva le barriere esterne e proteggeva i prodotti interni, ponendo dazi elevati sulle merci estere. Il nuovo sovrano Federico Guglielmo IV stava elaborando un progetto costituzionale, ma l’iniziativa fallì. Da lì a poco il regno prussiano stava per essere sconvolto dai moti europei.

La notizia si propagò velocemente per tutta Europa. A Vienna, sin dal 29 febbraio, ci furono agitazioni in piazza che provocarono le dimissioni del cancelliere Metternich, che si rifugiò in Inghilterra.
Ferdinando I promise una costituzione, libertà di stampa e disse di voler eleggere un’Assemblea costituente a suffragio ristretto. Questo causò ulteriori manifestazioni e, di fronte al pericolo, l’imperatore concesse il suffragio universale. L’assemblea venne eletta e si occupò subito di abolire la servitù della gleba.
A Praga, formatosi un governo provvisorio, si tenne un Congresso dei popoli slavi il quale scopo era trasformare l’impero in una federazione di stati nazionali. Ma poco dopo l’apertura dei lavori, una nuova rivoluzione fu repressa nel sangue, l’assemblea si disperse e il governo fu sciolto.
L’Ungheria si proclamò autonoma, istituì un governo con la sua costituzione, che aboliva i vincoli feudali dei contadini. Insorsero però dei contrasti fra i diversi gruppi nazionali. Dopo il ritorno di Ferdinando I a Vienna, le autorità asburgiche tentarono di portare l’ordine in Ungheria.
I primi d’ottobre scoppiò un’altra insurrezione a Vienna e Ferdinando I abdicò in favore del nipote Francesco Giuseppe. Egli sciolse il Parlamento di Vienna e promulgò una costituzione che mantenne in vita, tra tutte le misure prese durante la rivoluzione, solo l’abolizione della servitù della gleba.
Per domare gli insorti ungheresi, Francesco Giuseppe chiese aiuto allo zar Nicola I e insieme sconfissero i rivoluzionari nella battaglia di Vilagos.
I movimenti a Parigi influenzarono anche la Confederazione germanica. Le agitazioni iniziarono a Baden, poi in Prussia fino a Berlino. Federico Guglielmo IV fu costretto a concedere agli insorti un’Assemblea costituente prussiana da eleggersi a suffragio universale.
Nel frattempo ovunque nella Confederazione si puntava all’unificazione nazionale. Cominciarono a operare due parlamenti: Assemblea costituente prussiana e Assemblea nazionale tedesca. Erano molto diverse tra loro: la prima aveva rappresentanti borghesi, artigiani e contadini; la seconda era composta da membri di ceto medio-alto. Si formò così una spaccatura poiché le due assemblee avevano diverse visioni della nazione tedesca: i primi miravano a una Grande Germania che comprendesse tutti gli stati dell’area; i secondi volevano escludere l’Austria e collocare in posizione centrale la Prussia (Piccola Germania).
Il 5 dicembre 1848 l’Assemblea costituente di Berlino fu sciolta, le aspirazioni democratiche andarono così deluse. Si tentò un’unificazione “dal basso” offrendo a Federico IV di Prussia la corona imperiale, ma egli rifiutò.
Egli tentò di recuperare, nei mesi successivi, creando un’Unione germanica del Nord. Questo progetto si scontrò con l’Austria quindi Federico IV, sotto ordini di Francesco Giuseppe, firmò il trattato di Olmutz dove scioglieva l’Unione.

Il ’48 in Italia

Dopo i moti del 1831: democratici, moderati e neoguelfi
I moti del 1831 in Italia maturarono la politica, infatti ci si rese conto che non si arrivava a nulla appoggiandosi su una o più potenze straniere, ma che bisognava agire da soli, elaborando un programma che superava i limiti localistici e di ceto sociali, cosa che era presente in tutti i progetti rivoluzionari fino ad allora.

Il primo a battersi per questo programma fu Giuseppe Mazzini. Nel 1831 fondò la “Giovine Italia”, un’associazione il cui scopo era rendere l’Italia una nazione repubblicana e unitaria.
Mazzini aveva una concezione di nazione tutta sua: una comunità di discendenti, le generazioni erano legate da relazioni di parentela e amore e doveva essere uno stato libero, indipendente e repubblicano. Era una concezione innovativa perché era il popolo a poter rendere la nazione una nazione libera.
Ogni popolo secondo Mazzini aveva la propria missione storica, doveva assumere l’iniziativa di fare un progresso. Il compito del popolo italiano era quello di diffondere in Europa l’idea delle nazioni libere. Questo nuovo periodo, dove i popoli puntavano alla libertà, alla pace e all’associazione con un’Europa costituita da un insieme di nazioni tutte uguali tra loro, fu chiamato “Terza Roma”. In Mazzini vi era una grande componente religiosa, tanto che la sua “formula” era “Dio e popolo”.
Egli aveva idee precise su come procedere: doveva fare propaganda mediante l’uso di opuscoli e giornali. Questo avrebbe portato a una guerra con i governi italiani e contro gli eserciti lealisti. A guerra conclusa avrebbe dovuto cedere il potere ad un’Assemblea costituente eletta dal popolo.
Mazzini cercò subito di attuare il suo programma e a lui si unì anche Giuseppe Garibaldi. Ma la sua iniziativa fu scoperta dalla polizia e si concluse con numerosi arresti e condanne. Mazzini si rifugiò in Svizzera dove fondò la “Giovine Europa”, ma anche stavolta la polizia impedì il compimento del programma. Nel 1837 si rifugiò a Londra e nel 1839 fondò una seconda “Giovine Italia”. Gli obbiettivi erano sempre gli stessi, con l’aggiunta di voler ridurre le ore dei lavori e aumentare i salari.
Agli inizi degli anni quaranta si diffuse anche l’idea di un progetto monarchico-costituzionale, che venne chiamata “moderato”. Questo aveva in comune con la “Giovine Italia” di Mazzini due cose: entrambe volevano dar potere al popolo nei singoli stati e creare un organo rappresentativo di tutti i paesi. Il progetto conquistò rapidamente un ampio consenso.
Vincenzo Gioberti, prendendo spunto da Mazzini, nel 1843, propose un’unione tra gli stati presieduta dal papa. A differenza di Mazzini però lui non puntava a dare il potere al popolo, bensì alla Chiesa di Roma. Il suo progetto mirava ad un accorto tra sovrani italiani. Il movimento prese il nome di “neoguelfo”.
A commentare il programma fu Massimo D’Azeglio si distaccò dai moti rivoluzionari poiché pensava che l’unico modo per il successo era un programma di graduali riforme.
Carlo Cattaneo era convinto base del cambiamento ci sarebbero dovuti essere i ceti borghesi, poiché potevano fornire bene alla società attraverso l’attuazione di riforme.
La proposta moderata e neoguelfa aveva raccolto numerosi consensi e si rafforzò quando fu eletto papa Pio IX, il quale divenne immediatamente l’icona del liberalismo moderato. Egli concesse la formazione di una Consulta di Stato e decise di attenuare la censura sulla stampa, dando il via libera a un giornalismo politico.
Piano piano tutti i sovrani italiani furono costretti a fare lo stesso, così in tutta la penisola cominciarono a girare giornali politici. Leopoldo II e Carlo Alberto attenuarono la censura rispettivamente in Toscana e nel Regno di Sardegna.
Nel novembre del 1847 strinsero un accordo col papa per realizzare una Lega doganale italiana, in modo da favorire l’integrazione economica abbattendo le barriere e adottando una tariffa daziaria unica. La lega però rimase solo un progetto.
L’unica potenza a rimanere estranea alla riforma fu il regno delle Due Sicilie.

Dalle costituzioni alle insurrezioni

Tra il 1848-49 in Italia si susseguirono molteplici moti che miravano all’unificazione nazionale.
Le rivoluzioni iniziarono il 12 gennaio a Palermo e si espansero pian piano su tutta Italia.
Per bloccare le agitazioni il sovrano Ferdinando II diminuì la censura di stampa e licenziò il tanto odiato ministro della polizia. Tutto questo non servì a placare i manifestanti, così il 29 gennaio promise una costituzione “liberale”, ma i siciliani la rifiutarono.
Dal 29 gennaio al 14 marzo anche le altre potenze italiani concessero costituzioni liberali sul modello della Carta francese del 1814.
In Toscana Leopoldo II fondò lo Statuto Fondamentale; nel Regno di Sardegna Carlo Alberto promise lo Statuto albertino; Nello Stato della Chiesa si fondò lo Statuto del Regno.
Tutti gli statuti prevedevano un parlamento bicamerale. Il potere legislativo era diviso tra il parlamento e il sovrano, mentre quello esecutivo era esclusivo del sovrano. Il cattolicesimo venne proclamata religione di stato.
Nel frattempo nei centri urbani si scatenarono dei moti contro il dominio austriaco in Italia. A Milano si aprì lo “sciopero del fumo”, poiché il tabacco era fonte di guadagno per l’impero asburgico.
Guidati da Enrico Ceruschi, il 18 marzo i milanesi si rivoltarono. Tra loro vi erano i giovani dell’orfanotrofio, chiamati martinitt. Dopo 5 giorni di lotta, costrinsero gli austriaci a ritirarsi. Nonostante il successo, all’interno del moto vi erano idee diverse che crearono dei dissidi.
A Venezia negli stessi giorni i manifestanti liberarono due grandi esponenti del movimento liberale: Daniele Manin e Niccolò Tommaso. Manin guidò la rivolta che costrinse gli austriaci a ritirarsi. Il 23 marzo si proclamò la Repubblica di Venezia.

La prima guerra di indipendenza

Anche se l’esercito piemontese era debole, Carlo Alberto decise, il 23 marzo 1848, di dar guerra all’Austria. Lo scopo era quello di creare un regno dell’Alta Italia e apparve come il primo atto concreto della riscossa nazionale.
Le operazioni militari non furono brillanti. A causa delle manifestazioni gli altri sovrani furono costretti a partecipare a quella che sembrava la guerra di Italia contro Austria.
Ferdinando II e Pio IX inviarono due divisioni, Leopoldo II spedì dei battaglioni di studenti universitari volontari, i quali contribuirono alla vittoria a Curtanone e Montanara. Era solo una vincita apparente, Pio IX il 29 aprile ritirò le sue truppe.
Torino fu lasciato da sola e si trovò a gestire una politica di espansione nelle regioni liberate. Arrivò alla fusione delle province Lombarde con il Regno di Sardegna.
Anche Venezia, il ducato di Parma, di Piacenza e di Modena si unirono al Regno di Sardegna.
Il 11 giugno però l’Impero austriaco riconquistò Venezia e tutte le altre province venete, per poi sconfiggere definitivamente l’esercito piemontese. Così il 5 agosto Carlo Alberto accettò di firmare l’armistizio con L’Austria.
La stagione del ’48 democratico italiano
A Palermo, e nel regno delle Due Sicilie con Ferdinando II, si cominciò la fase di “normalizzazione”.
Nel resto dell’Italia la sospensione delle guerre contro l’Austria portò a una soluzione repubblicana della questione nazionale italiana.
In Toscana, con Giuseppe Montanelli, si adottò il suffragio universale per eleggere un’Assemblea Costituente. La Camera nominò un triumvirato formato da Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni. Guerrazzi era indeciso se formare o no una Repubblica dell’Italia Centrale. Infastidito da questa indecisione, un gruppo di moderati attuò un colpo di stato. Nel 27 luglio Leopoldo II riprese il potere annullando i provvedimenti presi.
Nello Stato della Chiesa si formò uno scisma causata dalla delusione della decisione di Pio IX di abbandonare la guerra. Egli affidò il governo a Terenzio Mamiani, che si dimise, e cedette il suo posto a Pellegrino Rossi. Egli conservò la decisione di astenersi dalla guerra, e fu ucciso. Nove giorni dopo Pio IX fuggì a Gaeta.
Intanto Roma elesse un’Assemblea costituente, la quale portò alla nascita della Repubblica Romana. Quando il 6 marso arrivò Giuseppe Mazzini, egli rinvigorì le aspirazione rivoluzionarie.
Senza il sostegno della Toscana, Roma si trovò in difficoltà. Luigi Napoleone inviò delle truppe contro la Repubblica, mirando a ripristinare il potere temporale del papa. Altri democratici europei diedero una mano a Garibaldi. L’assemblea non poteva più opporre resistenza così il 4 luglio i francesi occuparono Roma.
Il potere del papa fu ripristinato e Mazzini ed altri repubblicani furono esiliati. Nell’agosto del 1849 anche la Repubblica Veneta fu costretta ad arrendersi.
Il Piemonte era l’unico stato che non aveva avuto conflitti. Carlo Alberto nominò un nuovo governo con a capo Vincenzo Gioberti e uno militare. Disdisse l’armistizio con l’Austria e riprese la guerra. Il 23 marzo fu confitto a Novara, così abdicò e cedette il posto a Vittorio Emanuele II, il quale firmò un altro armistizio. Egli lasciò in vigore lo Statuto Albertino e permise a molti patrioti di rifugiarsi in Piemonte, che continuò ad essere il punto di riferimento dei liberali.

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