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Il comportamento del popolo nelle cinque giornate di Milano

Il 19 marzo del’48, la seconda delle Cinque giornate, tutti si davano da fare, portando gli oggetti più disparati alla causa comune. Si ammucchiavano in fretta mobili, botti, panche, letti gettati apposta dalle finestre con tutto il materasso, pietre divelte dalle strade e dai marciapiedi.
Anche una stia con i polli vivi e chioccianti ancora dentro, il carro delle esecuzioni capitali preso dalla casa del boia o un vaso da notte. A Porta Romana erano state usate le carrozze di corte prese da una chiesa.
Sulle barricate vicino alla Scala, le sedie del teatro, le quinte e altre attrezzature di scena. Al Cordusio centinaia di balle di libri bollettari presi all’Ufficio del Bollo.
Un negoziante di strumenti musicali, portò in strada un pianoforte a coda, che alla fine stesso negoziante andò a riprendersi il pianoforte e trovò lo intatto, ”come se, invece di mandarlo alla guerra, l’avesse noleggiato per un qualche normale concerto”.

Fatte le barricate mancavano le armi: si presero d’assalto i negozi degli armaioli, si saccheggiarono gli antiquari. E quando nemmeno l’antiquariato poteva servire, si tiravano addosso agli Austriaci le tegole, i sassi e l’acqua bollente.
A un nemico forte e ben armato la gente oppone l’ingegno e la solidarietà.
I ricchi distribuivano, in quei giorni, denaro e alimenti a quanti si fossero presentati alla porta della loro casa. Anche ad assistere feriti s’era intanto provveduto nelle case private.
E questo era il contributo dei rivoluzionari per fermare gli Austriaci.

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