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L’età del colonialismo

Il colonialismo imperale o imperialismo si sviluppò nel periodo compreso tra il 1880 e il 1914, nel quale tutte le nazioni occidentali procedettero all’occupazione militare di interi continenti alla ricerca di materie prime e di nuovi mercati. Questa nuova colonizzazione era attuata dalla piccola borghesia, certa della superiorità della cultura occidentale e spinta dalla speranza di inserirsi ai vertici della scala sociale nella nuova società.
L’obiettivo principale dei colonialisti fu l’Africa che, a eccezione della Colonia del Capo (inglese) e dell’Algeria (francese), era stata sfruttata fino al 1880 soltanto come via di transito o serbatoio di schiavi. A partire da quella data, invece, essa divenne oggetto di una rapida spartizione facilitata dalla debolezza delle sue strutture politiche ed economiche.
Nel 1881 la Francia occupò la Tunisia e l’anno dopo l’Inghilterra si impadronì dell’Egitto, entrambe province autonome dell’Impero ottomano, che divennero protettorati delle due nazioni europee. Tra Francia, Belgio e Portogallo nacque una controversia per il possesso del Congo; per dirimerla, nel 1884-85 fu convocata la Conferenza di Berlino la quale stabilì il principio secondo cui le spartizioni dovevano essere fatte sulla base di una effettiva occupazione militare. Ciò incrementò ovunque una politica di armamenti e di spedizioni belliche. Particolarmente crudeli furono l’occupazione belga del Congo Belga e quella tedesca della Namibia, nel corso della quale fu sterminato il popolo Herero.

In Asia gli Europei si erano insediati dal tempo. Qui uno degli ultimi obiettivi della colonizzazione imperialistica fu l’Afghanistan, inutilmente contesso da Russia e Gran Bretagna nel cosiddetto “Grande gioco”, grazie alle caratteristiche geografiche del paese e alla combattività dei suoi abitanti.
In Oriente la Gran Bretagna deteneva il più grande impero coloniale del mondo, che comprendeva basi in Cina e Malesia, l’Austria e l’India. In quest’ultima regione gli inglesi confiscarono terreni e sconvolsero l’equilibrio economico e sociale, ma introdussero anche un’ottima rete ferroviaria e tentarono di abbattere crudeli pratiche religiose come quella di bruciare vive le vedove. Infruttuoso invece rimase il proposito di eliminare il sistema delle caste.
La Cina, paese di antichissima civiltà ma incapace di competere con l’Occidente, subì anch’essa una sorta di dominio coloniale da parte degli inglesi che vi barattavano l’oppio prodotto in India con l’argenti cinese. Al tentativo fatto dall’imperatore di porre fine a questo commercio, la Gran Bretagna reagì scatenando e vincendo tra il 1839 e il 1860 le Guerre dell’oppio. Da allora anche Francia, Germania, Russia e Giappone si appropriarono di territori cinesi. Dal canto loro, gli Stati Uniti imposero la politica della “porta aperta” che riconosceva la libertà di commercio ed estensione a tutti gli occidentali dei privilegi ottenuti da uno dei paesi occupati. Con la cosiddetta rivolta dei Boxer la Cina tentò di scrollarsi di dosso la dominazione straniera, ma il tentativo fu represso nel sangue dagli Stati Uniti e dal Giappone.
In Giappone dove, rovesciato lo shogun, i samurai assunsero un ruolo dirigente, furono avviati invece un processo di modernizzazione e una politica di potenza che portò il paese a conquistare la Manciuria, parte dell’isola di Sakhalin e la Corea .
Diverso da questo impero fu l’imperialismo statunitense che non si attuò in forme di controllo militare ma di dominio economico. Essi spostarono la “frontiera” in due direzioni: a sud verso i Caraibi e a Ovest verso l’Oceano Pacifico.
Nei Caraibi, innanzi tutto, il controllo di Panama consentì nel 1914 l’apertura del Canale che permetteva di passare dall’Atlantico al Pacifico. Inoltre alcuni territori centro-americani furono annessi, diventando parte degli Stati Uniti; in altri, invece, grandi società, come la United Fruit Company, si assicurano il monopolio delle produzioni e dei commerci. Espandendo questo modello e appellandosi alla “Dottrina Monroe”, gli Stati Uniti assunsero il ruolo di “garanti dell’autonomia dell’Occidente” e di tutori dell’economia dei paesi latino-americani, un ruolo in nome del quale non esitarono spesso a ricorrere alle armi e ad appoggiare squalificate dittature.
Nel Pacifico, frattanto, le isole Hawaii, Samoa e Midway, le Filippine (prima spagnole) e l’isola di Guam finirono anch’esse sotto la protezione americana.

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