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Le cinque giornate di Milano

Le cause

L'otto settembre del 1847 Bartolomeo Romilli, arcivescovo della diocesi di Milano, celebrò la messa in Duomo per la prima volta. La nomina di un arcivescovo italiano in una città che, come Milano, era occupata dall'Austria, trascese il valore religioso per acquistare una valenza politica. Infatti, dopo la celebrazione, ci furono manifestazioni da parte della cittadinanza milanese che furono però sedate con la forza dalla milizia armata austriaca. Nei mesi seguenti andarono moltiplicandosi le associazioni politiche patriottiche in cui ebbero una parte fondamentale grandi pensatori come Carlo Cattaneo, Carlo Tenca e Cesare Correnti. > Vennero fondati nuovi giornali, che esprimevano pienamente le nuove ideologie indipendentiste, ai quali aderiva una parte sempre più cospicua della popolazione.
Anche nel resto dell'Italia prendevano piede le teorie indipendentiste: grandi protagonisti del Risorgimento, come Giuseppe Mazzini, iniziarono i questo periodo a cercare seguaci per liberare l'Italia dall'invasore.
A Milano, il governo austriaco rispose alle provocazioni dei ribelli con una rigida intransigenza: anche le richieste riguardanti la tutela dei diritti fondamentali della popolazione furono prese solo parzialmente in considerazione.
Non riuscendo a far fronte alle rivolte che continuamente scoppiavano in tutti i paesi dell'Impero, il cancelliere austriaco Klemens, Principe di Metternich, si dimise dalla carica.
Il 1848 si aprì con lo sciopero del tabacco: per ostacolare il traffico commerciale austriaco i milanesi smisero addirittura di fumare. La dura repressione operata dalla milizia austriaca portò gravi disordini, poiché il governo di Vienna invece di cercare di sedare la rivolta, inviò dei rinforzi armati che provocarono ulteriore intolleranza da parte dei cittadini.
Nel frattempo scoppiavano rivolte in tutta Europa, come ad esempio quella del 12 gennaio in Sicilia e quella di febbraio a Parigi.
> I milanesi, per questo, iniziarono i preparativi per una rivolta armata, seguendo il programma di Cesare Correnti che può essere riassunto nella frase: liberare Milano e la Lombardia dagli Austriaci.
Le notizie delle dimensioni di Metternich, dell'abolizione della censura e della concessione di una "costituzione" che l'Impero Austriaco prometteva solo per cercare di impedire una rivolta ormai imminente, portarono i cittadini di Milano a decidere di impugnare le armi per cacciare l'oppressore.

La prima giornata di rivolta

La mattina del 18 marzo si accese la rivolta popolare, nonostante la cittadinanza milanese disponesse di armi ottenute per lo più con mezzi di fortuna e fosse consapevole di doversi scontrare con una delle milizie più potenti d'Europa: la milizia austriaca.
Gli intellettuali che per tutto il 1847 avevano posto le basi per la liberazione, organizzarono un Governo Provvisorio con a capo Cesare Correnti.
La decisione presa dal governo austriaco di concedere quasi tutte le riforme chieste dai cittadini venne vista dal popolo milanese come un segno di debolezza e aumentò ancora di più il desiderio di rivolta.
Una folla composta da uomini, donne e ragazzi appartenenti a ogni ceto sociale si diresse verso il palazzo del governatore chiedendo l'autorizzazione ad istituire una Guardia Nazionale a gridando all'unisono viva l'Italia, viva Pio IX!.
Il tempestivo arrivo dell'arcivescovo Bartolomeo Romilli non servì a placare i rivoltosi, ma accese ancor di più gli animi del popolo.
Il vicepresidente O'Donell intenzionato a far occupare militarmente la città dalle truppe di Radetzky, mandò a chiamare Gabrio Casati per cercare di valutare le conseguenze che un simile gesto avrebbe ineluttabilmente portato con sè.
All'arrivo del capo dei rivoltosi la folla si placò e il vice governatore si convinse a non convocare la milizia. Nonostante questo, una nuova ondata di ribelli non riuscì a essere trattenuta e l'invasione del palazzo del governo fu inevitabile.
Casati, quando si rese conto che nulla ormai poteva essere fatto per trattenere la folla ormai divenuta di fatto ingestibile, diede vita a un Governo Provvisorio e occupò il palazzo del Broletto.
Radetzky d'altro canto riunì la milizia e iniziò a marciare contro la sede operativa dei ribelli. Quando i militari giunsero davanti alle barricate innalzate dal popolo in rivolta la battaglia ebbe inizio.
Solo dopo ore di estenuante assedio, il Broletto cadde e i rivoltosi, fatta eccezione per Casati, riuscito a fuggire, vennero catturati.
La milizia austriaca, inoltre, riuscì a conquistare il Duomo eCattaneo, insieme a Casati, preparò un piano per la mattina seguente.

La seconda e la terza giornata di lotta

Durante la seconda giornata di rivolta i milanesi, meglio organizzati, riuscirono a tenere a bada la milizia austriaca ergendo per la città nuove barricate. E' diventata quasi leggendaria la figura di martinitt, ragazzi e bambini che aiutarono i cittadini a raggiungere zone ancora presieduta dagli austriaci superando più facilmente rispetto agli adulti i posti di blocco.
I comandanti della rivolta, quegli intellettuali contrari all'opprimente regime austriaco e aspiranti all'unificazione e alla libertà del d'Italia, istigarono la folla perché si tenesse pronta al nuovo attacco da parte delle truppe di Radetzky.
Il colonnello, infatti, intuì che la milizia milanese non avrebbe potuto da sola sedare tutti i focolai di rivolta, tanto più che andavano diffondendosi voci su immaginare aiuti ai ribelli da parte di mercenari svizzeri e tedeschi e contattò i soldati austriaci di tutta la Lombardia.
Il fatto principale della giornata fu la conquista di Porta Nuova da parte della cittadinanza milanese: sempre utilizzando le tecniche di una guerriglia, con un'imboscata vennero catturate le milizie austriache e fu occupata la zona.

Durante la giornata del 20 marzo vennero nominati i Ministeri principali (sicurezza, sanità, difesa) di quello che poi sarebbe diventato il Governo Provvisorio della Lombardia.

Il Consiglio di Guerra che includeva questi Ministeri venne posto sotto la presidenza di Carlo Cattaneo.
Venne presentato un trattato di pace da parte del governo austriaco, trattato che fu la causa di una netta separazione fra Casati e Cattaneo: il primo firmò il trattato, sperando di arrivare ad una risoluzione pacifica del conflitto fra ribelli milanesi ed il governo austriaco, prendendo parte al vecchio Consiglio Municipale; il secondo rifiutò l'accordo, sperando di poter ottenere maggiori vantaggi e libertà per la classe borghese e per gli intellettuali continuando a combattere.
D'altra parte nemmeno il maresciallo Radetzky voleva arrendersi alle contestazioni di rivoltosi, essendo convinto che, con l'aiuto delle truppe alleate, la vittoria sui milanesi sarebbe stata schiacciante e definitiva.
Durante le giornate di movimento non si ebbe mai una presa di decisione definitiva da parte delle classi aristocratiche milanesi. Da un lato la nobilità, pur contraria alla censura e al rigore austriaci, si rifiutava di appoggiare esplicitamente i rivoluzionari per timore di vendette da parte del invasore; dall'altro ci si augurava che Carlo Alberto, principe di Savoia, riuscisse ad occupare la città cacciando definitivamente il governo Viennese.
Poichè parte della classe nobiliare faceva parte del Consiglio Municipale, Cattaneo si trovò costretto ad affrontare anche una situazione interna allo stesso movimento ribelli, estremamente difficile.

La quarta e la quinta giornata di lotta

Le trattative con il regno piemontese governato da Carlo Alberto, intraprese dai rivoluzionari, sembravano giungere a buon fine.
Il sovrano del Piemonte aspettò molto a sferrare l'attacco decisivo contro l'Austria per portare aiuto Milano, in parte perché era conscio delle risorse militari di cui disponeva, indubbiamente inferiori a quelle austriache, in parte perché (a torto) temeva che lasciando sprovvisto il suo regno della milizia, si sarebbero diffuse velocemente le idee repubblicane mazziniane.
Comunque i ribelli della corrente estremista capeggiata da Cattaneo, la mattina del 21 marzo rifiutarono una nuova proposta di armistizio da parte del governo di Vienna proprio contando sull'aiuto del sovrano.
Durante tutta la giornata si susseguirono numerose battaglie per cercare di conquistare i più importanti luoghi strategici austriaci, come la caserma di San Simpliciano, San Vittore e San Francesco, e la contrada di Brera, vere e proprie roccaforte austriaca.
La divisione fra Casati e Cattaneo diveniva sempre profonda: il primo però rifiutava l'esigenza di un compromesso con gli invasori, il secondo nutriva spiccate idee repubblicane che sperava di vedere realizzate con la conquista di Milano.
La composizione di un Governo Provvisorio, in grado di prendere la guida della città in caso di resa da parte degli austriaci, era però inevitabile.
Pertanto viene nominato un governo, di cui facevano parte le correnti più moderate, con alla guida Casati, mentre a Cattaneo vennero affidati la difesa e i consigli di guerra.

All'alba del 22 marzo i cittadini milanesi si prepararono a combattere la battaglia più violenta delle cinque giornate di lotta.
Per ricevere i soccorsi delle campagne e aprire la strada agli aiuti piemontesi i rivoluzionari si impegnarono nella conquista delle porte che delineavano i confini della città.
Dopo numerose e cruente battaglie, gli austriaci vennero cacciati da Porta Tosa, da Porta Romana, da Porta Comasina e dalla Porta Orientale.
Furono anche occupate le roccaforte per le quali i combattenti avevano iniziato a lottare dal 21 marzo: le caserme di San Simpliciano, San Vittore e San Francesco, la contrada di Brera e ,addirittura, la stessa residenza di Radetzky.

Conclusione del conflitto e restaurazione austriaca

Milano, alla fine dei cinque giorni di lotta, era praticamente libera dalla dominazione austriaca.
Ma l'ebbrezza della vittoria durò poco, a causa dei conflitti nati all'interno del Governo Provvisorio della Lombardia, retto dal conte Gabrio Casati, incapace di effettuare la necessaria mediazione fra Repubblicani e Monarchici, che fino ad allora avevano combattuto fianco a fianco per la liberazione della città e che ora erano divisi sul progetto di Carlo Alberto di annessione della Lombardia al Regno di Sardegna.
Mazzini si dimostrava disposto a sacrificare l'istituzione repubblicana a favore di quella monarchica, qualora si fosse anche solo intravista una qualche possibilità di giungere all'unità nazionale.
Cattaneo mantenne posizioni intransigentemente repubblicane.
Carlo Alberto cominciò a questo punto la guerra contro gli austriaci (Prima guerra d'indipendenza), che in un primo momento non venne adeguatamente sostenuta da parte della città.
Il fatto era che i milanesi, cullandosi dell'illusione di aver chiuso definitivamente la partita con l'Austria, aumentarono la loro diffidenza nei confronti del sovrano e non considerarono come propria la guerra regia né si resero conto che da quel conflitto sarebbe dipesa la loro sorte, mentre sarebbe stato necessario assecondare con prontezza ed energia gli sforzi piemontesi e organizzare soccorsi.
Prevalse l'idea di Mazzini, che arrivò nella città liberata l'8 aprile con aiuti al nuovo governo; questo si arricchì di tre nuovi membri repubblicani provenienti da altre città e al suo interno la maggioranza dei filomazziniani risultò determinante: Nonostante i contrasti, il Governo Provvisorio armò la Guardia Nazionale e inviò ad accrescere l'esercito regio diecimila soldati milanesi (17 aprile).
Carlo Alberto ottenne, con la resa di Peschiera (fine maggio), il più promettente successo della guerra e a Milano, tramite plebiscito, si decise l'annessione, seppur condizionata, della Lombardia agli Stati sabaudi.
Inutile dire come, all'arrivo dei rinforzi dall'Austria, le sorti della guerra siano precipitate: la sconfitta dell'esercito sabaudo a Custoza (25 luglio) determinò la capitolazione del Piemonte e, ovviamente, la rinuncia alla difesa di Milano che, il 6 agosto, venne riconquistata dagli Austriaci: sciolsero la Guardia Nazionale, revocarono la libertà di stampa, vietarono che nei pubblici ritrovi si tenessero discorsi contrari all'Austria e, infine, intimarono ai cittadini in possesso di armi (da fuoco o da taglio) di consegnarle alle autorità, pena la legge marziale.
Radetzky impose una diminuzione del prezzo del sale e ordinò che i palazzi dei signori fossero riparati e occupati, dopo aver confiscato i mobili e le collezioni di maggior pregio. Erano questi due provvedimenti intesi ad aizzare i poveri contro i ricchi, nella speranza di accattivarsi le simpatie dei primi; non è da dimenticare infatti che la novità delle Cinque Giornate, e una delle ragioni determinanti del successo, sia stato l'intervento spontaneo e massiccio del popolo nel quadro della rivolta, preparata quasi esclusivamente dai ceti medi e superiori.
Due giorni bastarono al generale austriaco per riconfermare la propria autorità, annullando con pochi provvedimenti le conquiste di quattro mesi di libertà e le fatiche di una guerra sanguinosa, e per far comprendere subito ai milanesi che il giogo della restaurata dominazione sarebbe stato durissimo.

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