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La missione dei cento samurai(2)

Modernizzare copiando il prodotto Occidente

Il prologo della storia risale all’8 luglio 1853, quando quattro navi comandate dal commodoro Matthew Perry gettarono l’àncora nel porto di Uraga e consegnarono allo shogun Tokugawa un brusco messaggio col quale il presidente degli Stati Uniti gli ingiungeva di aprire il Giappone al commercio mondiale.
Sconvolta da questa mancanza di rispetto, la classe dirigente nipponica dapprima si piegò alle richieste americane e firmò un trattato di amicizia che riservava agli Stati Uniti una sorta di protettorato sulla politica estera giapponese, poi decise di reagire cacciando i barbari dell’Occidente e ne subì le rappresaglie, infine decise di ratificare i trattati.
Nel 1857 l’imperatore Mutsuhito riuscì a liberarsi dello shogun e a riprendere il potere perduto. Intraprese così una nuova strategia contro i bianchi: copiarne scrupolosamente le armi, le tecniche, le istituzioni, i metodi politici e amministrativi. Per avviare questa modernizzazione – la più vasta e radicale della storia – occorreva raccogliere informazioni, studiare sul posto le arti del nemico.

Grazie ai consigli di un missionario, venne deciso di inviare in America e in Europa una grande spedizione, composta da 107 persone: politici, diplomatici, funzionari governativi, studenti – fra questi, cinque ragazze – che avrebbero completato gli studenti all’ estero.
Dovevano studiare l’organizzazione della giustizia, il sistema finanziario e assicurativo, il regime dei cambi e delle dogane, la rete dei trasporti e delle comunicazioni, le istituzioni scolastiche, l’apparato militare e industriale.
Dovevano visitare tribunali, caserme, porti, zecche, scuole elementari, ginnasi e licei, università, palestre, stazioni, ferrovie, redazioni di giornali.

Dal Medioevo alla modernità

La scoperta dell’ Occidente prese avvio da Yokohama il 24 dicembre 1871 e si concluse nella stessa città il 13 settembre 1873. In quel periodo la spedizione visitò tra l’altro gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, i Paesi Bassi, il Belgio, la Germania, la Russia, la Danimarca, l’Italia, l’Austria – a Vienna teneva in quel periodo una Esposizione Universale – la Svizzera.
Come in un grande supermercato, i Giapponesi ispezionarono tutte le mercanzie e scelsero quel che meglio si adattava alle loro esigenze: dalla Germania – che aveva da poco vinto brillantemente la guerra con la Francia – appresero l’organizzazione dell’ esercito; dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti, quella della flotta; dalla Francia, l’apparato amministrativo secondo il sistema dei prefetti. E dall’Occidente in generale, il sistema metrico decimale, il calendario gregoriano, la coscrizione obbligatoria, i censimenti, il servizio postale, l’utilizzo dell’ oro come standard finanziario.

Quando tornò in patria, la missione compilò una relazione ufficiale in cinque volumi, divisi in cento libri, per un totale di 2110 pagine: questa relazione fu venduta per anni sul mercato giapponese come un best seller. Dei cento libri, venti furono dedicati agli Stati Uniti, altrettanti alla Gran Bretagna, altri, in numero minore, alle altre nazioni visitate.
Nel 1871 cominciava così l’irresistibile ascesa del Giappone moderno. Nessun grande modernizzatore della storia e stato così minuzioso, sistematico e razionale quanto la classe dirigente giapponese dell’ epoca Meiji. Nessun altro paese ha digerito tante novità in meno di una generazione.
Vi è riuscito perché aveva una forte motivazione: impedire che un altro commodoro Perry si presentasse con le sue navi di fronte a un porto giapponese e imponesse al paese la sua volontà.

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