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caratteristiche delle colonie inglesi

la struttura di governo

Tutte le colonie, reali, di proprietà o di compagnia che fossero, finirono per avere una struttura di governo più o meno identica. Essa era costituita
da un governatore,
da un consiglio (che fungeva da camera alta per il parlamento) e
da un'assemblea legislativa.
Tranne che per Rhode Island e Connecticut, dove veniva eletto dall'assemblea, il governatore era nominato dalla Corona o dal proprietario e in teoria aveva poteri illimitati: come rappresentante ufficiale del re era a capo del governo, della magistratura e delle forze armate; poteva indire e sciogliere le assemblee, porre il veto alle loro leggi e nominare i funzionari minori.
Di fatto, però, la sua autorità era piuttosto ristretta: considerato generalmente come un estraneo, era istituzionalmente in contrasto con le assemblee delle colonie, dalle quali dipendeva per l'assegnazione dei fondi e, dato il rifiuto del parlamento britannico a stanziare somme in proposito, anche per il proprio onorario.

In tutte le colonie l'assemblea era elettiva (e, si potrebbe aggiungere, assai più rappresentativa di quella della madrepatria). La proprietà era talmente diffusa che gli aventi diritto al voto sono stati calcolati Ira il 50 e 1'80% della popolazione maschile adulta bianca, anche se poi quelli che votavano davvero erano una percentuale assai inferiore. Inoltre, il concetto dominante della deferenza garantiva generalmente l'elezione di persone altolocate e con notevoli proprietà. Non per questo le assemblee furono meno intransigenti sull'autogoverno, previsto dalle patenti coloniali e rivendicato come diritto di nascita in quan-to cittadini inglesi. Seguendo l'esempio della camera dei comuni nella sua lotta contro gli Stuart, le assemblee si avvalsero del loro controllo sulle finanze per usurpare le prerogative dei governatori e alla fine del XVII secolo erano già riuscite a guadagnarsi una vasta autonomia nella gestione degli affari locali. In particolare esse avevano il diritto di proporre leggi, fissare tasse e controllare le spese. Le leggi coloniali dovevano essere approvate dal consiglio privato del re, ma quando venivano cassate (cosa che accadde solo al 5% delle 8500 misure sottoposte all'approvazione di Londra Ira il 1691 e il 1775) le assemblee delle colonie usavano l'accorgimento di rimetterle in vigore sotto una forma appena leggermente modificata.

il mercantilismo e il sistema imperiale

A differenza di Francia e Spagna, l'Inghilterra fu lenta a sviluppare sia una politica generale di controllo sulle colonie sia un'efficace organizzazione per attuarla. Le lotte tra il sovrano e il parlamento fecero passare in secondo piano le questioni coloniali e le colonie vennero lasciate andare per conto loro, ma alla fine delle guerre civili la loro posizione in uno schema generale dell'impero ri¬chiedeva attenta considerazione. Si cominciarono a fare tentativi per istituire un più stretto controllo su di esse. Il sistema imperiale che ne risultò era basato, come quello di altre potenze europee, su una filosofia economica (in seguito definita mercantilismo) che vedeva nell'autosufficienza economica la base della ricchezza e della potenza nazionale. I mercantilisti ritenevano che le colonie esi¬stessero unicamente in funzione degli interessi della madrepatria: per rifornirla di materie prime, assorbirne la produzione manifatturiera e procurare equipaggi alle sue navi. Fra il 1651 e il 1673 il parlamento tradusse tali concetti in una serie di leggi sul commercio e la navigazione destinate a istituire un monopolio inglese sul trasporto delle merci delle colonie, sul mercato coloniale e su alcuni prodotti di gran valore delle colonie: tutti i carichi da o per le colonie dovevano essere trasportati su navi di costruzione e di proprietà inglese o coloniale e con equipaggi in prevalenza inglesi; inoltre, alcuni prodotti "in lista" (zucchero, co¬tone, indaco, legni tintori, zenzero e tabacco) potevano essere esportati dalle colonie soltanto verso l'Inghilterra, anche se la loro destinazione finale era un altro stato; infine, le merci europee dirette in America dovevano, salvo poche eccezioni, essere sbarcate prima in Inghilterra e poi reimbarcate.

Negli ultimi anni del regno di Carlo II la tendenza al controllo da parte di Londra si accentuò. Nel 1675 venne istituito un comitato speciale del consiglio privato del re, composto dai funzionari preposti al commercio e alle piantagioni, incaricato. di sovrintendere agli affari coloniali.
Poi, nel 1686, il processo di centralizzazione raggiunse il suo apice quando Giacomo II riunì tutte le colonie della Nuova Inghilterra in un unico organismo, il Dominion della Nuova Inghilterra.
Le as¬semblee esistenti furono soppresse e venne nominato un governatore con poteri assoluti. Più tardi, al Dominion vennero aggiunti anche New Jersey e New York. La pacifica rivoluzione del 1688 pose tosto fine a questo esperimento;
L'ECONOMIA COLONIALE
La politica mercantilistica britannica ebbe sullo sviluppo economico delle colonie un effetto meno negativo di quanto si pensasse una volta. Non ci furono serie proteste americane contro i regolamenti mercantilistici prima della riforma del sistema imperiale negli anni sessanta e perfino allora il malcontento non raggiunse livelli critici. Alcuni aspetti del sistema erano indubbiamente dannosi per le colonie e non tutte le clausole delle leggi sul commercio e la navigazione potevano essere facilmente eluse. Ma, oltre ai gravami, sul piatto della bilancia andavano posti anche i sostanziali vantaggi che i coloni ricevevano dall'appartenenza all'impero britannico: i prodotti coloniali avevano un mercato protetto in Inghilterra; il parlamento concedeva generosi sussidi (fino a 300.000 dollari l'anno dopo il 1760) ai produttori di forniture per la marina, di indaco e di legname; l'industria coloniale delle costruzioni navali fu agevolata dall'esclusione delle navi straniere dal commercio coloniale, tanto che all'epoca della Rivoluzione un terzo delle unità della flotta mercantile britannica era stato costruito nelle colonie, in particolare nella Nuova Inghilterra.
L'agricoltura restava comunque l'attività economica predominante, impiegando forse il 90% della popolazione attiva: ma le tecniche agricole erano primitive e poco efficienti, almeno rispetto alle migliori in uso in Europa; venivano utilizzati soltanto i più rudimentali attrezzi agricoli; l'abbondanza di terre e la scarsità di manodopera scoraggiavano la concimazione e la rotazione delle coltivazioni; e tuttavia il terreno vergine forniva rese colossali.
Più della metà delle fiorenti esportazioni della Nuova Inghilterra erano dirette verso le Antille, che le ricambiavano con zucchero, melassa e altri prodotti tropicali. I distillatori della Nuova Inghilterra trasformavano la melassa in rum, la maggior parte del quale serviva al consumo interno dato che il rum faceva quasi parte della dieta dei coloni, ma considerevoli quantitativi venivano usati come carico d'andata nel famigerato triangolo commerciale Nuova Inghilterra _ Africa occidentale _ Antille: le navi negriere della Nuova Inghilterra partivano cariche di rum e di altri prodotti da Boston e da Newport dirette alla costa della Guinea, dall' Africa si dirigevano cariche di schiavi nelle Antille e da qui, cariche di zucchero e melas¬sa, tornavano ai loro porti d'origine.

la società e la cultura coloniale

Alla metà del XVIII secolo le colonie avevano raggiunto un grado di maturità e di cultura che era allo stesso tempo tradizionale e originale. Le istituzioni inglesi, le idee inglesi, la lingua inglese e la popolazione di origine inglese erano in netta prevalenza dovunque. Il sistema inglese continuava a rappresentare il modello per la legislazione e l'educazione. Certo non esisteva ancora alcun modulo espressivo tipicamente americano in letteratura, nell'arte o in architettura eppure non tutto quello che era stato trapiantato dall'Inghilterra aveva traversato l'oceano senza subire trasformazioni. Le desolate condizioni ambientali avevano creato una società che era tutt'altro che inglese nella sua varietà etnica razziale, nella sua struttura religiosa pluralistica, nella sua fluidità e mobilità. Gli americani erano più fiduciosi in se stessi, adattabili e intraprendenti degli inglesi, più rigidamente pratici, più consci dei loro diritti, meno inclini ad accettare i tradizionali valori morali e sociali.

Per quanto struttura e funzioni della famiglia fossero le stesse dell'Europa, le condizioni americane tendevano ad allentare i legami famigliari e a minare l'autorità dei genitori. La facilità di acquisto della terra spingeva i giovani ad abbandonare la casa paterna per mettersi in proprio e, nello stesso tempo, toglieva ai genitori la possibilità di influenzare le scelte matrimoniali dei figli che non temevano di essere diseredati.
l'America inglese era "un mondo della classe media". I gruppi che costituivano rispettivamente la vetta e la base della piramide sociale inglese (la nobiltà e gli indigenti) non erano quasi rappresentati in America. L'assenza dei tradizionali sostegni della classe privilegiata, come una Corte, delle sezioni elettorali con pochissimi votanti, una casta di ufficiali, una chiesa esclusiva e università riservatissime, contribuì ulterior¬mente a minare ogni tentativo di trapianto della Struttura di classe inglese. Inoltre, era difficile mantenere le tradizionali distinzioni sociali quando la lotta quotidiana per ricavare dal terreno il proprio sostentamento costringeva padroni e servitori a vivere e lavorare fianco a fianco. La disponibilità di terra significava anche, a differenza di quanto avveniva in Inghilterra dove l'affitto delle fattorie era la norma, che la gran maggioranza dei contadini (e di conseguenza della popolazione maschile) delle colonie coltivava terre proprie.

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