Conseguenze della crisi del Canale di Suez


Negli anni Cinquanta, il punto più delicato di tutto lo scacchiere mediorientale è costituito dalla Palestina, dove dal 1948 esiste il forte Stato d'Israele. La crisi di Suez del 1956 ha mostrato le capacità economiche e militari dello Stato israeliano. Ancora più di prima Nasser e tutti gli altri dirigenti arabi si sono convinti della prosperità della nuova formazione statale. Ma non è solo questo infatti la nascita dello Stato di Israele è stata vissuta da molti arabi come un atto di pura protervia dell'Occidente che ha voluto stabilire qualcosa di simile a un suo "avamposto" dentro il mondo arabo. L'idea è avvalorata anche dal fatto che nel corso degli anni '50 e '60 Israele ha stretto ottimi rapporti di amicizia e di collaborazione con gli Stati Uniti. In senso stretto l'interpretazione di Israele come avamposto dell'Occidente è errata, Israele non nasce certo come una sorta di avanguardia neocolonialista dell'Occidente, il processo di formazione dello stato israeliano attraverso fasi talmente contraddittorie che per qualche verso si potrebbe anche dire con qualche fondamento che quello Stato nasce nonostante l'opposizione o il sostegno dell'Occidente. A parte questo aspetto ciò che importa comunque è che l'idea di Israele come un corpo estraneo è la più diffusa nel mondo arabo. Il risentimento contro Israele è acuito anche dalla presenza di vaste colonie di profughi palestinesi, disseminati tra Giordania, Gaza e Libano. Dall'inizio degli anni 50 gruppi di guerriglieri palestinesi ( i fedayn), sostenuti e armati dall'Egitto, compiono incursioni e attacchi terroristici entro i confini di Israele. Dal 1964 i palestinesi dispongono di un'associazione politica unificata, l'organizzazione per la liberazione della Palestina Olp, che è una federazione di diversi gruppi politici, al momento non troppo influente, al suo interno cresce il prestigio di Yasser Arafat (1929-2004) capo di al-Fatah, un gruppo politico-militare che aderisce all'OLP nel 1967.

Intanto dopo lo scontro del 1956 i governi d'Israele, di Egitto e degli altri Stati arabi circostanti non lasciano cadere occasione per fare dichiarazioni bellicose, mentre parti importanti dei bilanci di questi Stati vengono indirizzate verso il potenziamento dei rispettivi eserciti. Tutti fanno previsioni cupe, una nuova guerra nell'area sembra assai probabile. Alla fine nel 1967, crescenti disaccordi diplomatici tra Israele e Siria fanno davvero precipitare la situazione verso la guerra. A sostegno della Siria, Nasser comincia a mobilitare le truppe egiziane nella zona del Sinai mentre nel giugno del 1967, annuncia di nuovo la sua intenzione di chiudere il Golfo di Aquaba alle navi israeliane. Israele reagisce con grandissima forza, affidando al generale Moshe Dayan (1915-1981) il compito di attuare una dura rappresaglia militare. L'operazione è scattata il 5 giugno 1967. L'aviazione israeliana attacca di sorpresa Egitto, Giordania e Siria nella "guerra dei sei giorni": quello è il lasso di tempo che agli israeliani basta per impadronirsi delle alture del Golan, del Sinai, della Striscia di Gaza e della Cisgiordania. La situazione ora è ancora più esplosiva di prima. L'umiliazione subita dai paesi arabi è terribile. Inoltre entro i nuovi confini dello Stato d'Israele adesso vivono 1.000.000 circa di palestinesi (due terzi in Cisgiordania e un terzo nella Striscia di Gaza): si tratta di una popolazione difficilmente assimilabile che Israele ora deve governare direttamente.

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