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1948 – ’58: CENTRISMO E MIRACOLO ECONOMICO
Durante la campagne elettorale per le elezioni del 1948 la DC si presentò come partito dell’ordine, garante della libertà e del cattolicesimo. L’opposizione, il Fronte Democratico Popolare proponeva la nazionalizzazione dei grandi monopoli, una politica economica rivolta a favorire gli investimenti nei settori strategici.
Gli italiani confermarono la fiducia alla DC, soprattutto perché il programma del Fronte Democratico sembrava molto vicino al totalitarismo staliniano (nazionalizzazione, distribuzione delle terre ai contadini, programmazione economica).
Sempre nel 1948 vi fu un’importante scissione all’interno del sindacato Cgil: la corrente democristiana uscì e formò la Cisl. Dopo un anno si staccheranno anche molti repubblicani, socialdemocratici e socialisti, per formare l’Uil. A questa scissione, contemporanea al fallimento delle sinistre alle elezioni, seguirono sul piano sociale pressioni degli imprenditori contro le conquiste operaie.
Il termine “centrismo” deriva dal fatto che la DC, nel periodo 1948-’53, disponeva da sola della maggioranza parlamentare, e anche per tutto il corso degli anni ’50 la scena politica italiana è caratterizzata dalla maggioranza di governi centristi.
La politica di De Gasperi è definita centrista anche perché rappresentò un punto di conciliazione tra i due diversi nuclei della DC: quella clericale-conservatrice e quella cattolico-democratica.
Il programma deflazionistico della linea Einaudi portò alla chiusura di diverse piccole e medie imprese, con la conseguenza di un aumento della disoccupazione. Le imprese furono inoltre incoraggiate all’esportazione sui mercati esteri, dove i prodotti italiani risultavano competitivi grazie a i bassi salari degli operai.
Nel 1949 venne varato il piano casa che diede notevole sviluppo all’edilizia popolare.
Nel 1950-’51 fu approvata una sorta di riforma agraria (avversata dalla grande proprietà in quanto espropriava centinaia di ettari di latifondo incolto a vantaggio dei contadini) e venne fondata la cassa per il mezzogiorno.
Le difficoltà economiche e l’alto tasso di disoccupazione portarono scontento nella popolazione, che si tradusse in un calo dei consensi alla DC in occasione delle elezioni amministrative del 1951-’52, a vantaggio dell’estrema destra.
De Gasperi, per assicurare al partito una maggiore stabilità in vista delle elezioni del 1953, propose una modifica in senso maggioritario del sistema elettorale (proporzionale) secondo il quale la coalizione che avesse superato il 50% dei voti avrebbe ottenuto il 65% dei seggi. L’opposizione soprannominò la riforma “legge-truffa”. Alle elezioni la DC non raggiunse il 50% dei voti e quindi non ottenne il premio di maggioranza; la sconfitta politica rappresentò la fine della politica di De Gasperi.
IL MIRACOLO ECONOMICO
A metà degli anni ’50 l’Italia era ancora per moli aspetti un paese sottosviluppato e arretrato; la maggior parte degli italiani si guadagnava da vivere nei settori tradizionali (piccole imprese tecnologicamente arretrate, pubblici impieghi, piccoli negozi, ecc.).
Tuttavia, nel capitalismo degli anni ’50 accaddero alcuni fenomeni di rilievo: il sistema bancario e l’industria di stato creati nel fascismo furono sviluppati; all’Iri e all’industria siderurgica pubblica si aggiunsero l’Eni (idrocarburi), la Stet (telefonia) e la Rai (televisione). Il sistema industriale di quel periodo era quindi di tipo misto fra pubblico e privato, confermato tra l’altro dalla nascita del ministero delle partecipazioni statali (1957).
I motivi che resero possibile questo sviluppo sono sostanzialmente di due tipi:
_ esterni: l’Italia riuscì ad inserirsi nella ripresa dell’economia internazionale degli anni ’50-’70; aderì al Mercato comune europeo con i trattati di Roma del 1957; le esportazioni italiane all’estro raddoppiarono.
_ interni: basso costo della forza-lavoro (per debolezza sindacale e abbondanza di manodopera disponibile) e potere pubblico che condusse una politica economica espansiva (finanziamenti alle imprese, basso costo del denaro, partecipazioni statali).
Nel periodo 1958-’63 lo sviluppo fu più intenso: il PIL, gli investimenti e la produzione industriale aumentarono. Il settore maggiormente coinvolto fu quello automobilistico e degli elettrodomestici.
Lo sviluppo industriale provocò una crescita della popolazione urbana e una diminuzione di quella rurale: migliaia di persone si trasferirono dalle campagne alle città e soprattutto dalle regioni del Sud alle città industrializzate del Nord.
Anche se gran parte della produzione era destinata al mercato estero e i salari restavano molto bassi, la crescita economica portò un nuovo benessere nella popolazione italiana: nuovi stili di vita e di consumo.
LIMITI DELLO SVILUPPO
_ I settori industriali che conobbero il maggiore sviluppo furono quelli ad alta intensità di lavoro, basati su un largo impiego della manodopera piuttosto che sull’innovazione tecnologica. Ciò aumentò la dipendenza tecnologica dell’Italia agli altri paesi, soprattutto gli USA;
_ una quota elevata di reddito nazionale fu destinata ai consumi privati: i redditi medio-alti beneficiavano di un sistema fiscale ingiusto, che lasciava largo spazio all’evasione e limitava le entrate dello stato. Di conseguenza vennero trascurati gli interventi sociali nel campo dell’assistenza, della sanità e dell’istruzione;
_ si approfondì il divario economico e sociale tra nord e sud, in quanto lo sviluppo fu concentrato soprattutto al nord. Da ciò deriva il fenomeno dell’emigrazione. I pochi interventi dello stato rivolti a ridurre il divario servirono solo a creare delle “cattedrali ne deserto” (grandi industrie ad alta intensità di capitale e bassa assorbenza di lavoro). Inoltre, buona parte dei fondi della Cassa per il Mezzogiorno fu utilizzata per fini clientelari e assistenziali.

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