RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE: IL BIENNIO ROSSO

La crisi europea: alla ricerca di nuovi assetti

• Il principale fattore della crisi economica europea consisteva nel riconvertire in tempi rapidi gli apparati produttivi per adeguarli alle necessità del tempo di pace: alla fine delle ostilità molte aziende fallirono, mentre altre riuscirono a riconvertirsi con grande facilità. La crisi innescata dalla riconversione produttiva durò più del previsto: fino al 1922 si protrasse un lungo ciclo negativo che solo verso il 1925-26 si raggiunse una stabilizzazione interna delle nazioni europee. La riconversione produttiva richiedeva infatti la soluzione di altri problemi.
• Gli Stati Uniti si affermarono come potenza egemone a livello mondiale, l’unica in grado di sovvenzionare la ripresa economica del vecchio continente. La supremazia degli Stati Uniti era sostenuta dalla rapida crescita dei settori economici strategici. Inoltre gli U.S.A., possedendo quasi la metà della riserva mondiale di oro, poterono da un lato riscattare in massa i titoli americani che si trovavano in possesso di capitalisti stranieri, dall’altro diventarono grandi esportatori di capitali. Il declino europeo era accentuato dalla contemporanea ascesa di altri paesi: gli stati sudamericani, ridussero la loro dipendenza dai capitali europei , soprattutto britannici, incrementando nel contempo la produzione tessile e metallurgica e aumentando le esportazioni di grano, carne e zucchero; il Giappone soppiantò i paesi europei nel ruolo i fornitore di prodotti industriali a Cina, India e Indovina e quadruplicò la sua produzione. Le potenze europee erano diventate dipendenti dall’estero.
• La crisi economica europea fu resa ancor + acuta dall’esplodere dall’esplodere di una lunga serie di scioperi e agitazioni dei più diversi stati sociali impegnati a ottenere una più equa distribuzione della ricchezza e a difendere i loro redditi dell’inflazione. Queste lotte ebbero una radicalità e un’intensità inusitate rispetto al passato, fino ad assumere in qualche caso i connotati di una rottura rivoluzionaria dell’ordine esistente. Lo stato rafforzò ulteriormente la sua centralità quale promotore e regolatore delle attività economiche e sociali attraverso la politica monetaria. Cominciarono a prendere forma nuove teorie economiche fondate sul principio che l’iniziativa privata, il mercato e il conflitto tra le classi avrebbero potuto rivelarsi catastrofici per le economie nazionali. Essi dovevano essere subordinati allo stato perché era ritenuto in grado di finalizzare lo sviluppo delle forze produttive agli interessi comuni. Ogni branca produttiva doveva essere organizzata in istituzioni statali composte da rappresentanze di operai, tecnici, dirigenti e imprenditori, allo scopo di indirizzare le attività dei diversi settori produttivi secondo direttive provenienti dai vertici di stato Gli scopi erano l’eliminazione della concorrenza fra le aziende e il controllo del conflitto tra capitale e lavoro (corporativismo). Queste teorie erano sostenute soprattutto dai movimenti di destra e dai nascenti partiti fascisti in Germania e Italia. Il corporativismo andò di pari passo con l’affermazione di una nuova cultura politica che sosteneva la necessità di superare il parlamentarismo e di rifondare il sistema politico attorno alla figura di un capo, dotato di poteri autoritari in grado di interpretare ed esprimere i bisogni e le aspettative delle masse. Secondo Spengler la cultura occidentale era stata travolta dalla forza dei processi di modernizzazione legati al macchinismo, all’industrialismo, alla massificazione. Il “tramonto dell’occidente” poteva essere arrestato solo mediante l’azione di poteri forti in grado di guidare dispoticamente gli uomini e le forza sociali. Il nuovo potere “cesaristico” non avrebbe trovato la sua legittimazione dal consenso espresso attraverso libere elezioni, ma dalla sua capacità di mettersi in sintonia con le pulsioni profonde delle razze e dei popoli. La via d’uscita dalla crisi delle società moderne travolte dalla guerra poteva venire soltanto dal totalitarismo.
• La crisi in corso nel dopoguerra era una crisi più generale che riguardava le istituzioni liberali e democratiche, incapaci di recepire e rappresentare le novità che il conflitto mondiale aveva prodotto, tra cui il bisogno crescente di partecipazione manifestato da larghi strati di cittadini. La guerra aveva lasciato segni incancellabili. I soldati avevano compiuto sacrifici indicibili in nome della patria e avevano stretto fra loro legami di solidarietà, mentre l’inflazione erodeva il potere d’acquisto non solo dei salari operai ma anche degli stipendi degli impiegati e dei funzionari pubblici, della piccola borghesia urbana e dei contadini. Nacquero numerose associazioni di ex combattenti, i quali tentavano di ricreare e tenere in vita quei legami di solidarietà e di cameratismo che si erano consolidati durante l’esperienza della guerra. Questa tendenza a costruire nuovi legami e nuove forme organizzative favorì lo sviluppo dei sindacati e dei partiti politici, come pure la ripresa dei movimenti femministi dopo che moltissime donne avevano sostituito gli uomini chiamati al fronte nelle fabbriche. Questi processi di rafforzamento del ruolo delle masse nella vita politica si intrecciarono ai problemi suscitati dalla crisi economica: disoccupazione e inflazione provocarono ondate di lotte sociali che in molti casi erano a un passo dal generare vere e proprie rivoluzioni. La conflittualità sociale venne considerata una mera questione di ordine pubblico anziché l’espressione di una ridefinizione anche politica dei suoi assetti complessivi. Questa visione favorì la crescita di movimenti di matrice reazionaria che trovavano consensi soprattutto nella piccola e media borghesia che premevano per soluzioni autoritarie ispirate alla paura del disordine sociale, al rifiuto della liberale dialettica politica e al disprezzo del sistema parlamentare. Si prefigurava così una società ordinata e gerarchizzata dove la libertà del cittadino doveva essere sacrificata alle esigenze della azione.

La crisi negli stati democratici

• L’acme della riorganizzazione della società si raggiunse nel biennio 1919-20, quando la crisi postbellica spinse al massimo grado il conflitto fra i tre principali fattori in gioco: la mobilitazione degli operai e dei contadini, le spinte eversive dei nuovi movimenti reazionari, le risposte delle istituzioni politiche liberali. Dopo la guerra, nelle potenze dell’Intesa gli effetti della crisi economica vennero contenuti nel sistema politico democratico e i conflitti incanalati all’interno delle istituzioni rappresentative. Mentre negli stati con una più lunga tradizione democratica (Francia e G.B.) gli scontri sociali e politici innescati dalla guerra non si tradussero in una rottura radicale del quadro istituzionale, nei paesi come Germania e Italia, dove la democrazia politica aveva messo radici meno salde e più forti erano state le spinte nazionalistiche e autoritarie, il sistema politico liberale non resse all’impatto della guerra e della crisi postbellica; ciò determinò una serie ravvicinata di sussulti rivoluzionari il cui esito fu l’instaurazione di regimi autoritari e reazionari.
• Anche la G.B., alla fine della guerra, entrò in una grave crisi economica e sociale. Tra il 1921 e il 1922 perse il controllo dell’Egitto e concesse ampie autonomie a buona parte del mondo arabo, mentre in India il suo potere cominciava a vacillare. Dopo la guerra la soluzione della questione irlandese subì un’accelerazione decisiva: nel 1919 il movimento nazionalista cattolico irlandese, organizzato nell’Ira, aveva proclamato l’indipendenza del paese, alla quale seguì una cruenta guerra civile tra cattolici indipendentisti e protestanti unionisti. La guerriglia durò fino al raggiungimento dell’indipendenza il 6 dicembre 1921; l’isola rimaneva comunque divisa in due: Stato libero d’Irlanda e Ulster. Nelle elezione del 1922 il potere liberale venne sostituito da quello conservatore che dominò la scena per circa un decennio.
• I governi di coalizione liberal-conservatrice che guidavano il paese fino al 1924 condussero una rigorosa politica deflazionistica: fu limitata la circolazione monetaria, fu pareggiato il bilancio statale e furono bloccati gli aumenti salariali. Questo obiettivo era un aspetto essenziale della riaffermazione del prestigio internazionale della finanza britannica, che dimostrava di poter mantenere la sua secolare affidabilità nelle piazze di tutto il mondo continuando a svolgere il ruolo di moneta internazionale. I costi della politica deflazionistica furono alti: le esportazioni diminuirono e la ripresa produttiva fu penalizzata dall’alto costo del denaro. Inoltre le trasformazioni elle tecniche produttive basate ora sull’energia elettrica e sul petrolio, avevano fatto perdere importanza al monopolio inglese del carbone e avevano acutizzato il problema dell’obsolescenza degli apparati industriali inglesi. Le conseguenze furono milioni di disoccupati. I conservatori, per mantenere la conflittualità sociale e mantenere il mercato interno, vararono leggi di protezione sociale come l’indennità di disoccupazione. Ciononostante si succedettero mobilitazioni e agitazioni sindacali e politiche, fino all’imponente sciopero dei minatori del 1926 che scosse le fondamenta stesse del paese. Ma l’indirizzo riformistico del Partito laburista e delle Trade Unions impedì che lo sciopero sfociasse in una guerra civile. Il 1926 si chiuse con la sconfitta del movimento dei lavoratori e l’anno successivo furono vietati scioperi di solidarietà e con scopi politici. A partire dalla metà degli anni 20 il Partito liberale si assottigliò ulteriormente.
• In Francia le forze politiche tentarono di arginare la crisi economica e in particolare l’inflazione e la disoccupazione utilizzando le risorse provenienti dal risarcimento dei danni di guerra della Germania. Al congresso socialista di Tours la maggioranza dei partecipanti fondò il Partito comunista francese, che aderì alla Terza Internazionale di Lenin.Il fallimento dei grandi scioperi operai fu il segnale dell’esaurirsi della più acuta fase dello scontro sociale e delle possibilità di mutare radicalmente l’assetto politico del paese. L’economia francese conobbe una ripresa più vivace rispetto a quella britannica e poté giovarsi della riconquista di Alsazia e Lorena e dell’afflusso di denaro e dei beni tedeschi oltre che della concentrazione produttiva del periodo bellico. I governi moderati e radicalsocialisti trovarono la loro coesione nella politica estera, dominata da un acceso revanscismo e dalla comune volontà di annientare il “nemico”tedesco almeno fino al trattato di Locarno del 1925 che avviò una fase improntata sul dialogo e la distensione dei rapporti franco-tedeschi.
• Gli Stati Uniti furono in grado di superare più rapidamente i disagi e gli squilibri del periodo postbellico. I repubblicani inaugurarono di predominio politico, interrotto solo dalla vittoria di Roosvelt alle elezioni del 1932. Lo slancio dell’economia statunitense fu accompagnato dall’assenza di misure di controllo sull’operato delle grandi concentrazioni industriali e finanziarie, che anzi godevano di favori e operavano in un clima di corruzione senza precedenti nella storia americana. Al lassismo e ai favoritismi nei confronti del Big Business corrispose una tendenza alla repressione sociale di cui fu esempio il proibizionismo, ossia il divieto di fabbricazione e vendita de bevande alcoliche approvato nel 1920 con il 18esimo emendamento alla costituzione su cui prosperò la malavita organizzata. Inoltre furono applicate misure restrittive sull’immigrazione per impedire infiltrazioni comuniste. L’espansione economica procedeva senza sosta: l’ascesa della potenza americana e l’esaltazione dei suoi valori divennero un mito di massa e furono suggellate dall’elezione a presidente di Hoover.

La Germania di Weimar

• In Germania sembrava imminente un esito rivoluzionario che avrebbe preso spunto dall’esperienza dei soviet e dalla rivoluzione bolscevica. Il 9 novembre 1918 fu proclamata la repubblica e il socialdemocratico Ebert, dopo essere stato nominato capo del governo provvisorio, divenne presidente della repubblica l’anno successivo. Secondo la carta costituzionale il parlamento (reichstag) aveva il potere legislativo con il consiglio federale. Il presidente della repubblica nominava il capo del governo e aveva il potere di sciogliere il parlamento e di sospendere i poteri costituzionali dei cittadini. Rimanevano però nella struttura tedesca diversi elementi di comunità con il passato, soprattutto le gerarchie militari e gli apparati burocratici.
• I socialdemocratici propendevano per un regime parlamentare e si opponevano a soluzioni di tipo bolscevico; i socialisti indipendenti miravano a riforme radicali, come la nazionalizzazione delle industrie e gli espropri delle grandi proprietà terriere. All’estrema sinistra si agitava poi la Lega di Spartaco, che premeva per una svolta rivoluzionaria; Ebert era intenzionato a soffocare immediatamente i fermenti rivoluzionari. La situazione divenne esplosiva nei primi giorni del gennaio 1919 a Berlino, dove una manifestazione convocata dall’estrema sinistra per protestare contro il trasferimento del prefetto socialista si trasformò in una prova di forza. Gli spartachisti si trovarono coinvolti in uno scontro armato a carattere insurrezionale innescatosi spontaneamente e sfuggito al loro stesso controllo. Contro la mobilitazione dei lavoratori il ministro della difesa schierò i Freikorps, le squadre d’azione controrivoluzionarie, che si diedero a una repressione sistematica e colpendo l’opposizione operaia in tutte le città industriali; le azioni repressive, con l’approvazione congiunta del governo, dello stato maggiore e delle alte sfere burocratiche, dilagarono. Repressa nel sangue la rivolta spartachista, i Freikorps continuarono a operare autonomamente con l’appoggio di ufficiali ed ex ufficiali di estrema destra, compiendo numerosi atti terroristici.
• Il problema più grande della repubblica di Weimar fu il precipitare della crisi economica: l’inflazione diventava incontenibile. Le ragioni di questa spirale inflazionistica devastante risiedono negli interventi che lo stato mise in atto per far fronte alle enormi spese imposte dalla guerra e dai successivi trattati di pace. Lo stato infatti dilatò il debito pubblico attraverso l’emissione di un’enorme massa di cartamoneta; contemporaneamente dichiarò inconvertibile in oro la moneta cartacea e introdusse il corso forzoso, cioè l’obbligo di accettarla in pagamento nonostante la sua inconvertibilità. Si aggiunsero le richieste dei risarcimenti dei danni di guerra, tra cui il pagamento di un’enorme somma di denaro che il governo socialdemocratico cercò di pagare stampando ancora una nuova moneta cartacea, innescando così una nuova ondata inflazionistica che si intrecciò con la precedente.
• La Germania dovette rinunciare alla “politica di adempimento”, dichiarando l’impossibilità di corrispondere i danni di guerra e chiedendo una sospensione dei pagamenti. La Francia rispose con l’occupazione della Ruhr, impadronendosi delle sue miniere carbonifere. Nella regione fu proclamato sciopero generale per bloccare ogni produzione e lo stesso governo tedesco proclamò la “resistenza passiva”contro l’occupazione. L’occupazione della Ruhr diede il colpo di grazia alla già non felice situazione economica della Germania e l’inflazione subì un’ulteriore impennata. Mentre i piccoli produttori sparivano travolti dalla crisi economica e i lavoratori a reddito fisso vedevano i loro redditi polverizzarsi, i grandi industriali e i magnati della finanza si ingrandirono ulteriormente, accentuando i processi di concentrazione dell’apparato produttivo e delle risorse economiche. Il nuovo governo di coalizione mise in atto una serie di importanti provvedimenti poi avvallati dal successivo governo di centro-destra: sul piano delle relazioni internazionali mise fine al boicottaggio della Ruhr, su quello della politica interna avviò una dura persecuzione a sx, su quello economico creò il “marco di rendita” (Rentenmark), garantito non da riserve auree ma da un’ipoteca su tutti i beni del territorio nazionale. Una volta “normalizzata” la situazione interna, la Germania poté giungere a un accordo sulle riparazioni. Secondo il piano Dawes furono stanziati prestiti e investimenti americani a sostegno della produzione tedesca; fu deciso di commisurare le rate annuali dei pagamenti alle condizioni economiche del momento. La riconciliazione franco-tedesca fu sancita dagli accordi di Locarno.
• La destra moderata e quella estrema andavano aumentando i loro consensi e ciò fu evidente con l’elezione alla presidenza della repubblica di Hindenburg, che esprimeva la crescente sfiducia di sempre più larghi settori politici nei confronti della democrazia di Weimar. Nei confusi programmi della destra estrema i temi nazionalistici si combinavano con il risentimento razzista, soprattutto antiebraico, in una miscela che rischiava di far precipitare i gracili equilibri della repubblica di Weimar. Si veniva imponendo il Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratore, il cui maggior esponente fu Adolf Hitler, che organizzò il partito secondo il principio e dell’assoluta autorità del capo e formando squadre paramilitari (SA) con elementi reclutati fra i Freikorps e giovani disoccupati.A Monaco, l’8 novembre 1923, Hitler tentò un colpo di mano per trasformare la città in una base di potere da cui sfidare il governo di Berlino. Il putsch di monaco convinse Hitler dell’impossibilità di impadronirsi del potere con un colpo di mano e della necessità di guadagnare l’appoggio di esercito e polizia e di avere dalla propria parte le élites economiche. In prigione scrisse il Mein Kampf, in cui espose il suo programma politico.
• L’esperienza di Weimar ha assunto ben presto l’immagine idealizzata del mito. Il “mito di Weimar” è in buona parte legato alla straordinaria fioritura culturale e artistica che si impose in Germania negli anni 20. Sembrò prodursi una sorta di “nuovo rinascimento”, che diede vita a scuole e correnti culturali, a opere artistiche e letterarie di altissimo livello. Il “mito di W.” Non è nato solo in considerazione del fatto che la cultura stesse vivendo una formidabile stagione creativa ma anche perché si è guardato a quegli uomini e alle loro opere come se essi avessero avuto la precognizione della catastrofe che si sarebbe abbattuta sulla Germania e sull’Europa negli anni successivi.

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