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PRIMA GUERRA MONDIALE
BATTAGLIE DEGLI ALTIPIANI (15 MAGGIO- 27 GIUGNO 1916)

Le battaglie degli altipiani furono una durissima serie di battaglie combattute tra l’esercito italiano e quello austro-ungarico tra il 15 maggio e il 27 giugno 1916 sugli altipiani vicentini. Venne chiamata anche Frujahroffensive, cioè “offensiva di primavera”.
Già dal 24 maggio 1915, giorno in cui l’Italia era entrata in guerra al fianco dell’Intesa, gli Austriaci volevano colpire letalmente gli Italiani, accusati di aver tradito la Triplice Alleanza. Lo scopo dell’eventuale spedizione era quello di arrivare a Venezia, così da isolare le Armate Italiane impegnate a nord. Nel dicembre 1915 il generale austriaco Conrad von Hotzendorf propose al corrispondente tedesco Falkenhayn la sostituzione di alcune divisioni austriache impegnate sul fronte orientale con divisioni tedesche, per concentrare le forze in Italia. I Tedeschi rifiutarono la sostituzione e invitarono gli Austriaci a non attaccare. Senza l’aiuto tedesco l’impresa dei preparativi per l’offensiva risultò ardua e più volte, a causa delle condizioni atmosferiche, gli Austriaci furono costretti ad avvicinarsi al fronte difensivo italiano. La data d’inizio venne fissata per il 15 maggio, sperando in un assestamento del fronte orientale e in un miglioramento climatico.

In Italia già da febbraio erano sorti dei dubbi: molti disertori trentini arrivarono in Italia per riferire la presenza di uomini e armi a nord ma nessuno era disposto a creder loro perché si pensava fossero spie giunte con lo scopo di far ritirare truppe dall’Isonzo. Il 26 aprile il disertore austriaco Anton Krecht avvisò gli Italiani dell’offensiva; nonostante questo e l’ordine di Luigi Cadorna (figlio di Raffaele Cadorna, battaglia di S.Martino nella II guerra d’Indipendenza) di arretrare, Roberto Brusati, generale della Prima Armata, non abbandonò la sua posizione. Le pattuglie italiane vennero concentrate a Coni Zugna, a Monte Maggio, a Spitz Tonezza e nel forte Vezzena. Cadorna che non credeva alla possibilità di una reale offensiva, sostituì Brusati con Guglielmo Pecori Giraldi, ma anch’egli non arretrò. Poco prima dell’inizio della battaglia, quando Cadorna si convinse che gli Austriaci volevano davvero attaccare, le truppe italiane avanzarono a Levico e a Borgo Valsugana.
L’attacco austriaco, però, era stato sottovalutato: la notte tra il 14 e il 15maggio, infatti, venne utilizzata la strategia del bombardamento a tappeto, che colse impreparate le truppe italiane. Vennero lanciati anche i primi gas asfissianti e questo garantì la vittoria agli Austriaci. Gli Italiani vennero respinti fino a Ospedaletto, che divenne una città fortificata. L’esercito austriaco prese posizione a Pozzacchio e Col Santo, mentre quello italiano si stabilizzò sul Pasubio e sul Passo Buole (Termopili d’Italia). Intanto Cadorna ordinò la mobilitazione verso Vicenza e Treviso e affidò il comando al generale Frugoni. Inoltre initò i Russi ad attaccare approfittando dei vuoti di guardia sul fronte orientale. Per rafforzare l’esercito italiano vennero ritirate alcune truppe dalla Libia e dall’Isonzo e giunsero volontari da tutto il Paese, soprattutto da sud. L’Altopiano di Asiago divenne teatro di duri scontri; a causa della neve gli Italiani rimasero indietro rispetto al nemico, che tra il 27 e il 28 maggio occupò Asiago e Arsiero. Gli Austriaci vinsero anche a Gallio, costringendo gli Italiani a distruggere diversi forti pur di non farli cadere in mano avversaria. Nonostante l’impegno di Cadorna, l’esercito austriaco avanzò fino al Monte Cengio. Il 2 giugno Giraldi guidò la Prima Armata Italiana verso Asiago, ma gli Austriaci non arretrarono.
Due giorni dopo, il 4 giugno, i Russi attaccarono e sconfissero le truppe austriache sul fronte orientale, così che gli Austriaci furono costretti a ritirare uomini dal Tirolo. Grazie a questo gli Italiani, seppur con molte difficoltà, riuscirono a proseguire e costrinsero Hotzendorf a ritirarsi il 15 giugno. Ma l’esercito italiano era comunque mal equipaggiato e la sua avanzata su arrestò presto. Approfittando di questo, l’arciduca Eugen von Habsburg-Lothringen, il 25 giugno, organizzò l’esercito austriaco su nuove linee strategiche, vicino a Monte Ortigara, Monte Colomabara e Roana. Due giorni dopo Giraldi non poté far altro che interrompere la controffensiva e riorganizzare l’esercito, assicurando una prima, momentanea, vittoria agli Austriaci.
Entrambi gli eserciti avevano subito molte perdite ed era ovvio che gli Austriaci non potevano sperare di raggiungere Venezia e di riuscire a compiere una Strafexpedition (cioè “spedizione punitiva”) senza l’aiuto tedesco. In Italia, nonostante il disastro fosse stato evitato, la battaglia degli Altipiani provocò una grave crisi politica. Molti personaggi importanti e conosciuti come Battisti e Chiesa erano stati catturati e giustiziati. Il Presidente del Consiglio, Antonio Salandra, appartenente alla Destra storica, voleva congedare Cadorna con il pretesto delle sconfitte subite, ma perse l’incarico a causa di un voto di sfiducia. Il suo successore Paolo Boselli tentò di unire il Parlamento, ma la crisi lo indebolì ulteriormente. Come se non bastasse, solo due mesi dopo la fine delle battaglie degli Altipiani, Boselli dichiarò guerra alla Germania, spinto dall’entusiasmo per le recenti vittorie sull’Isonzo.
Quella degli Altipiani fu l’unica battaglia cui partecipò Benito Mussolini, il futuro dittatore fascista. Le armi austriache che vennero impiegate erano relativamente moderne, circa 300 pezzi d’artiglieria di grosso e medio calibro. Gli Italiani riuscirono a difendersi solo grazie all’alto numero di militari e all’aiuto dei volontari. L’esercito, oltre che essere stremato da un anno di guerra, era in generale poco motivato perché molti giovani erano stati costretti ad arruolarsi contro la loro volontà per via della legge sulla leva obbligatoria.

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