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Il caso italiano: la crisi dello stato liberale

Dal punto di vista economico la produzione a fini bellici aveva favorito il consolidarsi dell’industria pesante ed era necessario un processo di riconversione produttiva e nacque un legame sempre più forte, detto sistema cooperativo tra le industrie che richiedevano finanziamenti alle banche, le quali a loro volta ottenevano le risorse dallo stato. Si vengono così a creare intese private tra questi tre grandi gruppi volte a tutelare i loro interessi e mantenere i loro profitti. In tutto questo però, la maggiore circolazione di denaro erogato dallo stato portò al nascere dell’inflazione che colpiva principalmente la piccola e media borghesia la quale si impoveriva e accusava una perdita del proprio prestigio sociale.
La classe operaia invece durante la guerra si era rafforzata diventando sempre più potente all’interno della società e ottenendo benefici come una maggiorazione dei salari e una diminuzione delle ore di lavoro a otto.

Infine per quanto riguarda principalmente la classe contadina, il 1919 fu un anno particolarmente significativo. In molte città si tennero manifestazioni contro il carovita provocato dall’inflazione e i contadini si riunirono in leghe ovvero una sorta di sindacati contadini che rivendicavano spazi politici, diritti e miglioramenti dello stile di vita (ad esempio nacquero proprio in questi anni Cgl e Cil).

Le trasformazioni del quadro politico

Per iniziativa di Luigi Sturzo nacque il Partito popolare italiano che però mostrò di avere due sfumature ben distinte al suo interno: una decisamente conservatrice, espressione della media borghesia, l’altra progressista e democratica che dava voce alle classi lavoratrici soprattutto rurali. Mussolini dopo essere stato espulso dal partito fonda a sua volta il 23 marzo 1919 i fasci di combattimento. Il movimento fascista acquisì in poco tempo molti consensi derivanti dalla delusione del popolo dalle scelte dei partiti tradizionali.
A novembre si svolsero le elezioni politiche per la prima volta col metodo proporzionale e prevalse il partito socialista il quale si accollava la responsabilità di rispondere alle richieste di rinnovamento ma fu incapace di elaborare un chiaro programma politico.

I liberali al governo: Nitti

Tra il 1919 e il 1920 fu a capo del governo Francesco Nitti, un liberale che cercò senza successo di ottenere il sostegno dei socialisti. Al contrario così facendo si procurò l’opposizione delle forze politiche di destra. Questo governo non fu in grado di prendere alcuna iniziativa efficace e a giugno del 1920 Nitti fu costretto a dimettersi.

. . il ritorno di Giolitti: Fu allora la volta di Giolitti il quale dopo due anni assunse di nuovo il ruolo di primo ministro. In politica estera, egli firmò il trattato di Rapallo con il quale vennero annesse all’Italia alcune delle città rivendicate e Fiume fu dichiarata città libera. Per quanto riguarda la politica interna Giolitti si dovette subito affrontare con le agitazioni operaie che culminarono con l’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920. Il capo del governo decise di non intervenire e lasciò che l’ondata di rivolte si esaurisse da sé.

La crisi economica e l’affermazione del fascismo

Tra il 1920 e il 1921 l’economia italiana entrò in crisi, una crisi che colpiva fondamentalmente l’industria a seguito del fallimento di un importante istituto di credito ma alla quale conseguì un aumento dei disoccupati e un indebolimento delle organizzazioni operaie. Questo fu un avvenimento fondamentale per il rafforzamento delle forze di destra. Nel tentativo di risanare il bilancio dello stato, Giolitti introduce un’imposta di successione sui patrimoni ma tale provvedimento fu contrastato ferocemente tanto che venne subito sospeso dal successore di Giolitti.

Nel clima di incertezza prodotto dalla crisi si mosse il fascismo scatenando una serie di violenze contro le organizzazioni operaie. L’obiettivo era duplice: colpire il movimento dei lavoratori e creare disordini allo scopo di provocare sfiducia all’interno della popolazione in modo che richiedesse interventi autoritari.

Le nuove elezioni e l’avanzata del fascismo

Il nuovo primo ministro dopo le dimissioni di Giolitti fu Ivanoe Bonomi, un socialista riformista il quale aveva il compito di riappacificare fascisti e socialisti in modo di mettere fine ai disordini interni.

Intanto il fascismo continuava la sua “battaglia”: da un lato proseguì con gli atti di violenza, dall’altro cercava di dare un immagine di sé che lo identificasse come la sola forza politica in grado di restituire stabilità alle istituzioni in un periodo di caos sociale. Nel novembre del 1921 questo movimento di trasforma in partito, il Partito nazionale fascista.

La marcia su Roma, Mussolini primo ministro

In un estremo tentativo di imporre il ritorno alla legalità nel 1922 la sinistra proclamò uno sciopero in difesa delle libertà politiche e sindacali che però fallì a causa delle violenze fasciste. A metà ottobre, Mussolini decise che era arrivato il momento di agire e organizzò la cosiddetta marcia su Roma. Di conseguenza il primo ministro propose al re di dichiarare lo stato d’assedio ma Vittorio Emanuele II si rifiutò e convocò Mussolini a Roma per dargli l’incarico di formare il nuovo governo. Il 16 novembre 1920 Mussolini ottiene la fiducia e si insedia alla guida dello Stato.

Il ritorno all’ordine

Ottenuto l’incarico Mussolini si prefissava un obiettivo principale: il ritorno all’ordine restituendo al paese pace sociale e legalità. Per questo il fascismo aveva due necessità diverse: limitare la presenza di forme di disordine e illegalità al suo interno mantenendo però gli avversari politici sotto la pressione di una costante minaccia.
Per fare questo crea la milizia volontaria per la sicurezza nazionale, un organo a cui erano affidati compiti di ordine pubblico normalmente svolti dalle forze armate dello stato. Fonda inoltre il gran consiglio del fascismo, un organo destinato alla direzione del governo. Infine emana decreti legge che riguardano dei limiti alla libertà di stampa e in ambito economico privatizza il sistema delle comunicazioni telefoniche.

Verso nuove elezioni

Per rafforzare la stabilità di governo nel 1923 viene emanata una nuova legge elettorale: la legge Acerbo. Essa imponeva che a lista che avesse ottenuto la maggioranza relativa dei voti avrebbe ottenuto il 75% dei seggi in parlamento e il restante 25% sarebbe stato ripartito proporzionalmente alle altre liste. Si verificò così la rottura con il partito popolare, contrario alla nuova legge e Mussolini decise quindi di esercitare pressione sulla Chiesa. Il risultato fu che il vaticano costrinse Sturzo alle dimissioni e ciò contribuì a creare divisioni tra i cattolici.

Il listone: Nell’aprile del 1924 si svolsero le elezioni sulla base della nuova legge Acerbo. Il periodo di campagna elettorale fu macchiato da molteplici illegalità nei confronti degli oppositori al partito fascista oltre al verificarsi al momento delle votazioni e degli scrutini di minacce agli elettori. In quelle condizioni la lista governativa non poteva che ottenere la maggioranza.
Alla riapertura della camera, il socialista Matteotti svolse una denuncia di illegalità delle votazioni e ne chiese l’invalidazione. Pochi giorni dopo venne rapito poi successivamente venne ritrovato il suo cadavere. I fascisti vennero additati come responsabili politici se non effettivi del delitto.

L’inizio del regime fascista

Vittorio Emanuele III mantenne il proprio appoggio al fascismo provocando un ondata di indignazione all’interno del paese. Mussolini allora preoccupato di questo malcontento intervenne alla camera assumendosi tutte le responsabilità politiche e storiche dell’uccisione di Matteotti giustificando la violenza fascista nel bene della patria. Con questo atto Mussolini dava inizio al nuovo regime fascista.

Consolidamento del regime fascista

Mussolini prese due provvedimenti principali al momento della sua salita al potere dando il via ad una svolta autoritaria:
Scioglimento dei giornali di opposizione
Scioglimento delle associazioni sovversive (comunisti e socialisti)
Nel 1926 a Bologna un colpo di pistola lanciato dal quindicenne Anteo Zamboni sfiorò Mussolini. Ciò servì da pretesto per annullare gli ultimi spazi di attività legale delle opposizioni.

Il 5 novembre il consiglio dei ministri approva una serie di misure eccezionali denominate “leggi fascistissime” fra cui lo scioglimento di tutti i partiti e gruppi di opposizione tra cui i sindacati e l’adozione del confino di polizia per gli oppositori politici. Infine viene istituito il Tribunale speciale per la difesa dello stato.

Il tribunale speciale e le leggi fascistissime

Il tribunale era formato da membri della milizia e da militari e si occupava di reati politici con la possibilità di usufruire anche della pena di morte. Al tribunale era affiancata una efficiente polizia politica per la vigilanza e la repressione dell’antifascismo (ovra). Sempre nel 1926 con una serie di norme repressive vengono abolite le amministrazioni comunali e provinciali elettive e sostituite con autorità di nomina governativa.
Le leggi fascistissime invece furono il fondamento sul quale il regime si costruì facendo leva sulla sostanziale coincidenza tra strutture dello stato e strutture del partito fascista.
L’Italia divenne così uno stato totalitario che aveva come obiettivo tre linee di azione:
L’educazione dei giovani al fascismo
La politica economica
Il rapporto con la chiesa

Educazione al fascismo e propaganda: Particolare cura fu rivolta ai giovani i quali furono accolti in gruppi distinti per fasce d’età che avevano come scopo primario quello di trasmettere i contenuti dell’ideologia fascista attraverso delle attività. Si guardò con particolare interesse alla scuola e ai mezzi di comunicazione di massa che avrebbero dovuto diffondere e uniformare idee e modelli di comportamento.

Il regime fascista si apprestò a creare un nuovo stato di tipo corporativo. Venne quindi istituito un modello economico-sociale che puntava sulla gestione diretta dell’economia da parte dei produttori organizzati per categorie. Questo progetto ambiva ad aprire una “terza via” oltre al capitalismo e al socialismo di tipo sovietico. Viene istituito a questo proposito il ministero delle corporazioni e affidava a queste il compito di coordinare e guidare le attività produttive della nazione, attribuendo ai diversi soggetti, datori di lavoro e lavoratori, un rigido ruolo specifico nel quadro economico nazionale. Venne inoltre abolito lo sciopero.

L’accordo tra stato e chiesa: lo stato confessionale: L’11 febbraio 1929 stato e chiesa firmano i patti lateranensi i quali sanciscono l’abbandono del principio libera chiesa in libero stato, legando lo stato italiano e la chiesa cattolica in un intreccio di reciproche concessioni e reciproco sostegno. Il regime vide nella chiesa un solido punto di appoggio del nuovo ordine politico e la chiesa a sua volta identifica in esso un mezzo per consolidare la propria influenza all’interno della società oltre al fatto che i rappresentanti della Chiesa consideravano Mussolini come l’uomo inviato dalla divina provvidenza per risolvere la vecchia controversia. Da questo momento quindi lo stato laico veniva meno e diventava confessionale, dichiarando il cattolicesimo religione di stato.

La politica economica del fascismo: Vi è una sempre maggiore presenza dello stato in economia che si concretizza in provvedimenti protezionistici e finanziari volti rispettivamente a incentivare la produzione interna e a battere l’inflazione. Fu innanzitutto introdotto un dazio protettivo sui prodotti cerealicoli. Da qui la cosiddetta battaglia del grano attuatasi per tutta la durata del regime la quale mirava a rendere l’Italia autosufficiente per quanto riguardasse la produzione granaria.
Ma sulla ripresa faticosamente avviata si abbatterono gli effetti della grande crisi del 1929. Il settore del commercio con l’estero fu quello più colpito e l’agricoltura in particolare risentì del diminuito volume delle esportazioni. Per frenare la disoccupazione vennero avviati ampi programmi di lavori pubblici nel settore delle infrastrutture, l’impresa più impegnativa fu la bonifica dell’Agro Pontino.
L’intervento più dinamico da parte dello stato fu comunque nel settore industriale con la creazione dell’istituto per la ricostruzione industriale che assunse il controllo delle maggiori banche in crisi e delle industrie a loro collegate soprattutto nei settori della siderurgia e della meccanica pesante. L’ IRI divenne un ente permanente e così lo stato era in grado di controllare gran parte dell’economia italiana come non accadeva in nessun altro paese capitalistico.

L’autarchia economica: Nel 1934 venne lanciata la parola d’ordine autarchia economica ovvero la conquista dell’autosufficienza dell’economia italiana. La politica autarchica portava a compimento il progetto avviato con la battaglia del grano e mirava, attraverso una politica di dazi protezionistici, a ridurre il volume delle importazioni in tutti i settori. La scelta autarchica si intrecciò con la politica di espansione coloniale (attuata per ottenere da un lato prestigio e dall’altro appunto una crescita economica) che alla metà degli anno 30 diede un nuovo indirizzo alla politica estera italiana, orientando massicciamente la produzione a fini bellici e rendendo ancora più stretto il rapporto tra stato e interessi privati.

La politica estera del fascismo

Nel quadro europeo dominato da Francia e Inghilterra, Mussolini mantenne una posizione moderata alla ricerca di buoni rapporti con esse e puntò infatti a una politica di espansione nei Balcani e nel mediterraneo. Inizialmente la conquista di territori, fra cui l’Etiopia funziona.

L’asse Roma-Berlino e la politica razziale del regime

Nel 1936 l’Italia firmò un patto di amicizia con la Germania, cui fu dato il nome di asse Roma-Berlino e successivamente aderì al patto anti-Comintern stretto tra Germania e Giappone contro le iniziative del comunismo internazionale. La conseguenza più immediata del nuovo corso della politica estera fu l’entrata in vigore anche in Italia delle leggi di discriminazione razziale nel 1938 sull’esempio tedesco.

I limiti del totalitarismo fascista

Il fascismo venne di fatto frenato da alcuni ostacoli. Innanzitutto la Chiesa la quale continuò nella sua opera di educare i giovani e a orientare i fedeli in maniera autonoma dalle direttive del regime.
Un altro ostacolo fu rappresentato dalla monarchia: lo statuto albertino era comunque in vigore e il re manteneva il suo ruolo di massima autorità dello stato.

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