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Il Secondo dopoguerra

L’“età dell’oro” dell’Occidente (1945-1973)

Il periodo compreso tra la fine della Seconda guerra mondiale e il 1973 è definito dagli storici l’età dell’oro dell’Occidente. Al di là delle vicende che hanno avuto luogo nei singoli stati, si è trattato di un tempo di formidabile sviluppo economico e sociale. Proprio in quegli anni, infatti, maturarono trasformazioni importantissime, che ancora oggi si rivedono nelle caratteristiche della società moderna.
Il modello capitalistico occidentale fu trainato dagli Stati Uniti, nei quali si affermò l’ideologia della nuova frontiera del presidente John Fitzgerald Kennedy. Kennedy indicò nella pace, nella prosperità e nella libertà i fondamenti della nuova società americana. Il suo messaggio fu accolto nella maggior parte dei paesi occidentali e, nonostante il suo assassinio nel 1963, ebbe forte risonanza. Pur nel quadro di un diffuso sviluppo, di lì a poco l’Occidente avrebbe affrontato i momenti critici della decolonizzazione e le proteste giovanili del 1968. Si sarebbe affermata la richiesta pressante di una società più aperta e tollerante: a un secolo dall’abolizione della schiavitù la questione razziale era un problema da risolvere e l’inutile conflitto in Vietnam una guerra a cui opporsi. Solo nei primi anni Settanta il presidente Richard Milhous Nixon diede segnali di apertura, avviando i colloqui diplomatici con la Cina e ritirando le truppe americane dal Vietnam. Anche Nixon, tuttavia, sarebbe uscito di scena prematuramente, a causa dello scandalo del Watergate* (1974).

Se il dopoguerra è stato un tempo di complessiva prosperità per l’Occidente, non lo è stato propriamente per il blocco sovietico: proprio in quegli anni, infatti, la società russa sviluppò e radicò le contraddizione che la avrebbero condotto al crollo.

*Watergate: Lo scandalo del Watergate prende il nome dall’hotel che fu sede elettorale del Partito democratico a Washington durante le elezioni del 1972. In seguito al ritrovamento di apparecchi per l’intercettazione telefonica, il presidente Nixon e i suoi collaboratori furono accusati di spionaggio, di frode fiscale e di raccolta di fondi elettorali illeciti. Nixon negò ogni colpa fino al 1974, quando, di fronte alla minaccia della procedura dell’impeachment, ammise la sua responsabilità e rassegnò le dimissioni.

Breznev e la società sovietica

Dopo la destituzione di Kruscëv, nel 1964, gli succedette a capo del PCUS Leonid Breznev, che rimase al vertice per quasi venti anni. Con Breznev l’economia dell’URSS mantenne i suoi caratteri distintivi: il Paese compiva sviluppi notevoli sul piano delle produzioni tecnologiche, ma non era in grado di fornire ai cittadini un adeguato afflusso di beni primari. La società sovietica era dunque sicura (tutti avevano diritto a una casa, al lavoro, all’istruzione, all’assistenza sanitaria) ma di scarso benessere. Inoltre, era contraddistinta da un meccanismo burocratico lentissimo, che scoraggiava ogni sorta di iniziativa economica o commerciale.
Più che dell’economia Breznev si preoccupò di riaffermare il ruolo dominante del Partito comunista sovietico tra i paesi del blocco orientale. La sua normalizzazione istituzionale cristallizzò il mondo comunista sotto l’unica autorità del Partito: cessarono i dibattiti politici, si arrestò ogni slancio produttivo e le poche questioni all’ordine del giorno riguardavano problemi di conservazione, che i vertici scioglievano autonomamente. Per queste ragioni il periodo brezneviano coincise con l’inaridimento delle attività culturali e la protesta degli intellettuali più eminenti. Lo scrittore Aleksander Solgenitsyn e il fisico Andrej Sacharov ottennero dall’Occidente premi Nobel di chiaro significato antisovietico e lasciarono la loro patria.

La “primavera di Praga” (1968)

La normalizzazione di Breznev non ebbe effetti duraturi sui paesi satellite dell’Unione Sovietica, anche a causa della rottura tra URSS e Cina che disunì il movimento comunista internazionale. Alcuni stati dell’Europa orientale cercarono una propria “via” al socialismo che li svincolasse dall’autorità sovietica, almeno sul piano economico-sociale.
In Cecoslovacchia si verificarono proteste di studenti e operai e il governo vigente fu costretto a dimettersi. Si instaurò il nuovo esecutivo di Aleksander Dubcek, che promosse una politica di liberalizzazione sociale, promettendo riforme economiche e concedendo maggiore libertà di opinione. In breve la Cecoslovacchia si schierò contro il modello istituzionale sovietico e il suo carattere totalitario: avanzò proposte di stampo democratico e rivendicò la propria autonomia dalle forze politiche che avevano evidentemente abusato del potere. Il cosiddetto socialismo dal volto umano di Dubcek arrivò a promuovere una forma di pluralismo politico e l’abbandono del regime a partito unico.
Nel luglio del 1968 Breznev espose al comitato centrale del PCUS la dottrina della sovranità limitata, secondo cui l’URSS e i paesi comunisti avevano il dovere di intervenire laddove le conquiste del socialismo fossero messe in discussione. Le intenzioni di Breznev si concretizzarono quando i carri armati sovietici irruppero a Praga per imporre con la forza un nuovo governo subordinato all’URSS (primavera di Praga).

Il Sessantotto (1968)

Nella seconda metà degli anni Sessanta il mondo occidentale e alcune regioni dell’area comunista furono interessati da un imponente movimento di protesta giovanile. Il fatto scatenante fu la rivolta del campus californiano di Berkeley, dove cinque studenti furono sospesi per violazione della legge che regolamentava l’attività politica e la libertà di parola nell’università. Gli studenti di Berkeley organizzarono grandi sit-in contro l’autorità universitaria e si astennero in massa dalle lezioni. La protesta si trasformò, presto, in una lotta per i diritti civili e coinvolse associazioni giovanili, movimenti anarco-socialisti, gruppi pacifisti, attivisti repubblicani. Dilagò in America e in pochi anni raggiunse l’Europa occidentale: nuovi focolai si svilupparono in Francia, in Germania, in Spagna, nell’area comunista; in Italia fu contestata la riforma universitaria del governo vigente, che minacciava di creare squilibri e discriminazioni tra gli studenti.

Nelle diverse aree del mondo la protesta giovanile assunse tratti peculiari che tuttavia facevano capo a tematiche condivise: la rivendicazione dei diritti civili e della libertà di parola, un pacifismo universale relazionato alle recenti guerre (in special modo alla guerra del Vietnam), l’esigenza di rinnovamento e la proposta di modelli socio-politici alternativi al sistema occidentale. Quest’ultimo carattere emerse soprattutto da movimenti studenteschi elitari, le cui rivendicazioni andavano al di là del semplice malcontento sociale: in America, ad esempio, si distinse l’attività dei movimenti neri radicali (come le Black Panthers di Malcolm X); quasi ovunque gli studenti inneggiarono alle figure carismatiche del socialismo o dei recenti processi rivoluzionari, come Che Guevara, Gandhi, Martin Luther King. Anche gruppi musicali come i Beatles e i Rolling Stones divennero punti di riferimento della protesta.
Nell’Europa comunista la rivolta giovanile si attestò nella rivendicazione di un socialismo libero dal verticismo sovietico. In Cecoslovacchia fu la risposta naturale agli episodi della primavera di Praga. Anche in Cina si sviluppò una forma di protesta, definita rivoluzione culturale. I principali protagonisti furono i giovani volontari della Guardia rossa maoista, che fomentarono la riforma delle gerarchie vigenti a vantaggio del loro stesso leader.

L’“autunno caldo” e la strategia della tensione

Le contestazioni studentesche e operaie del 1968 si diffusero in tutta Italia attraverso manifestazioni, occupazioni, scontri con le forze dell’ordine. I civili in rivolta contestavano tanto il governo democristiano in carica quanto l’opposizione di sinistra, incapace di avanzare reali proposte di miglioramento della società e del lavoro. Quasi spontaneamente sorsero nuovi partiti d’ispirazione marxista, che da sinistra si opponevano al PCI e ai sindacati. Nell’autunno del 1969 (l’autunno caldo) la componente operaia della contestazione crebbe notevolmente: i manifestanti organizzarono scioperi di massa e costituirono i consigli di fabbrica per realizzare il controllo di base delle produzioni. Il governo fu costretto a firmare un nuovo contratto nazionale con i lavoratori, concedendo loro un aumento salariale, la settimana di 40 ore e il diritto di organizzare assemblee in orario di lavoro. Nonostante ciò il clima di tensione in Italia rimase elevato e crebbe ulteriormente quando un ordigno ad alto potenziale esplose nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana. L’episodio traumatizzò l’intera nazione e fu solo il primo di una serie di attentati di marca eversiva e neofascista (strategia della tensione). Il fine ultimo era l’instaurazione di un regime autoritario sul modello fascista.

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