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L'America Latina attorno il 1950

Il peronismo in Argentina
Nel 1951, in Argentina, salì al potere per la seconda volta Juan Domingo Perón, già presidente della repubblica nel 1946. Già allora Perón aveva inaugurato un regime nazionalista e antidemocratico da un lato, populista e riformista dall’altro (“giustizialismo”), ispirato al primo fascismo italiano, che aveva conosciuto in gioventù. Grazie alla sua demagogia e al carisma della moglie Eva Duarte (Evita) dalla controversa fama di filantropa, Perón conquistò il consenso delle grandi masse proletarie cittadine, i descaminados. La morte di Evita, molto amata dalle masse, segnò l’inizio del declino di Perón che si era messo in forte contrasto con la Chiesa attirandosi la scomunica (16 giugno 1955). Costretto a offrire le dimissioni, venne appoggiato da uno sciopero generale della classe operaia che gli consentì di rimanere in carica ma, il 16 settembre, le guarnigioni militari di Cordoba, Rosario, Santa Fé e Paranà si rivoltarono, mentre Marina e Aviazione minacciavano di bombardare Buenos Aires se il presidente non avesse abbandonato il potere. Perón si rifugiò su una cannoniera paraguaiana e, successivamente, raggiunse l’esilio in Spagna. Il 25 settembre il generale Eduardo Leonardi venne nominato presidente provvisorio e il partito peronista dichiarato illegale.

La rivoluzione cubana
Nel 1953 fallisce a Cuba un movimento insurrezionale popolare (movimento del 26 luglio) che assaltò la caserma Moncada di Santiago nel tentativo di rovesciare il dittatore filoamericano Fulgencio Batista y Zaldivar, in carica fin dal 1933. Fidel Castro Ruz, avvocato e capo dei rivoluzionari, venne dapprima imprigionato sull’Isola dei Pini al largo di Cuba, poi graziato (1955) e esiliato in Messico. Nel 1956 rientrò clandestinamente in patria con uno yacht carico di armi e sbarcò nella regione orientale di Cuba con 81 seguaci; tra essi il fratello Raoul e un medico argentino, di nome Ernesto Guevara detto "Che".
Dopo uno scontro con gli uomini di Batista, Castro si rifugiò sulle montagne della Sierra Maestra dalle quali, per due anni, diresse un’efficace guerriglia. Nel 1958, dopo aver indetto la “guerra totale”, scese dalle montagne con i suoi ribelli barbudos costringendo Batista a fuggire nella Repubblica Dominicana (1° dicembre 1959). Due giorni dopo Castro marciava sull’Avana acclamato dalla popolazione; l’anno successivo si proclamò primo ministro. A giugno nazionalizzò gli zuccherifici, le raffinerie di petrolio e altre industrie statunitensi e avviò la riforma agraria e un programma di assistenza sociale. Gli Stati Uniti, minacciati nei loro interessi economici, dichiararono, nel maggio del 1961, un feroce embargo contro tutte le produzioni cubane.

Le multinazionali contro il Guatemala
I regimi dittatoriali sudamericani riuscirono ad avere la meglio per tutto il dopoguerra non solo grazie al sostegno dei militari; furono spesso gli interessi economici nordamericani a finanziarne, favorirne, agevolarne il potere. I casi di ingerenza diretta o mediata delle grandi multinazionali in America Latina furono numerosi. Nel 1951, ad esempio, una coalizione di ufficiali illuminati, intellettuali e ceti popolari urbani liberò il Guatemala dalla dittatura militare. Partì un programma di riforme sociali e produttive; fra esse, la distribuzione delle terre ai contadini, compresi i 250.000 acri di proprietà della potente multinazionale United Fruits Company. Immediata la reazione di Washington che impose l’embargo e accusò il presidente Jacob Arbenz di essere un comunista. La CIA finanziò allora l’invasione del Guatemala del 1954 da parte del Nicaragua e la deposizione di Arbenz. La riforma agraria venne abrogata. Il 50% delle terre venne restituito a ventidue grandi famiglie e alla United Fruits. La restante metà fu spartita tra 300.132 contadini.

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