kispy di kispy
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Il 26 giugno 1942 Hitler aveva ripreso l’invasione sovietica per la conquista verso il Caucaso, dove c’erano i pozzi petroliferi. L’avanzata proseguì sino a Stalingrado, che resistette però eroicamente. Infatti, il 19 novembre 1942 cadde in ripida discesa l’esercito tedesco: l’offensiva sovietica liberò Stalingrado dall’assedio, liquidando l’armata tedesca di von Paulus. Nella ritirata andò distrutta anche l’Armata italiana in Russia. La riscossa sovietica fu dovuta soprattutto al sentimento patriottico russo, ma anche agli aiuti americani che incominciarono a far sentire i loro benefici. Nel 1943 i sovietici ripresero in mano la situazione riconquistando Kiev e il controllo del mar Nero. Arrivarono fino alle porte di Varsavia occupando Romania, Bulgaria, Slovacchia e Jugoslavia. La sconfitta tedesca avvenne anche perché l’esercito tedesco era impegnato nell’offensiva alleata in Africa. Qui Rommel aveva riportato vittorie sugli inglesi e si era spinto fino a el Alamein, portando quindi una minaccia sul canale di Suez. Il generale inglese Montgomery, nell’ottobre del 1942, bombardò con violenza tutta la fascia tedesca-italiana. Quest’ultimi con valorosi atti eroici resistettero fino al limite delle possibilità umane; poi, incominciò la ritirata. La battaglia di el Alamein fu perduta per l’inferiorità dei mezzi da guerra; pochi riuscirono a sottrarsi alla potente flotta inglese. Intanto l’8 novembre 1942 gli anglo-americani sbarcarono in Marocco e Algeria. Anche qui la dura tenacia dell’Asse durò poco: nel maggio 1943 la Tunisia vene liberata; ormai gli alleati controllavano pienamente il Mediterraneo. Sbarcarono anche in Sicilia, accolti dovunque come liberatori.

Era chiaro che ormai gli Italiani combattevano senza più alcuna convinzione. L’esercito era sempre più arretrato rispetto al nemico; popolazioni e soldati erano ormai sfiduciati. Via via s’era prodotto un vuoto tra il regime e lo stato morale delle fascismo perdeva sempre più consensi popolari e si verificarono nel Nord scioperi operai. Prima ancora dello sbarco degli alleati, Vittorio Emanuele III fece sapere a Mussolini che bisognava necessariamente distaccarsi dalla Germania, opinione appoggiata da Bonomi e dal maresciallo Badoglio: si voleva salvare il salvabile. Il 19 luglio fu per la prima volta bombardata Roma e il 24 luglio di riunì il Gran Consiglio del fascismo. Mussolini fu messo in minoranza e votò contro di lui persino il suo genero, Ciano, che già da tempo si era opposto alla politica di vassallaggio alla Germania. Quest’ultimo pagò poi con la vita il suo “no” al duce. Mussolini riferì al re l’esito del consiglio e quest’ultimo gli comunicò le dimissioni e che al suo posto si designava il maresciallo Badoglio; subito dopo Mussolini fu arrestato. A questo annuncio si scatenò un clima di festa cittadino, ma anche con Badoglio, purtroppo, era inevitabile continuare la guerra. La crisi del regime fascista si può datare dalla fine della guerra etiopica, quando Mussolini si avvicinò sempre più ad Hitler, adottando leggi raziali e firmando patti. La stanchezza e il malcontento investirono tutti i settori della vita nazionale e determinarono, poi, le prime manifestazioni antifasciste. Gli scioperi, il bombardamento su Roma e lo sbarco degli alleati in Sicilia misero alla luce che ormai il fascismo era un’impalcatura sospesa nel vuoto.
Il governo Badoglio firmò l’armistizio con gli alleati il 3 settembre 1943. L’esercito tedesco, all’annuncio dell’armistizio reagì e attaccò i reparti militari italiani. Eroica fu la resistenza nell’isola greca di Cefalonia. A Napoli la popolazione insorse contro i Tedeschi e dopo quattro giorni cacciò gli occupanti dalla città. A Roma i granatieri bloccarono le vie ai Tedeschi, però non fu risparmiata. Il re e il governo fuggirono a Pescara e poi a Brindisi, dove Badoglio istituì il governo nazionale della liberazione. Intanto il 12 settembre 1943 Mussolini viene liberato per volere di Hitler e dopo un incontro con quest’ultimo, tornò in Italia e fondò la Repubblica di Salò. Qui egli volle ripristinare la fede nelle origini del fascismo “sociale” tra le masse ed il nuovo Stato repubblicano doveva impegnarsi nella ricostruzione di un esercito che tornasse a combattere a fianco dei Tedeschi. Molti credettero al ritorno del Mussolini rivoluzionario d’un tempo, ma con i criteri d’occupazione tedesca in Italia, tutto ciò era ben lontano da una “ricostruzione” dello Stato fascista indipendente. Hitler chiese che fossero puniti coloro che nella seduta del Gran Consiglio del fascismo avevano votato contro Mussolini. Era ormai chiaro che nessuna rivoluzione sociale e nessun miracolo avrebbe potuto restituire la vita al fascismo, colpevole di aver trascinato il nostro paese accanto al nazismo.
Dal 28 novembre al 1° dicembre 1943 si incontrarono Roosevelt, Churchill e Stalin. I tre decisero di aprire un nuovo fronte in Europa per stanare la pressione tedesca sul fronte orientale e portare la guerra nel cuore della Germania. L’apertura del fronte fu realizzata con lo sbarco in Normandia il 6 giugno 1944 diretto dal generale Dwight Eisenhower. Fu un’impresa imponente e massiccia: i Tedeschi, colti di sorpresa, furono costretti a ripiegare. Intanto Parigi insorse e il generale De Gaulle entrò nella capitale: la Francia era liberata. Ormai la Germania era in ginocchio, ma, in queste condizioni, riuscì comunque a scatenare una controffensiva nelle Ardenne. Sembrava avere successo, ma poi tutto fu stroncato dagli Americani. Nel febbraio del 1945 a Jalta si riunirono di nuovo i tre grandi, i quali giunsero ad un accordo sull’attacco finale alla Germania. Si scatenò l’inferno sulla Germania: bombardamenti incessanti distrussero tutto e Hitler era a Berlino chiuso in un bunker, da dove lanciò un appello: “Mai i Russi a Berlino”. I Sovietici, invece, già erano nella città e la battaglia con i tedeschi fu estenuante. Il 26 aprile i soldati sovietici si incontrarono con gli statunitensi sull’Elba. Il 29 aprile Hitler recepì la notizia e nominò suo successore l’ammiraglio Doenitz. Il 30 aprile, sapendo che i sovietici si stavano avvicinando al suo bunker, si uccise. La resa della Germania fu firmata il 7 maggio a Reims e ratificata il giorno dopo a Berlino: la Seconda Guerra Mondiale era finita. Hitler, colui che aveva sempre programmato tutto, non previde l’intervento degli Stati Uniti in guerra. Sottovalutò troppo il loro potenziale ed era convinto che i regimi democratici erano inadeguati a decidere in tempi brevi l’intervento nella guerra. In effetti Roosevelt incontrò varie difficoltà di opinione pubblica prima dell’intervento. Spettacoli disumani si presentarono alle truppe alleate quando setacciarono i campi di sterminio tedeschi. Al processo di Norimberga, dove furono condannati i capi del nazismo, la storia di questi orrori fu ricostruita. Nel 1941 Goring attuava la “soluzione finale del problema ebraico”. Vennero costruiti campi di concentramento e i numeri parlano di oltre 5 milioni di Ebrei sterminati in Germania e in tutti i paesi occupati. Altro luogo nel quale fu applicata la “soluzione finale” fu il ghetto di Varsavia, dove nel 1943 60 mila Ebrei si ribellarono e combatterono contro le SS: fu una resistenza epica. La scoperta dell’olocausto apparve subito una mostruosità unica nell’arco della storia umana. Ma la domanda più frequente è: i Tedeschi sapevano su quel che stava accadendo? Sappiamo ormai che molti furono i responsabili di tutto ciò, dai capi del nazismo agli addetti dei campi di concentramento. I “revisionisti”, invece, sostengono che ci sarebbe stata da parte dei nazisti un’imitazione di un modello di genocidio bolscevico-stalinista, che in realtà ebbe motivazioni di classe non di violenza ideologico-razziale.

Resistenza fu chiamato quel movimento di rifiuto, di opposizione diffusa in tutte le fasce sociali, che incominciò a delinearsi nei paesi occupati dalle forze tedesche a partire dal 1941. La Resistenza si manifestò in diverse forme, da quelle blande a quelle di guerra. Si passava dal saccheggio ai trasporti tedeschi a fornire agli alleati informazioni sui loro movimenti. Partigiani si chiamavano i partecipanti alla lotta armata alla Resistenza. Nell’URSS, come visto, la guerra partigiana agì dietro le linee dell’esercito e fu una vera spina per l’invasore. Accadeva spesso, come in Italia, che la Resistenza si ponesse anche obiettivi politici e sociali avanzati, scontrandosi con gli alleati che avrebbero preferito contenere la Resistenza. Un grande impulso alla Resistenza fu dato soprattutto alle forze di sinistra, le cui brigate non lasciavano tregua. In Jugoslavia la Resistenza faceva capo a due movimenti: uno aderente al movimento del generale Mihailovic e che ebbe carattere monarchico e nazionalista; l’altro, più massiccio e imponente del comunista Josip Broz, soprannominato Tito, che combatté sia contro le forze tedesche che contro quelle di Mihailovic. Quando l’Italia dichiarò con Badoglio l’armistizio, Tito sfruttò i mezzi abbandonati dalle divisioni italiane per affrontare i Tedeschi con successo.

Chi ne approfittò della priorità degli alleati allo sforzo bellico contro la Germania fu il Giappone. Questo, attraverso una rapida conquista, dovuta non solo ad una strategia militare vicina alla guerra lampo ma anche perché venne accolto come il liberatore dalle popolazioni indigene, riuscì ad annettere in breve tempo l’Indocina, le Filippine, Hong Kong, Singapore ecc. Le cose cominciarono a mutare nel maggio 1942, quando i Giapponesi, giunti a minacciare l’Australia, subirono due gravi sconfitte dalla flotta statunitense. Gli Statunitensi partirono nella loro controffensiva dalla barriera di isolotti che racchiudevano i territori nipponici. Nel 1944 conquistarono l’isola di Saipan nelle Marianne e da lì il Giappone si trovava nel raggio d’azione delle superfortezze volanti (giganteschi aerei statunitensi che effettuavano massicci bombardamenti). Gli ammiragli giapponesi, vedendo ormai che non c’era più nulla da fare si suicidarono. Altro aspetto nuovo fu la formazione dei kamikaze, i piloti che si trasformarono in vere e proprie bombe umane. Nel 1944 nella battaglia di Leyte l’America riconquistò le Filippine e nel 1945 sbarcavano a Okinawa. Nel 1945 i tre grandi si riunirono ancora una volta nella Conferenza di Potsdam, presso Berlino, però al posto di Roosevelt che era morto prendeva posto Harry Truman; anche Churchill fu poi sostituito dal laburista Clement Attlee. Nella conferenza i tre decisero la “denazificazione” della Germania, la punizione dei criminali di guerra (Norimberga) e la liquidazione dei trust che avevano alimentato l’industria bellica tedesca. Nel primo giorno di conferenza arrivò a Truman un telegramma cifrato che diceva: “Bimbi nati in modo soddisfacente”. Dietro quest’ingenua frase si celava l’annuncio che nel Nuovo Messico era stata sperimentata la prima terrificante bomba atomica. Truman comunicò la notizia a Stalin, che sembrò non comprendere la grandezza di quest’ordigno. Allora Truman decise di usare il nuovo ordigno sul Giappone. Fu giusto il calcolo di Truman? Il Giappone già era ferito dai successi statunitensi. Questi ultimi avevano proprio bisogno di provare gli effetti della bomba atomica sulla pelle cittadina? Lo stesso Einstein propose prima una dimostrazione pratica in un deserto e poi casomai i Giapponesi avessero insistito si sarebbe potuto fare uso della bomba, sempre sotto autorizzazione dell’ONU appena costituita. All’alba del 6 agosto 1945 un bombardiere B-29 sganciò su Hiroshima la bomba atomica. In pochi secondi la città fu rasa al suolo dallo spettrale fungo atomico. Tre giorni dopo anche Nagasaki subì lo stesso martirio. Lo stesso giorno l’URSS dichiarava guerra al Giappone. Il 14 agosto il Giappone si arrendeva: la resa fu firmata a bordo della corazzata americana Missouri, nella baia di Tokio.

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