1920 - Ridislocazione della manodopera


La fine della prima guerra mondiale ha determinato anche una ridislocazione della manodopera. L'industria pesante (ovvero quella siderurgica oppure quella meccanica), che ha avuto ovunque un grande sviluppo sollecitato dalla richiesta di armi e attrezzature per gli eserciti, ora deve riconvertire le sue produzioni al contesto di pace che si era venuta a creare. La riconversione comporta cambiamenti organizzativi, tecnici, tecnologici che nell'immediato provocano una diminuzione della produzione e di conseguenza un aumento della disoccupazione. Al momento stesso le imprese, per favorire la conversione delle linee produttive, cercano di contenere o anche di diminuire i salari degli operai. Come conseguenza si ha un notevole incremento della conflittualità sindacale, che in alcuni casi è particolarmente accentuato. Inoltre ci si pone un nuovo problema ovvero i soldati che tornano dal fronte hanno bisogno di trovare una loro collocazione lavorativa. Negli anni di guerra molti dei posti di lavoro rimasti vuoti per le loro partenze sono stati occupati dalle donne che li hanno sostituiti. Adesso c'è bisogno di prendere delle decisioni, infatti si dibatte se rimandare a casa le donne dalle fabbriche o dai servizi per riassumere gli ex soldati? Oppure bisogna conservare operaie e impiegate e lasciare i reduci ai margini del mercato del lavoro? Nel corso degli anni Venti la soluzione adottata un po' ovunque è stata quella di rimandare le donne a casa per fare nuovamente spazio al personale maschile. Oltre a tutto ciò, alla fine della guerra appare chiaro che i rapporti economici tra le aree economicamente più avanzate sono decisamente mutati. Cinque anni di guerra hanno terremotato i flussi commerciali: la guerra sul mare ha reso gli scambi in certi momenti quasi impossibili, i sistemi produttivi europei sono stati piegati a garantire i rifornimenti agli eserciti. Le merci europee non sono arrivate più in America né in Asia. Stati Uniti e Giappone hanno colto l'occasione e i loro sistemi produttivi e commerciali, solo parzialmente impegnati nella produzione di armi per l'esercito, hanno potuto occupare gli spazi lasciati vuoti degli operatori europei.

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