1918 - Leggi elettorali in Italia

Dopo il 1918 l'Italia deve affrontare i problemi analoghi a quelli già fronteggiati dagli altri Stati europei che hanno vinto la guerra, infatti c'è un forte inflazione da contenere, problemi di riorganizzazione produttiva da risolvere, inquietudine sociale. Diversamente da ciò che accade in Francia e nel Regno Unito, l'Italia si trova di affrontare le questioni nel mezzo di un vero e proprio terremoto politico-sociale, che piuttosto avvicina la sua situazione a quella delle potenze che hanno perso la guerra (prima fra le quali la Germania) che non alle altre potenze dell'Intesa. Il terremoto è favorito anche dall'introduzione di due nuove leggi elettorali (1918-1919) che prevedono il suffragio universale maschile e la rappresentazione proporzionale con scrutinio di lista: infatti ciò significa che alle elezioni si presentano liste di candidati, divise per partiti o gruppi politici e che a ciascun partito tocca un numero di rappresentanti che è grosso modo simile al numero di voti ottenuti. La riforma approvata da un Parlamento a maggioranza liberale è intesa come un contributo alla distensione politica e come un'opportunità perché si sviluppi una maggiore partecipazione democratica. I dirigenti liberali sono convinti di poter dominare la situazione anche con le nuove regole elettorali ma questa convinzione si rivela infondata. Le nuove regole favoriscono i raggruppamenti politici che hanno strutture organizzative stabili e diffusi sul territorio, capaci di condurre una propaganda capillare ed efficiente. Ma i liberali un'organizzazione del genere non ce l'hanno e quando arriva il momento delle prime lezioni da tenersi con le nuove norme del novembre 1919, i liberali non sono altro che il solito raggruppamento di personalità politiche magari autorevoli ma prive comunque di un partito che li sorregga.

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