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La rivoluzione di febbraio in Russia

La crisi politica dell’Impero zarista portò alla frattura tra guerra e popoli che si era manifestata in tutte le nazioni. Il bilancio di tre anni di guerra era per la Russia disastroso.
Al susseguirsi di disordini e manifestazioni di piazza, lo zar Nicola II rispose con la violenza: l’8 marzo ci fu la “seconda domenica di sangue”, dove l’esercito sparò alla folla uccidendo 1500 persone.
La rivolta dei soldati e degli operai provocò l’abdicazione di Nicola II a favore del fratello, che rifiutò e la rivolta popolare si trasformò in una vera e propria rivoluzione politica.

La fine del potere zarista

Il potere fu assunto da due organismi: il Comitato temporaneo della duma (camera dei deputati), guidata dai liberali, e dal Comitato esecutivo del soviet, cioè i consigli di operai, soldati e contadini, dove operavano i partiti socialisti. La duma nominò un governo repubblicano provvisorio. La duma e il governo provvisorio, dominati dal Partito liberal-democratico dei cadetti, che volevano proseguire la guerra, e andare verso una monarchia costituzionale. Il soviet premeva invece per l’uscita dalla guerra e la riforma agraria, con la distribuzione delle terre.

Le correnti nel soviet e l’arrivo di Lenin

Nel soviet agivano due correnti: i menscevichi (minoritari), che in quel momento lo controllavano, e avevano assunto il ruolo di “opposizione legale” perché pensavano che la rivoluzione di Febbraio fosse il massimo traguardo politico raggiungibile; c’erano poi i bolscevichi (maggioritari), che miravano a trasformare la guerra in rivoluzione.
All’inizio dell’aprile del 1917, Lenin, capo dei bolscevichi, con il breve scritto noto come “Tesi di aprile”, prese posizione, sostenendo l’urgenza della rivoluzione socialista. Voleva superare il doppio potere costituitosi con la rivoluzione di Febbraio e ottenne il sostegno del Partito bolscevico alla condanna del governo provvisorio e di un rapido passaggio di “tutti i poteri al soviet”.
A giugno/luglio, Kerenskij, nuovo presidente del governo provvisorio, scatena un’offensiva in Galizia che fallì. Il governo era ormai screditato, e un’insurrezione di soldati e marinai, costrinse i bolscevichi alla clandestinità: Lenin riparò in Finlandia.

La presa del Palazzo d’Inverno e la rivoluzione d’Ottobre

Ci fu un ammutinamento di interi reparti dell’esercito, che segnò l’estraneità dei soldati alla guerra.

Alle elezioni di settembre per il soviet di Mosca, i bolscevichi ebbero la maggioranza.
Il 9 ottobre Lenin rientrò in Finlandia e il giorno successivo il comitato centrale bolscevico si riunì e approvò la soluzione insurrezionalista: destituzione di Kerenskij e assumere il potere. Il 7 novembre, le Guardie rosse, corpo militare guidato da Trockij, si impossessarono del Palazzo d’Inverno (sede del governo).
Lenin fece approvare dal congresso la creazione del consiglio dei commissari del popolo, ovvero il nuovo governo, dominato dai bolscevichi e da lui presieduto, con Trockij commissario agli esteri e Stalin alle Nazionalità.

I bolscevichi al potere

Si fece l’Assemblea costituente. Le elezioni furono a suffragio universale e segnarono una netta sconfitta dei bolscevichi, così la maggioranza dei membri rifiutò di riconoscere il governo bolscevico.
A questo punto i bolscevichi sciolsero l’Assemblea con un colpo di mano; il potere era in mano al Partito bolscevico, che dal marzo 1918 prese il nome di Partito comunista.

L’uscita della Russia dalla guerra

Il nuovo governo voleva uscire dal conflitto mondiale. La concertazione della pace con gli alleati e gli avversari arrivò con il trattato di Brest-Litovsk, che costrinse la Russia a condizioni gravose: perse la Polonia, i paesi baltici e gran parte dell’Ucraina, ma soprattutto la metà degli impianti industriali.
Alla fine della guerra, la Russia, da ultimo stato assoluto europeo era diventata il primo stato socialista del mondo.

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