Ominide 1864 punti

La rappresentazione di Venere nel tempo

Ho scelto questo argomento perché mi ha sempre affascinato come Venere, questa dea associata all’idea di amore, fertilità e bellezza, seppur rappresentata in modi diversificati, dall’arte greca alle forme d’arte più moderne ha mantenuto un concetto “puro” di bellezza. Non un concetto puro in quanto casto, anzi, più avanziamo con l’epoca storica, più la bellezza ha carattere sensuale e quasi scandaloso (se non fosse appunto una dea); la bellezza è pura in quanto realistica, vera, concreta, nella morbidezza quasi tangibile delle sue forme; tanto antica nelle caratteristiche associate al “bello” quanto moderna nella particolarità dello sguardo. Ho scelto sei opere che spaziano dal tardo classicismo al Rinascimento maturo fiorentino, fino ad arrivare al manierismo veneziano.

La prima opera in cui spicca questa figura divina della Venere risale a un periodo dell’età classica (480-->Battaglia di Salamina – 323 a.C. -->morte di Alessandro Magno) che varia dal 364 al 361 a.C., appartiene allo scultore Prassitele ed è Afrodite Cnidia (regalata alla città di Cnido). Abilissimo nel lavorare il marmo, Prassitele riusciva a conferire umanità e mobilità nello spazio alle sue sculture, grazie al suo studio sapiente dei movimenti del corpo umano. Forse la prima scultura in cui una dea viene rappresentata nuda, essa coglie Venere nell’atto di portare la sua veste su un’anfora, mentre si reca al bagno (oppure, secondo una seconda interpretazione, Venere sta tornando dal bagno e appoggia sull’anfora il drappo usato per asciugarsi). Questo drappo ha il ruolo fondamentale di potenziare la plasticità, attraverso un chiaroscuro che contrasta con la linea morbida del corpo della dea. Leggiamo la mobilità attraverso la torsione del busto, il lieve movimento della testa e della gamba sinistra, oltre che dalla mano destra che copre le nudità. Tutti questi particolari conferiscono alla scultura quell’umanità caratteristica di Prassitele, in questo caso letta nel senso di pudore di Venere.

All’età ellenistica (323 – 31 a.C.--> Battaglia di Azio), all’incirca nel 130 a.C., risale la più che celebre Venere di Milo. C’è da dire che l’Ellenismo prevedeva una ricerca della spettacolarità nel reale: l’ordine e la simmetria non possono suscitare le emozioni prodotte dalla casualità, solo la forza della realtà può muovere le passioni umane. Perciò in quest’opera non ritroviamo la tipica compostezza da eroina delle Veneri dei secoli precedenti, ma troviamo piuttosto una Venere naturale, velatamente sensuale nella posizione del corpo. Anche in quest’opera, come in quella di Prassitele, infine, è evidente un contrasto tra i passaggi chiaroscurali della veste e dei capelli e la morbidezza dei lineamenti di Venere.

Facendo un salto di circa 1600 anni, e passando ora alla pittura, arriviamo alla Firenze del Rinascimento maturo, precisamente nel periodo che va dal 1482-83 al 1485, periodo in cui Sandro Botticelli conclude la Nascita di Venere, opera che finirà per diventare un simbolo sia del Rinascimento italiano, sia dell’arte fiorentina, sia dell’idea perfetta di bellezza femminile nell’arte, analogamente al David di Michelangelo per la bellezza maschile. Le caratteristiche principali di Botticelli furono la sua linea definita musicale per la morbidezza e la continuità contrapposta ad una più successiva linea dura e spezzata derivata da un turbamento interiore per le predicazioni di Savonarola, il suo uso di una linea di contorno per suggerire la mancata volumetria, nonché il suo utilizzo di colori chiari e trasparenze. Il dipinto rappresenta Venere che nasce dalla spuma del mare, in piedi su una conchiglia, mentre viene spinta da Zefiro (vento fecondatore) e Cloris (oppure Aura) e raggiunge Flora (una delle Ore), che la copre con un mantello fiorito. La line morbida di Venere e delle figure aggrovigliate che la sospingono contrasta con la linea frastagliata della parte destra del dipinto (la costa, il mantello). Venere è qui rappresentata come Venere pudica, simbolo dell’amore naturale, nel senso di forza motrice della Natura.

Giungendo finalmente al manierismo veneziano, degne di analisi sono la Venere dormiente (1508-1510) e la Venere di Urbino (1538 ), rispettivamente appartenenti a Giorgione e Tiziano. Le due opere, seppur molto simili, presentano alcune notevoli differenze. Nonostante un intervento di Tiziano, nella Venere dormiente notiamo subito la delicatezza di Giorgione nelle gradazioni cromatiche per sovrapposizione di velature caratteristiche della pittura tonale, negli accurati passaggi di luce, nelle trasparenze atmosferiche e nella fusione del soggetto con la natura circostante: nel dipinto, il sonno di Venere è quasi protetto dalla massa erbosa retrostante, sonno che non è disturbato nemmeno dal paesaggio irrealmente silente alle sue spalle. Seppure è una dea, poiché non prova vergogna nella sua tranquilla nudità, è leggermente umanizzata: la sensualità è presente (braccio alzato)ma misurata attentamente (mano sull’inguine). La Venere di Urbino, invece, testimonia apertamente la maggiore plasticità, la maggiore forza drammatica e vitale di Tiziano, rispetto a Giorgione. La scena, forse situata dopo un atto d’amore, rappresenta l’amore tra uomo e donna, ma non matrimoniale, poiché i preparativi sono in corso: vediamo due ancelle che preparano gli abiti per la sposa. La sensualità misurata di Giorgione è qui abbandonata in favore di una Venere maliziosa, ammiccante, sensuale (le rose, il sorriso e i capelli sciolti la suggeriscono) ma fedele, poiché è presente la figura del cane.

L’ultima opera che voglio analizzare è un’altra opera di Tiziano risalente al periodo che va dal 1514 al 1516: Amor Sacro e Amor Profano. Sebbene il dipinto raffiguri due figure femminili simili non pienamente distinguibili e perciò oggetto di diverse interpretazioni, l’interpretazione filosofica identifica nella donna a sinistra la Venere terrena, vestita di abiti nuziali e quindi rappresentazione dei concetti di famiglia e procreazione, mentre nella donna a destra è identificata la Venere celeste, completamente senza veli, che innalza una lucerna verso il cielo. La figura di Cupido al centro, che mescola le acque, rappresenta la perfetta fusione amorosa di sacro e profano.

Registrati via email