La Venere di Urbino è commissionata da Guidobaldo II della Rovere ed è un olio su tela conservato alla Galleria fiorentina degli Uffizi. Vi è una giovane donna nuda semidistesa su un letto in primo piano. A differenza della Venere di Giorgione, l’ambiente non è aperto, ma è all’interno di una ricca casa patrizia. E gli accenni naturali sono le fronde di un albero che s’intravedono dall’apertura sullo sfondo e da una pianta ornamentale in un vaso sul davanzale. Ma la Venere non è sola. Sullo sfondo abbiamo due domestiche, una in piedi e una inginocchiata di spalle, intenta a cercare nel cassone di legno gli abiti da portare alla padrona. Ai piedi del letto dorme un cagnolino, che simboleggia la fedeltà coniugale. Trovandosi all’interno di una casa, la Venere non è una dea, ma una donna. Ma le differenze tra le due Veneri si individuano proprio nelle protagoniste che rispecchiano gli autori.
Quella di Giorgione è inconsapevole della propria nudità, mentre quella di Tiziano è perfettamente cosciente e anche orgogliosa. Si mostra con uno sguardo deciso e penetrante e non prova alcun disagio a mostrarsi adagiata su un letto disfatto. È grazie al tonalismo che abbiamo una concezione dello spazio e dei volumi e anche qui il corpo è parallelo alla diagonale dell’opera. Il colore ambrato delle membra e il dorato dei capelli contrastano con i cuscini rossi sotto le bianche lenzuola. E da questi forti contrasti si costruisce la forma del corpo, dolce e decisa, resa più serena e intima dal cane che dorme. La scena si apre verso destra, l’interno della casa e i colori illuminano di dorato il primo piano dando più risalto alla Venere e diventano più freddi a mano a mano che ci avviciniamo allo sfondo.

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