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Luca Signorelli, Giudizio Universale


Tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, in concomitanza con l'avanzata dei musulmani in Occidente, le mire espansionistiche di Francia e Spagna sulla penisola, le visioni apocalittiche nelle prediche di Savonarola e il diffondersi di movimenti religiosi di riforma ed ereticali, si assiste a un ritorno della rappresentazione del Giudizio: se ne trova un esempio negli affreschi di Signorelli nella cappella di San Brizio del Duomo di Orvieto, iniziati nel 1499 e raffiguranti le Storie dell'Anticristo e il Giudizio Universale, con le scene del finimondo, della resurrezione dei morti, dei dannati portati all'Inferno dai demoni e gli eletti portati in paradiso dagli angeli. Signorelli si trovò ad affrontare il tema in un momento di crisi sociale, politica e religiosa e decise di trascurare l'iconografia tradizionale, esprimendo con spirito visionario i propri sentimenti e le forti emozioni generate da quei momenti particolari. Prendendo come fonte di ispirazione Dante, che nella Commedia aveva descritto visioni di grande fantasia e impatto emotivo e che qui è ritratto fra gli ascoltatori dell'Anticristo, egli riuscì a creare una composizione monumentale e drammatica, concepita come una scena teatrale in cui nell'unità corale ogni figura vive comunque di vita propria. Grazie alla propria passione per l'anatomia e all'uso perfetto della prospettiva, Signorelli tratta la figura umana esprimendone i sentimenti attraverso una forte fisicità, resa con tratti duri e statuari. Nella scena con i dannati condotti all'Inferno l'ambientazione è ridotta a un terreno e a un cielo uniformi e che sembrano di pietra, abitati da personaggi concitati dai corpi poderosi e dai colori irreali, in continuo movimento e tra loro intrecciati, dannati e diavoli insieme, in modo da coinvolgere emotivamente l'osservatore assai di più delle strane minuzie delle opere fiamminghe.

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