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La scultura del secondo Quattrocento a Firenze e a Napoli


Nella seconda metà del Quattrocento la lezione di Donatello fu variamente interpretata dagli scultori. Alcuni preferirono rifarsi all'equilibrio delle creazioni più classiche e armoniche del maestro, che, per influenza dall'arte di Ghiberti, interpretarono in chiave elegante. La riscoperta della classicità, attuata dai primi maestri rinascimentali anzitutto nelle forme compositive e nei contenuti, si esplicitò anche nella ripresa dei dettagli all'antica, quali fregi, grottesche, candelabre e altri ornamenti che andarono ad arricchire monumenti e rilievi. L'esercizio tecnico era finalizzato a modellare il marmo con grande virtuosismo, fino ad ottenere forme morbide e realistiche, e a padroneggiare altrettanto bene la fusione in bronzo. Altri scultori si rifecero invece all'espressività esasperata delle ultime opere donatelliane, letta però in modo più superficiale, dando vita a uno stile originale caratterizzato da dinamismo e linee nervose, come nel caso di Pollaiolo. Oltre alla scultura sacra, al monumento funebre e al busto-ritratto, destinati alla celebrazione dei cittadini più illustri, si diffuse la moda di piccole composizioni ispirate alla storia antica o al mito, realizzate soprattutto in bronzo e con una destinazione privata e collezionistica. Particolarmente vivace fu la scultura nella Napoli aragonese di Alfonso I e dei suoi successori, dove stretti erano i legami con gli ambienti culturali e artistici della Firenze laurenziana, della corte papale di Sisto IV e di quella urbinate e dove erano attivi sia maestri provenienti dalla Toscana, da Roma e dall'area adriatica, sia stranieri. La linea stilistica predominante fu quella classicista, espressa nella vivace composizione antiquaria dell'Arco di Castel Nuovo, nei solenni monumenti funebri e negli austeri busti-ritratto.

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