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La pittura a Firenze nel secondo Quattrocento


Firenze raggiunse il massimo splendore nelle arti con Lorenzo de Medici detto il Magnifico. La sua raffinata cultura umanistica, influenzata dalle teorie filosofiche del neoplatonismo e affascinata dalla letteratura e dall’arte classica, prese forma nelle opere di molti pittori, che ne seppero interpretare le esigenze con intenti propagandistici, morali o di diletto, a seconda delle occasioni. Gli artisti operavano a contato con gli umanisti, che suggerivano le loro iconografie, spesso dense di complesse simbologie, di richiami alla letteratura o di allusioni agli eventi contemporanei. Lorenzo de Medici comprese inoltre come l’arte e la cultura fossero un ideale strumento di propaganda per mostrare la grandezza di Firenze fuori dei suoi confini. Questa situazione ideale, cui giovò indubbiamente il periodo di pace in cui si trovavano gli stati italiani, finì nel momento in cui a Firenze, alla morte del Magnifico, si aprì una grave crisi politica e religiosa. Mentre le lotte per il potere determinarono l’esilio dei Medici e la nascita della repubblica fiorentina, in città si diffuse un clima di turbamento religioso causato dalle apocalittiche prediche del domenicano Girolamo Savonarola, che, prima di essere condannato al rogo come eretico, dettò nuove regole di vita ispirate alla mortificazione e alla negazione dei piaceri, condannando l’arte profana e la letteratura umanistica. Gli artisti risentirono molto di questo clima e tornarono a creare soprattutto opere sacre, caricate di una nuova drammaticità o malinconia, se non di vere e proprie tendenze visionarie.
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