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pittura a Ferrara e a Bologna

Lo sviluppo delle arti decorative sotto il governo di Borso e di Ercole I avvenne in un modo el tutto originale rispetto al classicismo che caratterizzava la corte medicea e quella gonzaghesca: infatti la lezione prospettica e l'astrazione di Piero della Francesca vennero esasperate e fuse con la cultura antiquaria padovana, l'espressionismo dell'Altare del Santo donatelliano e la durezza dei contorni delle prime opere di Mantegna. I caratteri di questo stile si ritrovano sia nella miniatura locale, piena di fantasia e colore, sia nella pittura, il cui caposcuola fu Tura. Le opere degli artisti ferraresi, un gruppo di pittori chiamato da Roberto Longhi "Officina ferrarese", sono caratterizzate da un eccesso di decorativismo, da colori violenti e irreali, da figure dai profili duri e dall'espressività ai limiti del grottesco. A Bologna a metà del secolo si instaurò la supremazia della famiglia Bentivoglio. Il bisogno di legittimazione attraverso le opere pubbliche e la concorrenza nel mecenatismo tra le famiglie più importanti favorì lo sviluppo artistico, anche grazie alla presenza in città dei migliori artisti ferraresi. A partire dagli anni ottanta si sviluppò a Bologna uno stile più moderato e naturalistico, caratterizzato da una maggiore semplicità e da un'interpretazione più sobria e razionale della classicità, i cui massimi interpreti furono il bolognese Francesco Francia e il ferrarese Lorenzo Costa.

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