Andrea Palladio (1508-1580)

La vita Andrea di Pietro della Gondola nacque a Padova nel 1508 e, dopo aver conosciuto il letterato Gian Giorgio Trissino, poté avere un’educazione letteraria. Il colto amico gli aveva dato il nome classicheggiante di Palladio, con cui fu poi universalmente noto. Viene considerato uno dei più grandi architetti del suo periodo e sarà il più imitato tra questi. Nel 1541 compì con il suo maestro il primo viaggio a Roma dove ebbe modo di studiare le architetture bramantesche, quelle di Raffaello e quelle di Michelangelo. Il Palladio svolse la sua attività soprattutto a Vicenza dove compì la sua prima opera architettonica, il palazzo della Ragione, ma, a partire dal 1561, portò contributi notevoli anche al rinnovamento urbano di Venezia. Palladio riscrisse tutte le norme in vigore in architettura: è considerato un manierista perché uscì fuori dalla regole non rispettando quelle stabilite da Vitruvio, che suggeriva i metodi per raggiungere l’armonia e la stabilità in un edificio. Palladio cambiò le proporzioni degli elementi architettonici, cercando maniere diverse per porli in relazione tra loro in modo armonioso.

Logge del Palazzo della Ragione La prima affermazione di notevole rilevanza del Palladio fu la realizzazione delle Logge del Palazzo della Ragione a Vicenza, meglio noto come la “Basilica. E’ un edificio quattrocentesco dalla pianta rettangolare irregolare con i negozi posti nel piano terra e con corridoi, posto tra la Piazza dei Signori e delle Erbe, introducendo all’interno di un doppio ordine di pilastri con semicolonne avvicinate (tuscaniche nella parte inferiore e ioniche in quella superiore) un complesso di serliane. le semicolonne trabeate e la luce costante degli archi sembra mostrare una scansione regolare che in realtà non esiste. Il Palladio apportò vari accomodamenti - rispettando i varchi e le aperture della vecchia fabbrica – mutando così la distanza tra i pilastri e le coppie di colonne libere trabeate che sostengono gli archi. Palladio decise di dare al prospetto una scansione ritmica; studiò e inventò così un nuovo tipo di motivo, detto “palladiano” (o “serviana” --> da Servio, trattatista), che consisteva in tre serie di luci: una centrale e due centinate (forma dell’arco). Tutti gli ingressi nell’arco sono della stessa dimensione, ma le due luci laterali, invece, variano di ampiezza, ma l’occhio non se ne accorge. Infine, non vi è una copertura a terrazza, ma a catena di nave rovesciata (sorta di volta a botte con un arco a ogiva e la parte terminale con due spicchi ).

Le ville L’abitare in villa risulta essere tipico dei ceti nobiliari e borghesi. Tali ceti non consideravano la campagna solo come un semplice luogo di rilassamento dalla vita urbana, ma anche come una unità produttiva: non è pertanto raro che nelle ville più ricche vi si potessero comunque trovare locali usati come stalle, scuderie, magazzini, ecc. La pianta della villa è generalmente quadrata o rettangolare, con la presenza di uno o più loggiati; il salone centrale, generalmente quadrato, si definisce come l’ambiente principale della struttura in quanto è attorno ad esso che si sviluppano simmetricamente i locali abitabili e le scale.

Villa Barbaro-Volpi, Masèr (Treviso) Risalente all’inizio degli anni Cinquanta del Cinquecento, è un esempio notevole di villa palladiana. In essa lo spazio residenziale è costituito dal corpo centrale avanzante, la cui facciata, con l’impiego di un ordine gigante e la terminazione a timpano, richiama i classici templi tetrastili. I volumi porticati, che costituiscono con le loro ali i limiti del giardino, sono le barchesse, ossia gli ambienti a servizio delle attività produttive e delle necessità della villa padronale. In più, accanto alla residenza, ci sono due edifici dove, oltre agli strumenti agricoli e ai magazzini in cui depositare le provviste, si trovano le abitazioni delle persone che vi lavoravano. L’edificio ha una grande armonia perché è tutto basato sullo studio della sezione aurea. Le misure degli elementi sono state scelte in modo che fossero proporzionali e creassero un effetto piacevole una volta che questi fossero stati messi in relazione tra loro.

Villa Almerico-Capra (La Rotonda) Costruita tra il 1550 e il 1551 sulla sommità di una collinetta poco fuori Vicenza, è una villa pensata non come luogo di abitazione, ma come luogo di piacere e di colto intrattenimento, dal momento che vi si svolgevano concerti e gare poetiche. Si tratta di un edificio a pianta quadrata con quattro ingressi monumentali. Gli ambienti interni si dispongono in modo simmetrico intorno a una grande sala circolare coperto da una cupola, emisferica e ribassata (si ispira agli antichi edifici termali romani e al Pantheon). Tutti gli ambienti sono distribuiti attorno alla sala principale, con una forma quasi circolare, e le quattro facciate sono a blocco unico. La facciata, che si ripete identica sui quattro lati dell’edificio, è costituita da un’ampia scalinata, in cima alla quale si apre un pronao: un porticato con sei colonne ioniche che reggono un architrave, sormontato da un timpano triangolare, che deriva dall’architettura dei templi greci. Le scalinate nascondono i piani inferiori dedicati alla servitù attraverso quattro loggiati che permettono, come ha affermato lo stesso Palladio, a tutti di poter godere del godere del paesaggio vicentino. Le decorazioni scolpite sono eleganti: statue a tutto tondo poste sulla sommità e sugli spioventi delle coperture dei pronai (come le statue acroteri ali greche ed etrusche). Altre statue si trovano sui muretti ai due lati delle scalinate.

Chiesa di San Giorgio Maggiore, 1556-1610, Venezia Nel 1566 Palladio ricostruisce la chiesa benedettina di San Giorgio Maggiore (ultimata solo nel 1610) sulla stessa isola veneziana di fronte a San Marco. In essa l’architetto affronta due temi su cui si erano esercitati in molti tra Quattrocento e Cinquecento: il disegno della facciata di un edificio basilicale a tre navate e quello di una pianta che leghi un corpo longitudinale a uno accentrato. La facciata, con un unico accesso, è composta di un ordine gigante – corrispondente alla sola navata centrale – , di quattro semicolonne composte su alti piedistalli sormontate da una trabeazione reggente un classico timpano a dentelli. Il frontone, interrotto solo lungo i due lati inclinati, poggia su un architrave a sua volta sorretto da paraste corinzie. La pianta comprende un grande ambiente rettangolare diviso nella parte anteriore in tre navate e dal quale sporgono due esedre (le estremità del transetto). Seguono un presbiterio quadrato, di poco elevato rispetto all’ambiente che lo precede, e un profondissimo coro concludentesi a semicerchio. Nonostante la grande estensione longitudinale dell’edificio, chiunque si trovi al di sotto della cupola ha l’impressione di essere in uno spazio centrico. Palladio preferisce la pianta accentrata a quella basilicale, ritenendo che essa sia più adeguato alla divinità. L’interno con le grandi volte a botte della navata centrale e del transetto, nonché con le ampie finestre a lunetta (lunettoni), ricorda sia gli esempi delle antiche basiliche romane sia gli edifici termali.

Chiesa del Redentore, Venezia Edificata sul canale della Giudecca, la chiesa presenta una facciata costituita, come in S. Giorgio, dalla sovrapposizione di due schemi templari, uno più piccolo ed uno più grande; il secondo che determina l’effetto dominante. Esso, infatti, si compone di due semicolonne collocate entro due paraste angolari che sorreggono il frontone triangolare, cioè creano il cosiddetto tempio in antis. Lo schema minore, impostato allo stesso livello del primo, presenta paraste che sorreggono due semitimpani dentellati con il geison e la sima che si interrompono in corrispondenza delle paraste terminali. Lo schema maggiore ha il frontone che si staglia contro il muro verticale che sostiene uno strato sottile del tetto. Lo schema complessivo così creato è rivolto a ripetere il fronte del Pantheon romano. L’interno si compone di una unica navata rettangolare con tre profonde cappelle per lato. Il presbiterio, cui si accede attraverso un arco impostato su di una lamina muraria (parete) che restringe la navata, ha forma accentrata. Delle tre esedre che troviamo nello spazio cupolato, due servono a costituire il transetto, l’ultima, invece, rappresenta solamente il vano dell’abside. Entrando nell’edificio non si percepisce il transetto ma il colonnato absidale e la trabeazione del transetto. Le decorazioni murarie, come sempre in Palladio, vengono realizzate con materiale molto povero (legno, mattoni, stucchi ed intonaci) che rende la costruzione più economica e veloce, senza dover rinunciare all’effetto scenico del decoro.

Teatro Olimpico Nell’anno della sua morte l’architetto iniziò a Vicenza la costruzione del Teatro Olimpico: l’opera, condotta a termine dall’allievo Scamozzi, è stata costruita seguendo i passi che Vitruvio descrive nel suo trattato di architettura. Una ripida cavea (che ricorda il teatro greco e romano) termina con un colonnato trabeato sormontato da statue che ne concludono il verticalismo, che contiene l’orchestra e fronteggia il palcoscenico dietro al quale si presenta uno scenario architettonico fisso. La struttura è coperta, mentre i teatri romani – a imitazione di quelli greci – erano all’aperto, ma il soffitto è dipinto simulando un cielo con delle nuvole. La grande innovazione è presente nella scena: oltre alla presenza della prospettiva plastica (o tridimensionali), dalle tre aperture ricavate nel fronte architettonico si dividono cinque strade che sembrano lunghissime grazie all’illusionismo prospettico. Esse si restringono via via che si allontanano dallo spettatore: ciò permette di fingere una grande profondità, ma in realtà lo spazio scenico è ridotto soltanto in pochissimi metri.

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