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Uno dei temi precipui della critica michelangiolesca è il non-finito. Il non-finito rappresenta il non terminare un’opera, nel caso di Michelangelo una scultura. Secondo l’artista la figura era già presente nel blocco di marmo, imprigionata al suo interno, quindi il compito dello scultore era di darle la vita liberandola dalla materia inerte, mediante l’uso di svariati utensili come gli scalpelli. Lo scultore sosteneva la tesi in cui si affermava che la figura era già presente all'interno del marmo e che il compito di costui era solo quello di svelarla, senza l’uso di disegni preparatori, e proprio per tal motivo che Michelangelo viene ricordato per la sua maestria nel realizzare tali opere senza nessuna bozza preparatoria. Vasari descrive in modo affascinate come Michelangelo cercasse di “far emergere la figura della pietra come se la si vedesse affiorare da un specchio d’acqua”. Il non-finito per l’artista diviene un proprio linguaggio espressivo. Nel non finire le opere sembra che Michelangelo volesse creare un trait d’union tra l’analogia simbolica fra la figura che tenta di fuoriuscire dal marmo e lo spirito umano che cerca di liberarsi della carne per anelare a Dio, unica fonte di perfezione. Michelangelo nonostante viene considerato uno dei massimi esponenti nel non-finito artistico criticò svariate volte le opere non finite di altri artisti, come quelle Donatello, ma Giorgio Vasari a tal proposito in difesa dell’artista asserisce: “Il non finito di Michelangelo riflette l’umanità delle sue idee che si pongono sempre oltre la capacità delle sue mani”.

Semir Zeki in Neurologia del non finito scrive: <<Il cervello crea un concetto di oggetto o di sostituzione che dipende dalle sue esperienze di molti oggetti e situazioni, esperienze che riunisce in una sintesi di oggetto o situazioni che possono anche non soddisfare il concetto sintetico più globale e, per il cervello, ne consegue un’insoddisfazione permanente. L’impresa creativa può fare e ha fatto buon uso di tale insoddisfazione. Un modo per avvicinarsi al concetto presente nel cervello è quello di non finire l’opera d’arte, come succedeva spesso a Michelangelo che lasciò incompiuti tre quinti delle proprie opere, il vantaggio, in questo caso, è che il cervello dell’osservatore può terminarla in svariate maniere. Schopenhauer scrisse una volta che bisogna lasciare qualche cosa da fare alla mente, meglio se l’ultima cosa, ed è per questo che ammiriamo le sculture incompiute di Michelangelo e tanti quadri di Cézanne. […] [Con] Michelangelo, Cézanne o Wagner vediamo la facoltà creatrice nascere dall'insoddisfazione, dall'incapacità di trovare nella vita reale il concetto generato dal cervello”. Secondo la tesi di Semir Zeki il “Divino” Michelangelo non lascia incompiute le sue opere poiché non riesce a raggiungere la perfezione, ma bensì vuole ottenere che l’interlocutore vedendo la sua opera non finita si impegna ad immaginarla, magari come l’artista la volesse vedere, quindi si vanno a formare interpretazioni differenti l’una dall'altra. Quando si vede una qualsiasi opera e si inizia ad immaginare si attivano dei meccanismi “a specchio” che simulano azioni, emozioni e sensazioni corporee, questi meccanismi “a specchio” prendono il nome di neuroni specchio. Conoscendo la teoria dei neuroni specchio si è riuscito a decifrare anche il problema che si verificava nel nosocomio fiorentino di Santa Maria Nuova, ove la dott. Ssa Graziella Magherini, psichiatra e psicanalista, si è trovata più volte ad affrontare casi in cui il paziente accusava malesseri strani come attacchi di depressione, ansia, euforia, dove il mondo diveniva per la persona una minaccia da risolvere, anche se questi casi avevano una durata molto breve che poi andavano a scomparire completamente. Successivamente si riuscì a concludere una tesi in cui si affermava che tali attacchi avvenivano dopo aver visto opere di Michelangelo o Caravaggio che facevano insorgere all'interno dell’interlocutore tali problematiche, oggi questa tesi ha preso il nome di “Sindrome di Stendhal”, poiché quest’ultimo visitando diverse opera da Milano a Reggio di Calabria ebbe diversi disturbi di questo genere. Tra le opere non finite di Michelangelo ricordiamo i Prigioni, quattro custoditi nella Galleria dell’Accademia a Firenze e due al Louvre a Parigi, quest’ultime due opere prendono il nome di Schiavo Morente e Ribelle e rappresentano una delle collezioni più importanti del museo parigino.
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