Leon Battista Alberti

L’esistenza del Rinascimento figurativo si deve ad Alberti che diede una sistemazione teorica alle innovazioni dei primi anni del Quattrocento. Nato a Genova, la sua famiglia era in esilio e si trasferì prima a Venezia e quindi a Padova. Laureatosi in diritto a Bologna, nel 1428 poté tornare a Firenze per poi trasferirsi come abbreviatore apostolico a Roma nel 1432. Tornò a Firenze nel 1434 con il Papa Eugenio IV e si spostò poi a Ferrara e ancora a Firenze per il Concilio (1438-39) per la riunificazione di Chiesa di Occidente e Oriente. Nel 1443 tornò definitivamente a Roma dove morì nel 1472. Alberti fu uno dei più colti umanisti, scrisse vari trattati e fu autore di poesie e morali, scrisse di geometria, topografia e meccanica. Architetto e pittore scrisse i primi tre grandi trattati dell’Età Moderna: il De pictura (1453-36), il De re Aedificatoria (1447-52) e il De statua. Nel De pictura esprime i concetti della prospettiva e si da la definizione di disegno, l’importanza della composizione delle storie e le relazioni luce-colore. Per Alberti il disegno è linea di contorno e le sue concezioni si trovano in due dipinti che gli sono stati attribuiti: la Natività della Vergine (che si trova a New York) e la Presentazione della Vergine al Tempio (a Boston). Nelle due tavole che forse facevano parte di una predella si hanno prospettive architettoniche con zone di luce e ombra secondo la provenienza di questa. Le scene, tratte dai vangeli apocrifi, sono movimentate da un numero elevato di personaggi, animali e cose. Le dimensioni dei personaggi sono metro paragone degli edifici in cui si trovano; in più il cielo deve essere quasi bianco verso il basso e azzurro più in alto. Lo scopo della pittura oltre ad imitare la realtà è quello di trovare la bellezza, ciò che piace all’occhio, armonia e accordo. Nel De statua parla dell’utilizzo e della realizzazione di uno strumento che sarebbe servito per indicare gli elementi di una statua. Nel De re Aedificatoria le conoscenze di Alberti portano ad una trattazione completa dell’arte dell’edificare. Scritto nel 1452 prende come esempio Vitruvio e parla quindi del disegno, dei materiali, dei procedimenti degli edifici pubblici e privati, delle strade, dei ponti, delle fortezze, dell’organizzazione delle città, dei canali, dell’ornamento e degli ordini architettonici. Infine delle cause delle lesioni e della loro prevenzione. Come architetto Alberti interviene nel 1450 nel rifacimento della chiesa di San Francesco a Rimini, chiesa gotica, chiamata anche Tempio Malatestiano, perché finanziata da Malatesta, signore della città, secondo cui doveva diventare monumento celebrativo. Alberti incapsula l’edificio in un involucro marmoreo, non curandosi dell’edificio sotto, lasciando per esempio le sue arcate in asse con le finestre laterali. Secondo la sua concezione non dirige i lavori ma lascia che se ne occupi Matteo de ‘ Pasti. La parte superiore doveva essere coronata da un fastigio mentre dei semitimpani l’avrebbero raccordata con la cornice sottostante. Una cupola avrebbe poi terminato l’edificio. Nella facciata ebbe presente gli archi di trionfo mentre nei fianchi si rifà agli acquedotti. Il basamento è come un podio e sorregge i pilastri e le semicolonne; queste dividono la superficie in tre parti: quella centrale con il portale sotto una arcata profonda, e quelli laterali che ne riprendono il motivo. Le arcate sono cieche ma dovevano diventare contenitori per i sarcofagi dei signori di Rimini. Oltre al Tempio Alberti costruisce anche il Palazzo Rucellai che ritrovava la sovrapposizione degli ordini. Attorno al 1456 progetta poi la facciata di Santa Maria Novella, che era già stata parzialmente costruita nel ‘300 (portali inferiori laterali, archi acuti e arcate cieche) e Alberti dovette armonizzare vecchio e nuovo. Nella zona inferiore creò solo il portale con una grande arcata a tutto sesto tra due colonne corinzie, riproposte agli angoli della facciata. Tra parte inferiore e superiore c’è un alto attico, e sopra a questa si trova una facciata sullo schema del tempio tetrastilo con quattro paraste corinzie zebrate che sorreggono una architrave su cui poccia un timpano. Due ampie volute decorate congiungono la parte superiore all’attico nascondendo il tetto. La facciata è iscrivibile in un quadrato, due quadrati circoscrivono la parte inferiore mentre uno quella superiore. La ripresa del tempio greco si trova anche nel progetto di San Sebastiano e Sant’Andrea tutte e due a Mantova, volute dai Gonzaga. San Sebastiano è a pianta centrale, iniziata nel 1460 e portata avanti da Luca Fancelli. La pianta è a croce greca con un pronao su un solo lato; la facciata prevedeva sei lesene ma due furono eliminate dando importanza alla muratura. Sopra le lesene si ha una cornice e un frontone spezzato. In Sant’Andrea, progettato nel 1470 e iniziato da Fancelli si torna alla pianta longitudinale. La facciata riprende l’arco di trionfo unito alla facciata di un tempio classico con tre aperture per il pronao, una centrale, amplissima, con una grande arcata e altre due piccole. Quattro lesene sorreggono un basso architrave sopra al quale si trova un timpano. All’interno una volta a botte cassettonata sorretta da pilastri tra cui si aprono cappelle coperte da volte a botte. L’apertura sotto una nicchia e una finestra è ripresa tra le cappelle interne.

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