Daniele di Daniele
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Giorgione

All’inizio del 1500 prende consistenza a Venezia un indirizzo artistico, la pittura tonale, che si pone consapevolmente nei termini di un’alternativa agli ideali ed alle forme del classicismo maturato tra Firenze e Roma. Nel riformulare un nuovo classicismo antidogmatico e non idealizzante Venezia intendeva anche contestare quel primato per rivendicarne uno proprio. La spingevano a questo la coscienza di una diversità storica ed ambientale, l’apertura verso fenomeni culturali anche distanti e le esperienze concrete di vita maturate con gli scambi commerciali, oltre che la contrapposizione con la Chiesa. Forte di questa coscienza, nel corso del XVI secolo, Venezia specifica e consolida la propria posizione artistico - culturale, fissando e divulgando poi in tutta l’Europa i valori profani della sensualità e della bellezza, il gusto per la trasfigurazione poetica, ma cordialmente partecipe, delle cose.

Se è fuori di dubbio che la prima fase rinascimentale servì da stimolo per la definizione di un nuovo modo di avvicinarsi alla realtà, fu Giorgione, nato a Castelfranco Veneto nel 1477 e morto a Venezia nel 1510, che creò una nuova sensibilità per il naturale e trovò i mezzi pittorici per darvi compiuta espressione poetica. Egli cominciò a dare alle sue pere più morbidezza e maggior rilievo con un nuovo approccio basato sull’osservazione diretta di cose naturali e la resa della loro naturalità, attraverso la consistenza fisica del colore e la fusione atmosferica delle forme.
Giorgione dipingeva senza usare una griglia disegnativa e senza avvalersi di un precostituito supporto per i chiaroscuri, procedeva liberamente alla creazione delle forme e del medium ambientale.
L’artista operava per accostamenti ed aggiustamenti di masse cromatiche, fino ad ottenere l’equilibrio compositivo e, soprattutto la giusta intonazione luminosa; una luce avvolgente e tremula che sgrana e fonde le masse degli alberi e degli elementi naturali, addolcisce gli incarnati ed ammorbidisce i panneggi, colorando e colorandosi di un tono cromatico unitario, umido.
Mentre l’unità delle opere quattrocentesche era data dall’impaginazione prospettica degli elementi della rappresentazione, a realizzare l’unità d’insieme è, in questo tipo di pittura il colore - luce che variando di consistenza d’impasto e modulando l’intensità luminosa, assume sia funzione plastica, di definizione di volumi, sia funzione spaziale, di profondità prospettica e densità atmosferica.
E’ questa la grande innovazione di Giorgione alla quale si rifarà poi Tiziano.
Ma non si tratta solo di una novità tecnica, che si esaurisce nella capacità di fondere senso plastico e colore, fino al riassorbimento in esso del disegno e dei contorni. E’ qualcosa di più e di diverso: l’unione del momento ideativo a quello esecutivo, la convergenza dell’immagine concettuale con il sentimento lirico che colma la distanza fra l’idea del mondo e il mondo stesso, così come appare e viene comunicato dalla sensibilità.
Insegnando un nuovo modo di vedere e di sentire la realtà, Giorgione ha rivoluzionato il corso dell’arte. Il fascino del suo linguaggio necessariamente fu immediato e profondo.
Partendo dalle premesse dell’umanesimo di Giovanni Bellini, Giorgione chiarì i termini del problema del rapporto tra storia e natura. L’influenza delle dottrine neo - aristoteliche elaborate nello Studio padovano, ed incentrate sul concetto di immanenza del divino e sulla priorità della sensazione, furono certamente di stimolo al maturare degli interessi naturalistici di Giorgione. Si tratta di interessi non di un pittore scienziato bensì di un “musico e poeta”.
Se la natura è il filtro complesso che ridefinisce i rapporti fra gli uomini, attraverso la vibrazione emotiva che non solo li lega tra di loro, ma anche al paesaggio, allora ci si può riconoscere in essa per immedesimazione poetica, per un musicale accordo del vibrare soggettivo con quello universale. Ed è in fondo in termini musicali e poetici che dobbiamo rapportarci alle opere di Giorgione per cercare di comprenderne il senso: un’armonia del tutto che è profonda e reale ma razionalmente indimostrabile. Si può parlare di una pittura senza storia.
I quadri di Giorgione, quasi sempre di piccolo formato, erano destinati al diletto di pochi e raffinati committenti. Non si vedrà più uno scenario in cui l’uomo recita la sua storia, ma contesto vitale della sua esistenza esso riassorbe in sé il principium idealizzato. La sua luce non è che una luce fisica, morbida quasi palpabile che avvolge e permea di sé tutte le cose. La fusione atmosferica diventa effusione sentimentale, abbandono confidenziale e fiducioso dell’uomo all’abbraccio con la natura, panteisticamente intesa come principio unitario della realtà. Si ha la rivelazione dell’intima vitalità della natura, colta nel momento in cui si scatena nell’effusione del momento vitale, una natura che genera e si rigenera, nello scorrere del tempo in simbiosi con tutto il reale, uomo compreso.
Questa è la visione di un nuovo umanesimo che non si eccepisce idealisticamente della natura, ma la pone come suo dato costitutivo e fondamentale.

I TRE FILOSOFI (1505, tela, Kunsthistorisches Museum, Vienna)
Il dipinto si colloca al centro del percorso stilistico di Giorgione: i colori sono vivacissimi, ma sapientemente armonizzati all’interno della luce atmosferica. Il senso di sospensione, di ricerca e l’attenta lettura di alcuni dettagli iconografici hanno fatto pensare che i Tre Filosofi (talvolta semplicemente interpretati come allegoria delle cosiddette “tre età dell’uomo”, tema molto caro ala cultura artistica veneziana del primo 1500) possano essere astronomi, o anche i re Magi che assistono al comparire della stella.

RITRATTO FEMMINILE (LAURA) (1506, tela applicata su tavola, Kunsthistoriches Museum, Vienna)
Una scritta sul retro consente di datare il dipinto con precisione. Il nome della ragazza (la stessa modella che ricompare nella Tempesta) è tratto dalle foglie di alloro che decorano il fondo. Secondo i cronisti dell’epoca Giorgione ha avviato al successo questo genere di immagini, mezze figure di fanciulle: il tema sarà praticato in seguito anche da Tiziano.

GIUDITTA (1503 circa, tavola, Emirtage, San Pietroburgo)
Come risulta dal confronto con antiche incisioni, la tavola è stata rimpicciolita sui lati. Il tramonto sullo sfondo consente a Giorgione di sperimentare gli effetti prodotti dalla luce radente, una tappa importante per la conquista della tecnica del “tonalismo”.

ADORAZIONE DEI PASTORI (NATIVITA’ ALLENDALE)
(1504circa, tavola, National Gallery, Washington)
Di questa composizione, momento culminante del gruppo di soggetti religiosi, dipinti da Giorgione durante la sua prima attività, esiste una replica leggermente variata nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. Le figure sono raccolte in un angolo del dipinto, per lasciare il massimo spazio possibile al paesaggio, che non è più semplicemente uno sfondo, ma partecipa in modo diretto al soggetto, grazie alla sottile definizione atmosferica di ogni particolare.

TEMPESTA (1506 circa, tela, Gallerie dell’Accademia, Venezia)
Fra i pochissimi dipinti di Giorgione documentati dalle fonti, è inesauribile oggetto di ricerche sul soggetto. Le più recenti teorie vedono nei due personaggi Adamo ed Eva scacciati dall’eden; al di là delle ipotesi, il protagonista indiscusso è il paesaggio. Per l’architettura sullo sfondo e per i ricchi elementi vegetali, Giorgione rinuncia senz’altro alla minuta definizione dei primi dipinti e trova qui un più ricco e sfumato impasto cromatico. Il dettaglio degli alberi consente di apprezzare appieno la pazientissima e fine tessitura luministica che dà al dipinto una straordinaria, inedita suggestione.

ADORAZIONE DEI MAGI (1504, tavola, National Gallery, Londra)
Il formato allungato della tavola suggerisce a Giorgione una netta divisione in due della scena, sottolineata dal muro di mattoni: la Sacra Famiglia, a sinistra, è avvolta da una penombra, mentre il corteo dei Magi, di cui fanno parte paggi dagli sgargianti costumi, è in piena luce.

VENERE DORMIENTE (VENERE DI DRESDA)
(1510 circa, tela, Gemaldegalerie, Dresda)
Il corpo della ragazza nuda sembra seguire le morbide linee delle colline, distendendosi nel quieto chiarore del paesaggio: l’immagine, lungi da cercare di suggerire la sensualità di Venere, sembra piuttosto un segno dell’atteggiamento contemplativo spesso dimostrato da Giorgione nei confronti della bellezza e della natura.

TRE ETA’ DELL’UOMO (CONCERTO)
(1510 circa, tela, Galleria Palatina, Palazzo Pitti, Firenze)
Il dipinto è un caratteristico esempio delle allegorie moraleggianti prodotte da Giorgione e dalla sua cerchia ed è possibile che sia stato eseguito a più mani. Per la sottile trama della luce e l’atmosfera di tranquilla pensosità si può ritenere, almeno parzialmente, uno degli ultimi quadri autografi del maestro di Castelfranco, compiuto poco prima di morire di peste nell’estate del 1510.

SACRA CONVERSAZIONE
( 1505 circa, tavola, Gallerie dell’Accademia, Venezia)
Con l’unica eccezione della pala d’altare di Castelfranco Veneto, Giorgione ha dipinto soggetti religiosi esclusivamente per la devozione o il collezionismo privato, come questa piccola composizione. La pacata distribuzione delle figure in uno spazio quietamente illuminato corrisponde alla più tipica vena di intimismo delle opere del periodo centrale di Giorgione. Qualche studioso suppone che in fase esecutiva sia intervenuto il giovane Sebastiano del Piombo.

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