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Francesco Borromini

Borromini (1599-1667), nacque a Bissone. Trasferitosi a Milano, iniziò a lavorare come scalpellino. Nel 1614 si recò a Roma, per entrare nella bottega di Maderno, suo lontano parente. La sua prima attività si svolse dunque accanto all'architetto, nei cantieri di San Pietro e di Palazzo Barberini. Durante questo periodo studiò le architetture antiche e rinascimentali e soprattutto le opere di Michelangelo, di cui ammirò sconfinatamente la tensione spirituale. Alla morte di Maderno, iniziò una breve collaborazione con Bernini; per la profonda diversità di temperamento, gusto e cultura, fra i due nacquero presto dei dissapori, che li avrebbero resi acerrimi rivali per il resto della loro vita. Nel 1634, iniziò la sua attività indipendente di architetto, ricevendo dall'Ordine spagnolo dei Trinitari Scalzi l'incarico di costruire a Roma il loro convento e la Chiesa di San Carlo alle Quattro Fontane, nota come San Carlino (Roma) per le sue piccole dimensioni. Disegnando il piccolo chiostro rettangolare del convento, creò una nuova tipologia formale: distribuì gli intervalli delle colonne con un ritmo alterno (più larghi e più stretti), eliminò gli angoli e li trasformò in corpi convessi. La pianta si trasforma in tal modo in un ottagono irregolare. L'alzato presenta un doppio ordine di colonne; quelle inferiori sono tuscaniche e presentano un capitello il cui abaco si prolunga in modo da costituire una sorta di architrave continuo e mistilineo, ossia retto nelle porzioni di muro e curvo in corrispondenza degli archi.

Le opere borrominiane non presentano mai un incontro fra due superfici piatte, non si risolvono mai in una rigida stereometria (parte della geometria solida che concerne la misura dei solidi); vi si coglie sempre la volontà di addolcire gli spigoli, di ridurre gli aggetti, di stabilire un rapporto tra verticali e orizzontali con mediazioni che scongiurino qualsiasi forma di discontinuità. Il progetto di questa chiesetta, dedicata a San Carlo Borromeo, è rivelatore del metodo borrominiano, estraneo alla tradizione classica della progettazione modulare e basato sull'uso di unità geometriche. Lo schema di base della pianta è costituito da un rombo (formato da due triangoli equilateri che hanno un lato in comune) cui si sovrappone il perimetro mistilineo dell'edificio. La pianta, assume dunque una forma tendente all'ellisse. L'organismo architettonico del San Carlino si sviluppa unitario e coerente dalla base alle pareti e da queste alla cupola che s'innalza ed è ellittica, decorata da cassettoni ottagonali, esagonali e cruciformi. Le dimensioni di questi cassettoni diminuiscono progressivamente verso la lanterna e l'artificio prospettico lascia apparire la cupola molto più alta. Realizzò la facciata trent'anni più tardi, nel 1664. Si presenta come uno schermo unitario sviluppato in altezza. La parte inferiore si flette in due settori esterni concavi e uno centrale convesso; nella parte superiore, invece, tutti i settori sono concavi. In cima, un grande medaglione ellittico è sorretto da angeli. La statua di San Carlo è posta nella nicchia centrale.

Le architetture di Borromini sono affascinanti, suggestive e stravaganti; a differenza di quelle berniniane, non risultano tuttavia di facile comprensione. Borromini impersonò un'altra tendenza, più trasgressiva: la sua fu un'architettura chimerica. Questo concetto ha origine da un severo giudizio formulato dal rivale Bernini, durante il suo viaggio parigino. I pittori e gli scultori, egli osservò, nelle loro architetture prendono a norma le proporzioni del corpo umano; Borromini, invece, formava le proprie sulle chimere, le creature fantastiche e mostruose che i poeti antichi avevano descritto col muso di leone, il corpo di capra, la coda di serpente.

La Chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza (Roma), è eretta nel contesto del Palazzo della Sapienza, all'estremità est del cortile porticato costruito all'inizio del secolo dall'architetto Giacomo Della Porta. Per lo schema della pianta, l'architetto ricorse all'uso del triangolo equilatero: compenetrando due triangoli, egli ottenne un motivo stellare a sei punte, che include al centro un esagono regolare. La cupola è una continuazione del corpo dell'edificio e ne accentua lo slancio verticale con la sua superficie spezzata, i suoi costoloni e la decorazione a stelle. All'esterno, nel tiburio, le forze interne della chiesa sono convogliate e disperse: l'energia e la tensione impresse al tamburo, alla piramide a gradini e alla lanterna, confluiscono nella straordinaria spirale che funge da fastigio, un originale coronamento derivato dalla sezione di una conchiglia a chiocciola, che Borromini tradusse in forme geometriche, conferendogli l'aspetto di una corona o di una tiara. Il sistema dei simboli, che nell'architettura di Borromini ha sempre rivestito un ruolo fondamentale, trova in Sant'Ivo la giusta esplicitazione: la forma stellare della pianta, sviluppata poi in alzato, presenta un evidente riferimento al simbolo della sapienza; allo stesso modo, assume una fortissima valenza simbolica l'intera veste decorativa della cupola, con le sue file di stelle, i cherubini e gli stemmi papali.

Durante il pontificato di Urbano VIII, Borromini si segnalò come l'unico architetto capace di contrastare la "dittatura artistica" esercitata da Bernini. Fu comunque sotto Innocenzo X, quando la fortuna di Bernini si oscurò, che Borromini potè raggiungere un prestigio e un primato degni del suo valore; negli anni del pontificato Pamphili, infatti, ottenne i primi incarichi pubblici importanti: la ristrutturazione dell'antica Basilica di San Giovanni in Laterano, in vista del Giubileo del 1650, e il completamento della Chiesa di Sant'Agnese In Piazza Navona.
La progettazione della Chiesa di Sant'Agnese in Agone (Roma, Piazza Navona), che nelle intenzioni del pontefice avrebbe dovuto ospitare i monumenti funebri di tutti i membri della famiglia Pamphili, era stata commissionata da Innocenzo X a Girolamo Rainaldi. L'architetto disegnò un edificio a croce greca coperto a cupola e aprì il cantiere nel 1652, ma il suo lavoro fu subito criticato e l'anno seguente l'incarico venne affidato a Borromini. L'architetto trasformò come potè il progetto rainaldesco, ricavando uno spazio centrale ottagonale, accentuando con absidi la dilatazione trasversale della chiesa e soprattutto aumentando l'altezza dell'edificio con un tamburo e una cupola a profilo elevato. Per la facciata realizzò un prospetto largo, dotato di due piccole ali concave e affiancato da due torri. Questi campanili non si limitano ad incorniciare visivamente la cupola: innestandosi direttamente ai palazzi adiacenti, essi riescono ad articolare il perimetro obbligato di Piazza Navona.

Risale agli anni 1652-53 un altro celebratissimo capolavoro di Borromini, la Galleria di Palazzo Spada (Roma). Il palazzo prende il nome dal cardinale Bernardino Spada, che lo acquistò nel 1632 incaricando Borromini di ristrutturarlo. Chi ne attraversa il cortile, s'imbatte nella Galleria che alla vista sembra monumentale e molto profonda; dall'ingresso, guardando verso il fondo, si scorge una scultura che si direbbe di grandezza naturale. Ma se si prova a percorrere il corridoio, si scopre subito che si tratta di un ingegnoso artificio prospettico: la Galleria, infatti, è lunga poco più di 8 m e la scultura è alta appena 80 cm. Borromini giocò con questa architettura creando una semplice illusione di profondità e ottenne un tale risultato facendo convergere non solo le pareti laterali con i relativi colonnati ma persino il pavimento mosaicato e la volta: in altre parole, le colonne diventano via via più corte, le volte cassettonate, con le relative cornici, diventano invece più basse e anche il pavimento si eleva di quota.

Gli ultimi anni di vita di Borromini, dopo la morte di Innocenzo X, furono segnati da una grave crisi psicologica, alimentata anche dal mancato completamento dei suoi progetti più importanti. Mentre Bernini riacquistava il favore dei papi e il monopolio delle grandi commissioni pubbliche, Borromini andava isolandosi sempre di più, compromettendo ogni possibilità di ottenere nuove committenze con il suo temperamento sempre più introverso, inflessibile e insofferente.

Borromini morì nel 1667. Ossessionato dai successi del Bernini e tormentato dalla sua ipocondria, si trafisse con la spada in un momento di disperazione, dopo aver bruciato i suoi disegni. Questa morte violenta, preceduta da una lunga agonia e dalla tormentata ricerca dell'assoluzione cattolica, fu il compimento di una vita segnata da una natura tragica, paragonabile in qualche modo a quella di Caravaggio. Borromini non viaggiò, non ebbe allievi e non formò una sua scuola. Eppure, la sua ribellione, la sua affermazione personale totalmente anticlassica, la sua chiusura verso la cultura del proprio tempo furono accompagnate da una grande fortuna europea. Quella di Borromini è un'architettura di movimento, nel senso che aspira costantemente ad una condizone di "equilibrio dinamico".

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