Ominide 50 punti

Gian Lorenzo Bernini

Bernini figlio di un modesto scultore di origine toscana, nacque a Napoli nel 1598. La sua formazione artisti-ca avviene a Roma, dove si trasferisce con la famiglia dal 1605 e dove svolgerà tutta la sua carriera artistica (1665→Parigi) fino alla sua morte nel 1680. Bernini possedeva le doti delle tre arti era: scultore, architetto, pittore, scenografo, commediografo e disegnatore; il disegno costituisce l’elemento principale di tutta la sua attività, infatti, egli lo impiega sa per la realizzazione di bozzetti sia per la preparazione di progetti architet-tonici e per scenografie teatrali, adeguando il tratto alle diverse esigenze rappresentative.
La sua carriera si svolge interamente all’interno della corte papale, della quale finirà per diventare il princi-pale rappresentante artistico. Berinini portò alla massima fioritura il Barocco con la realizzazione dei piani urbanistici voluti dai pontefici romani. Berinini non percepisce le tre arti in modo separato. Ma come un’unica forma di espressione. Con questo artista si pongono le basi per un’arte radicalmente nuova, dove la fantasia e la libertà finiscono per trasgredire le regole imposte dal Classicismo, del quale si continua a con-servare l’armonia.

Apollo & Dafne
Nell’ Apollo e Dafne l’artista rappresenta il momento in cui Apollo, dio greco della musica e delle profezie, sta per raggiungere la bellissima ninfa Dafne di cui si era innamorato a causa di una freccia lanciata dal dio dell’amore Eros. Si tratta di una scena drammatica, dove Bernini da una dimensione composta e un’armonia classica, vi sono il prevalere delle curve risaltate dai panneggi e dalla levigatezza con il quale è trattato il marmo.
Dafne pur di sottrarsi alla non corrisposta passione, chiede e ottiene dal padre Penèo di essere tramutata in una pianta di alloro, chiamata appunto Dafne. L’artista riesce a conferire un senso di movimento alle due fi-gure come possiamo vederlo nella gamba sinistra di Apollo, che appare leggermente sollevata dal suolo nell’atto della corsa; in Dafne invece vediamo come il corpo nudo, per sfuggire dall’indesiderato abbraccio si inarca in avanti, con un colpo di reni, nell’ultimo gesto di libertà. Dafne urla disperata, mentre Apollo la già presa con la mano sinistra, i capelli e le mani della ninfa iniziano a trasformarsi in rami di alloro, le dita dei piedi diventano radici che bloccano la corsa e la liscia pelle si è fatta ruvida corteccia.

L’estasi di Santa Teresa 1622-1625 Marmo di Carrara h. 243 cm Roma- Galleria Borghese)

La scena rappresenta Santa Teresa d’Avila in estati mistica, cioè sopraffatta dalla soprannaturale visione di Dio. La Santa è scolpita immaginandola semi distesa su delle nuvole, mentre un angelo sorridente ( in realtà più simile a Cupido), sta per trafiggerle simbolicamente il cuore con una freccia dorata→ parola di Dio (è un raggio di sole); dietro vi è una cascata di raggi dorati, illuminati da una finestra nascosta simboleggiando la presenza divina. La collocazione e gli atteggiamenti dei personaggi sono enfatizzati come se si trattasse di attori, ciò è accentuato dalla presenza ai due lati della cappella di due finti balconi dai quali, le statue raffigu-ranti vari membri della famiglia Corsaro, assistono all’estasi della santa, commentandola con stupore. L’estasi assume però il significato del terreno piacere erotico dovuto dall’intensa espressione del volto con il capo abbandonato, la nudità dei piedi e lo scomposto e quasi eccessivo agitarsi delle vesti.

Baldacchino fi San PietroALDACCHINO DI SAN PIETRO(1646-1651 Marmo e bronzo dorato Roma-Chiesa di Santa Maria Vittoria- Cappella Corsaro)
Il baldacchino doveva avere delle dimensioni e caratteristiche tali per potersi inserire sopra l’altare maggio-re, nell’immenso spazio vuoto sottostante la cupola di Michelangelo. Su 4 giganteschi basamenti rivestiti di marmi colorati, si ergono 4 colonne tortili di bronzo dorato, decorate con viticci, api e putti coronate da capi-telli compositi; sui capitelli si impongono a loro volta 4 dadi che distanziano il capitello dalla soprastante trabeazione, creando un effetto di maggior slanciatezza. La trabeazione, concava verso l’interno è leggera e preziosa, imitando i pendoni (falde pendenti) di un baldacchino in tessuto. Per la copertura, frutto della col-laborazione con Borromini, sono impiegate 4 enormi volute foggiate a dorso di delfino; esse si elevano da 4 angoli apposti e convergono diagonalmente sul quale poggia una sfera sormontata da una croce. Nonostan-te le dimensioni appare esile e perfettamente proporzionato, le colonne tortili danno uno slancio verticale al-la struttura, il colore del bronzo scuro dorato con la policromia dei marmi circostanti crea un’illusione ottica che snellisce la struttura rendendola il perno attorno al quale si organizza l’enorme cupola, la trabeazione e le duttili volute ( modellare/condurre) accentuano la sensazione di armonia e leggerezza. (1624-1633 Bronzo dorato , legno e marmi policromi h. 28.70 m Città del Vaticano- Basilica di San Pietro)

Francesco Borromini

Francesco Castelli noto come Borromini nacque a Bissone sul lago di Lugano nel 1599. Andò a Milano per apprendere i primi studi sull’arte di costruire, nella città fu attivo nella fabbrica del Duomo. Si trasferì a Ro-ma e lavorò per le dipendenze di Carlo Maderno e di Bernini, il quale fu sempre ostile per il diverso modo di concepire l’architettura. L’artista sempre riflessivo e problematico, accumulò nel suo studio numerosi libri molti dei quali architettonici, con lui, infatti, nasce la ‘specializzazione’, egli concentrò tutte le proprie capaci-tà in un unico campo l’architettura. Dal 1634 diviene artista indipendente, anche se già nel 1632 Bernini gli fece ottenere la carica di architetto della Sapienza, l’antica Università di Roma, questo fu un gesto per inter-rompere la loro collaborazione. Borromini produsse un gran numero di disegni, dei quali fu gelosissimo, considerandoli come suoi figli, questo amore lo portò addirittura a distruggerne incendiandoli prima della sua morte, egli, infatti, morì suicida a Roma, dopo una notte di sofferenze nel 1667. Fu il primo che utilizzò la grafite (matita).

San Carlo delle Quattro Fontane
Borromini per i Padri Trinitari Scalzi costruisce il quarto, il chiostro→cortile interno e la Chiesa di San Carlo detta “San Carlino” a causa delle sue ridotte dimensioni. Il piccolo chiostro (1635-1637) ha una pianta rettan-golare e si compone di un doppio ordine di colonne: quelle inferiori tuscaniche l’abaco prolungato fino a co-struire un architrave che sostiene un muro pieno e un arco; quelle superiori sono trabeate. Gli angoli del ret-tangolo, smussati, ospitano coppie di colonne sulle quali vi sono porzioni di muro convesse; la pianta si tra-sforma in un ottagono con quattro lati curvi e di dimensione ridotta. La forma convessa introdotta nel chio-stro è il motivo dominante della chiesa, la cui pianta, basata sull’ellisse, è un succedersi di rientranze e spor-genze; l’andamento sinuoso del perimetro, animato dalle colonne addossate alle murature, continua nell’alta cornice. Quattro arconi riconducono la struttura alla cupola ovale, con un disegno cassettonato, decorato da croci, esagoni e ottagoni. Le prime idee per la facciata risalgono al 1634, ma la costruzione iniziò nel 1665, e si protrasse a lungo, in gran parte avvenne dopo la morte dell’artista, infatti, fu terminata nel 1677. Borromini poté controllare solo l’ordine inferiore, mentre quello superiore subì delle modifiche ad opera del nipote Bernardo. La grande in-venzione della facciata è la pianta: in essa una curva continua presenta una concavità agli estremi e una con-vessità al centro contenuta tramite 4 colonne; le colonne sostengono una trabeazione che si modella con una sinusoide. L’ordine superiore presenta 3 concavità, un coronamento a balaustra e un grande medaglione centrale sorretto da angeli. (1635-1637 Chiostro di San Carlo alle Quattro Fontane - Roma)

Registrati via email