Bartolomèo Ammannàti.

Nel 1557 una piena dell’ Arno distrusse il fiorentino Ponte a Santa Trinità e a ricostruirlo venne chiamato Bartolomèo Ammannàti (Settignàno, 1511-Firenze, 1592). Architetto e scultore, amico di Giorgio Vasari di cui era coetàneo, l’Ammannati propose un ponte con le spalle avanzanti nel letto del fiume come fossero degli speroni rocciosi ai quali le arcate laterali si incastrano. Due pile sorreggono tre archi, di cui quello centrale è di dimensioni maggiori degli altri due che, invece, sono uguali. Ogni pila è dotata di ròstri (o avambécchi) molto allungati che fèndono l’acqua e proteggono le pile dal dannoso materiale portato dalle piene Gli archi, però, sono la novità che fece dire a Filippo Baldinùcci che il ponte a Santa Trinita non solo era il più bello dei quattro che aveva allora Firenze, ma anche “uno dei più meravigliosi dell’Europa”. Ogni arco è composto da due porzioni di ellisse che, congiunte in corrispondenza della mezzeria, formano un angola acuto, nascosto da cartigli in marmo, ed è perciò più resistente di una semiellisse continua (così come gli archi acuti lo sono più di quelli a tutto sesto). La mossa degli archi, sfruttando la forma della curva ellittica, acquista immediatamente ampiezza conferendo slancio all’intera struttura.

In anni in cui le regole di Vitruvio e dell’Alberti non erano più verità assolute per gli artisti manieristi, l’Ammannati cerca di elaborare criteri personali. E per questo che si rivolge alla teoria dei numeri perfetti per ricercare la bellezza e la «giusta» misura dei vari elementi dell’organismo architettonico e i rapporti di questi con il tutto.
Infatti l’intero ponte è dimensionato in base ai numeri perfetti 6 e 28. La sua lunghezza - da spalla a spalla — è di 168 braccia (28x6), le due pile hanno lo spessore complessivo di 28 braccia (ognuna essendo grossa 14 braccia):
dalla fondazione all’intradosso dell’arco centrale, in chiave, il ponte è alto 28 braccia (di cui 14 entro terra) e altrettante ne misura il semi- diametro maggiore dell’ellisse in base a cui venne progettata l’arcata centrale. I riferimenti a quest’ultima sono dovuti al fatto che solo di essa si posseggono rilievi perché, purtroppo, il ponte venne distrutto per eventi bellici nel 1944 e l’attuale ne è solo una copia.
Dal Ponte a Santa Trinità — parte integrante e fondamentale di un percorso ufficiale che metteva in comunicazione Piazza del Duomo con Palazzo Pitti (la residenza granducale) attraversando via Tornabuoni. Piazza Santa Trinità e via Maggio — si godeva. e tuttora si gode, una delle più belle viste del centro di Firenze e del ponte Vecchio, mentre le sue spallette, bassissime, sono fatte in modo da invitare a sedervisi. Quindi volutamente l’Ammannati ha desiderato sottolineare il valore urbanistico oltre che quello architettonico e di utilità pubblica della sua creazione.

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