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Carlo Barabino

Artista di notorietà quasi esclusivamente genovese, la tradizione locale ha ampliato l’immagine del Barabino quasi alle soglie del mito.
Nacque nel 1768, e dopo una prima formazione nella Accademia Linguistica e nella nostra università, nel 1788 Barabino lascia Genova per Roma. Nel soggiorno romano, durante il quale vinse numerosi premi e concorsi per la genialità e la novità dei suoi progetti, allo studio dei monumenti antichi si era affiancato a quello dei famosi architetti cinque-seicenteschi, proponendo una continua verifica di cosa significasse classicità. Nell’Accademia della Pace si trova con altri architetti d’ogni parte d’Italia: è un ambiente unico per varietà di sollecitazioni, per possibilità di confronto ed emulazioni.
Barabino, tornato a Genova nel 1793 e divenuto Architetto della Città nel 1818, imposterà e dirigerà i principali lavori di architettonica e molti degli interventi urbanistici della città. In una situazione culturalmente depressa i simboli classicisti, quali il maturo e ormai isolato Barabino poteva proporre con la sua formazione romana, sono i più facilmente accettati. Il classicismo identifica a sé il gusto ufficiale della restaurazione e il Barabino ne diviene interprete fortunato e incontrastato, sarà pertanto questo il periodo più noto della sua attività. Fu la figura che meglio seppe organizzare lo spazio urbano genovese che agli inizi dell’800 si trovava di fronte a problemi gravissimi. Da sempre, infatti, la viabilità ha rappresentato una questione di difficile risoluzione per Genova a causa della complessa morfologia del territorio. Durante il suo lavoro Barabino non esitò a demolire alcuni edifici per realizzare i suoi progetti. Questo non deve sembrare strano, poiché durante il Neoclassicismo non ci si curava di salvare i monumenti antichi, quando questi non rispondevano più alla logica dei modelli classici, alla teoria del bello com’era astrattamente inteso; essi non possono essere oggetto della preoccupazione conservativa, soprattutto se non sono più funzionali alle nuove esigenze.

ACCESSIBILITA’ DA PONENTE E DA LEVANTE E VIABILITA’

Primo lavoro del Barabino è la sistemazione della strada di ingresso a ponente, dalla Porta della Lanterna tra San Teodoro e Palazzo Doria. Era l’accesso per le vie dalla Riviera e dall’entroterra, aperto panoramicamente su tutta la città, ma il percorso era assai malagevole. Il Barabino risolverà il problema collegando il percorso a mare, all’altezza di San Teodoro, e la strada interna sul retro del Palazzo del Principe con un tracciato quasi rettilineo, parte ricostruito sul sedime derivante dalla demolizione del chiostro di San Benedetto. La soluzione proposta da Barabino raggiungeva piazza Di Negro e di qui San Lazzaro grazie anche all’ampliamento della strada delle mura. Barabino si occuperà poi anche della realizzazione di piazza Lavagna che avverrà solo nel 1825, ma rimanendo solo un intervento isolato, infatti la piazza, sia pur centrale, è al di fuori delle vie di traffico. Nel 1819 Carlo Barabino riprende la questione di una migliore sistemazione dell’accesso a levante. Elabora quindi un progetto di abbassamento di via Giulia nel tratto compreso tra piazza San Domenico e la chiesa di N.S. del Rimedio. Si tratta di ridurre la pendenza nel tratto di maggiore acclività, consentendo così la rettifica di via Giulia. Nel 1823 nacque l’esigenza di ampliare il tratto di strada compreso tra la porta dell’Arco e la chiesa della Consolazione che era rimasto un “luogo così angusto e irregolare”. Assume così un’importanza crescente per i collegamenti tra la città ed il levante in sostituzione dell’antica via di San Vincenzo, l’asse vario compreso tra la porta d’Arco e la porta Pila. L’ampliamento è realizzato con il taglio di sette edifici tra l’imboccatura di via San Vincenzo e la chiesa della Consolazione sul lato del convento della Pace. Tra le due porte si viene così a realizzare un rettifilo della lunghezza di 450 m e di sezione uniforme pari a 10 m a cui sarà attribuito il nome di via della Pace.

L’ACQUASOLA

Ben altra importanza assume il progetto, da tanti vagheggiato, della passeggiata all’Acquasola, da cui prenderà corpo la futura città borghese. Barabino avrà in mente di realizzare un’area rettangolare circondata da alberi tra il bastione di Santo Stefano e la porta dell’Acquasola con il proseguimento della passeggiata, alla stessa quota del quadrilatero, fino al bastione dei Cappuccini. Dalla porta dell’Acquasola si accedeva direttamente al fossato destinato al gioco del pallone, mentre un passaggio a volte e una scalinata consentivano di superare la differenza di quota tra la porta e la sistemazione dei nuovi piazzali. Una rampa con due stretti tornanti metteva, infine, in comunicazione porta dell’Arco con il “pubblico passaggio”, mentre dal bastione di Santo Stefano un viale alberato, destinato al transito delle carrozze, contornava l’intero perimetro dei giardini. L’impostazione originale del progetto subì, negli anni successivi, alcune modifiche, comunque gli studi per l’Acquasola, e specialmente quelli per la sistemazione delle strade di accesso, rivelano nel Barabino spunti originali, soprattutto concretezza e chiarezza della visione urbana. Infatti la sua soluzione saprà conciliare le opposte esigenze: razionalizzerà e trasformerà in un luogo urbano una zona ancora agreste. L’Acquasola, così come si presenterà tra il 1825, quando fu compiuto il primo tratto, e il 1837,quando per la sistemazione di piazza Corvetto, fu demolito il secondo tratto, che si prolungava fino ai piedi di Villetta Di Negro, fu veramente il completamento di una città ricca di palazzi ma che era priva di pause di verde entro le sue mura; se vogliamo usare termini winckelmanniani: “momento esaltante della natura, del vago, al confronto del sublime della città”.

VIA CARLO FELICE

Il 1825 fu certamente un anno fondamentale per l’urbanistica di Genova. Praticamente completata Acquasola, sistemata e ampliata la strada della Pace tra porta d’Arco e porta Pila, si deciderà anche l’apertura di via Carlo Felice, strada tra piazza San Domenico e piazza Fontane Marose, dal nome del re che la patrocina (via XXV Aprile). Strada che se oggi troviamo tangenziale al centro storico, limite orientale di questa, in realtà incise sul vivo del tessuto urbano, sia pure nella parte di espansione tardo medievale. Questo taglio, interrompendo le strade che dall’asse di via Luccoli salivano alla collina di Piccapietra, iniziò il processo di isolamento e di emarginazione della città storica dal nuovo centro cittadino, comportando anche la demolizione di alcuni edifici. Se la strada comunque rispondeva ad una ovvia esigenza, la scelta del tracciato non fu immediata ma nel giugno del 1825 si optò per un tracciato rettilineo perchè, oltre ad essere più economico, rispondeva meglio a chiari principi dell’urbanistica neoclassica. Il progetto del nuovo collegamento
abbracciava la porzione di città compresa tra l’estremità
orientale di Strada Nuova e piazza San Domenico. Prevedendo un unico allineamento da piazza Fontane Marose fino al lato destro della cantonata del palazzo Carrega nel vico del Gelsomino, avrebbe consentito di offrire allo sguardo di chi entra nella nuova strada per la parte di San Domenico, la prospettiva immediata di piazza Fontane Marose. Infatti sarà necessario compiere la riunione delle due strade Carlo Felice, e Nuova per mezzo di piazza Fontane Marose che dovrà coordinarsi a queste senza però togliere un discreto accesso alla sottoposta frequentatissima via Luccoli. L’unitarietà formale della soluzione architettonica è accentuata dal fatto che l’innesto del vicolo su via Carlo Felice non è immediatamente percettibile in quanto sapientemente mimetizzato da una forma ad atrio. Il collegamento ad una stessa quota di Strada Nuova con via Carlo Felice rese necessaria la regolarizzazione di piazza Fontane Marose. La antica piazza si trasformò così in uno spazio urbanisticamente rinnovato per dimensioni e sistemazione; uno spazio funzionale all’attraversamento carrozzabile del centro della città e alla salvaguardia dei percorsi preesistenti. Strada Carlo Felice,che spicca inoltre per l’eleganza compositiva delle facciate dei suoi palazzi di chiara impronta neoclassica, ponendo finalmente in comunicazione Strada Nuova e piazza San Domenico, risponde ad un principio pragmatico dell’urbanistica neoclassica: il coordinamento del centro cittadino di edifici pubblici e monumentali, tali da costituirlo punto di riferimento dell’orditura urbana.

PRIMI INTERVENTI SU PIAZZA SAN DOMENICO

La chiesa della piazza, acquisita dal demanio pubblico nel 1797, dopo un intervento di demolizione nel 1811 destinato a rendere più agevole il transito delle carrozze nella parte terminale di via Giulia, era stata adibita con l’annesso monastero a caserma del Genio. Le condizioni di degrado del complesso e la necessità di reperire spazi più ampi per dare sfogo al traffico ed ai mercati stimolarono in Barabino, un coraggioso pensiero: atterrare l’edificio, spianare uno spazio aperto laddove tante vie si incrociavano. Si determinavano così i presupposti per la definizione urbanistica del nuovo centro della città ottocentesca di cui sarà artefice Carlo Barabino. Egli aveva ormai assunto una chiara consapevolezza dei problemi della città, e in primo luogo, della
necessità di intervenire per potenziare la viabilità di attraversamento della Chiesa di San Domenico
stessa. Tra il 1819 e il 1821 si completarono i lavori di sgombero degli edifici e nel 1820 Barabino elabora un primo progetto di sistemazione, il quale prevedeva la realizzazione di una piazza nell’area già occupata dalla navata di destra e dalla navata centrale. Il fondale principale dalla piazza sarebbe stato costituito da un edificio destinato ad uso pubblico. Questo avrebbe dovuto essere realizzato col recupero del coro della chiesa preesistente, delimitato, nella parte anteriore, dalla costruzione di una facciata in stile neoclassico. Completava l’organizzazione della piazza la costruzione di un palazzo con un piano terra adibito a porticato pubblico e con tre piani superiori destinati ad alloggiamento degli ufficiali del Genio. Il chiostro con gli edifici conventuali sarebbero rimasti a disposizione dei militari. La soluzione progettuale era dunque fortemente condizionata dagli impegni assunti con l’amministrazione militare. Ma nel 1821 Carlo Barabino elabora una seconda ipotesi progettuale. Questa nuova soluzione prevedeva la totale demolizione di quanto ancora rimaneva della chiesa e dell’annesso convento, la realizzazione di una piazza pubblica di ampie dimensioni sull’area precedentemente occupata dal complesso religioso, la costruzione di un edificio con porticato pubblico, con botteghe a piano terra e caserma ai piani superiori con la creazione sul lato orientale di via Carlo Felice di cui abbiamo parlato prima.

IL TEATRO E IL PALAZZO DELL’ACCADEMIA

Sul finire del XVIII secolo, tuttavia, si sentì l’esigenza di dotare la città di un grande teatro in grado di svolgere due funzioni esenziali: ospitare spettacoli di prestigio e soprattutto agire da centro motore della vita cittadina. La localizzazione prescelta fu l’area di San Domenico, abbandonando così tutti i progetti precedentemente elaborati per l’organizzazione della piazza. La posizione baricentrica proposta dall’Architetto della Città si coniuga, infatti, con un disegno di organizzazione infrastrutturale e rappresentativa del centro urbano attraverso il quale prende corpo la sua idea di città borghese, fedele rappresentazione di un ceto in ascesa, che non è ancora egemone sotto il profilo delle fortune economiche, ma manifesta in modo evidente una ferma consapevolezza del suo ruolo a venire. Si procede nel gennaio del 1826 all’appalto dei lavori fissando il termine massimo per la consegna dell’opera in diciotto mesi. Il teatro Carlo Felice verrà solennemente inaugurato il 7 aprile del 1828 anche se mancava parte della decorazione esterna. La struttura architettonica del teatro esalta il ruolo di cerniera tra la città antica e la città borghese che si avvia a prendere corpo a partire dagli anni trenta. Il Carlo Felice presentava una struttura esterna molto originale. L’edificio, piegato a 90° gradi, guardava al centro storico e nello stesso tempo si volgeva con la facciata principale verso la nuova piazza, destinata a divenire il fulcro della Genova moderna. Di gusto neoclassico, si presentava come un corpo massiccio se pur elegante. La facciata sud del teatro era dotata di un colonnato in stile dorico, realizzato con marmo di Carrara. Ai lati era possibile far accedere direttamente le carrozze all’ingresso del teatro. In cima al pronao giganteggiava una statua raffigurante il genio dell’armonia, opera dello scultore Giuseppe Gaggini. Si accedeva all’interno attraverso tre porte arricchite sopra le cornici di bassorilievi raffiguranti rispettivamente la Musica, la Commedia e la Tragedia. Il prolungamento degli spazi all’esterno con il porticato ed il pronao e l’ampia dotazione di spazi di accoglienza (le sale da bigliardo, da gioco, da lettura) evidenziano come l’edificio costituisca una felice sintesi tra le qualità di progettista di Barabino e la sua sensibilità di urbanista. All’interno la sala, considerata una delle migliori del tempo per la risposta acustica, poteva contenere circa duemila posti tra platea (nella quale erano previsti anche posti in piedi), cinque ordini di palchi (che vennero acquistati dalla borghesia e dalla nobiltà cittadina) e il loggione (per la popolazione meno abbiente). Il soffitto, di forma ellittica e molto depresso, era stato decorato da Nicola Cianfanelli con un affresco raffigurante le muse.
Poiché alcuni importanti servizi dalla città erano localizzati in sedi non più adeguate, si stabilì di destinare “un basamento tanto insigne” alla costruzione di un palazzo monumentale ad uso della Libreria e dell’Accademia. Il Barabino predispose un progetto che prevedeva la costruzione di un edificio di tre piani, ma nella versione definitiva, elaborata da Barabino nel 1826, l’altezza dell’edificio fu ridotta di un piano. Iniziata la costruzione nel 1827 se ne dovette sospendere l’esecuzione pochi mesi dopo. Ripresi i lavori, questi furono condotti a termine nel 1831 ed il palazzo inaugurato il 28 aprile 1832.
Nell’arco di sette anni tra il 1825 ed il 1832 Barabino realizza dunque il nuovo centro monumentale della città. Dà dignità di piazza urbana a Fontane Marose, connette strada Nuova con piazza San Domenico attraverso un percorso di rilevante qualità architettonica, completa piazza San Domenico con la costruzione del teatro e del palazzo dell’Accademia.

PIANO DI AMPLIAMENTO DELLE ABITAZIONI

L’area nella quale era prevista la maggiore trasformazione rispetto alla situazione in atto era la collina di Carignano, un’ampia regione scarsamente insediata, caratterizzata da alcune ville e conventi. Quella di Barabino è una visione urbanistica reale e realizzabile, aderente alla realtà topografica della città di cui coglie i valori paesaggistici e naturali. Applica ai tracciati i concetti straordinari di simmetria e regolarità, secondo un’evoluzione organica e continua dei modelli dell’urbanistica barocca. Sono strade ampie e dritte, che si concludono con esedre o con piazze circolari o poligonali. A Carignano il fulcro del nuovo sistema insediativo è la Basilica posta al centro di una piazza ellittica, dalla quale si sarebbero dovute irraggiare quattro strade di nuovo insediamento. Il principale asse di sviluppo collegava la parte retrostante la Basilica con le mura, nel tratto prospiciente la foce del Bisagno. Lungo tale asse era prevista la realizzazione di una piazza circolare, baricentro di una nuova asta stradale. Completava il sistema insediativo previsto per la collina di Carignano, una nuova strada nella direzione di via Giulia che, a partire del lato destro della facciata della Basilica, avrebbe dovuto raggiunger la parte retrostante del Monastero della Servitù. Il nuovo sistema insediativo avrebbe dovuto completarsi proseguendo, in piano, fino al convento di Santa Chiara. Il tracciato di piano progettato del Barabino verrà ripreso negli interventi edilizi che, a partire dal 1848, realizzeranno l’ urbanizzazione di questa vasta area. Le prime realizzazioni, la strada da Carignano a S. Chiara e quella compresa tra Carignano e la Cava , confermano il ruolo di fulcro del sistema insediativo attribuito da Barabino alla Basilica, così come verrà ripresa l’idea di un grande “boulevard” - l’attuale via Corsica – che taglia trasversalmente la collina tra la Cava e le mura di S. Chiara. Inoltre, secondo un’intima concezione neoclassica, il Barabino crede al profondo legame tra società e natura, ed integra alle abitazioni vaste zone di verde.
Un altro ambito di urbanizzazione fu previsto dal Barabino nella regione di San Vincenzo e della Pace. Il sistema insediativo assumeva come asse principale la riformata strada della Pace tra porta d’Arco e porta Pila, con due zone di nuovo insediamento nelle aree pianeggianti ai due lati della stessa. E’ la parte di progetto che verrà attuata con la costruzione, tra il 1825 ed il 1850, di 37 edifici che insistono sulle nuove strade di urbanizzazione, corrispondenti alle attuali via Galata e via Colombo, e sulla piazza ottagonale progettata da Barabino alla loro intersezione. Barabino propone per quest’ambito di espansione edilizia, un modello insediativo costituito da strade che si intersecano secondo un disegno geometrico sufficientemente regolare e tale almeno da inglobare in termini efficaci le preesistenze edilizie. Il baricentro del nuovo sistema insediativo è costituito dalla piazza ottagonale prevista all’intersezione dei due assi compresi tra la strada San Vincenzo e la strada della Pace, mentre altre piazze di forma regolare segnano le intersezioni tra i segmenti vari.
Il terzo ambito di espansione si attestava sulla porta dell’Acquasola. Il nuovo intervento è costituito da due unità insediative. La prima si sviluppa a partire dalla zona antistante la porta dell’Acquasola e prosegue, con pendenza regolare, verso la piazza di San Bartolomeo degli Armeni. Senza dubbio più interessante per l’assetto compositivo proposto è la seconda strada di insediamento che si attesta in prossimità del bastione dei Cappuccini e sale in linea retta lungo il fondovalle con palazzi e giardini su entrambi i lati.

CIMITERO DI STAGLIENO

A seguito della promulgazione, nel 1832, dell’editto di Carlo Alberto che proibiva la tumulazione nelle chiese o in ambito urbano, il Municipio decise nel 1835 di realizzare il nuovo cimitero cittadino. Nel 1835 fu infatti acquistata l’area e fu incaricato l’Architetto civico di elaborare il progetto dell’opera. Ciò avveniva mentre in città si stava diffondendo una terribile epidemia e quindi l’esigenza di una adeguata struttura cimiteriale si faceva sempre più urgente. La localizzazione prescelta, i terreni di villa Vaccarezza a Staglieno, rispondeva a più necessità: vicinanza con la città, prossimità con la strada carrozzabile ed estensione dell’ambito, tale da consentire di realizzare
un complesso monumentale degno di rappresentare la ricchezza e la munificenza di commercianti, armatori e banchieri. Il progetto dell’opera, elaborato de Carlo Barabino secondo la tradizione classica come una grande area rettangolare recinta da porticati, con un’ampia esedra sul lato minore e come fulcro una curiosa cappella sul fianco della collina, venne approvato alcuni giorni dopo la sua morte. Anche l’Architetto civico fu, infatti, vittima del contagio epidemico. L’impressione era quella di una generale semplicità, anzi di una certa austerità, non sappiamo bene se dettata da ragioni economiche o estetiche. La realizzazione del nuovo cimitero fu affidata al suo successore, Gian Battista Resasco, che pur distaccandosi dal progetto originario, per una maggiore imponenza ed una più dichiarata importanza rappresentativa attribuita al complesso, ne ricalcò fondamentalmente la concezione neoclassica-illuministica. Il tono è quello di un neoclassico maturo, magniloquente, ispirato alla romanità imperiale, perfettamente aderente ai gusti di una borghesia capitalistica ben salda e sicura di sé, tendente ad una spettacolare opulenza scenografica. La monumentalità del progetto e la qualità artistica , che i genovesi benestanti vollero attribuire alle proprie tombe di famiglia, fecero sì che Staglieno rappresentasse per molti anni uno dei luoghi della città che con più orgoglio era mostrato ai visitatori.

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