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Leon Battista Alberti, La basilica di Sant'Andrea a Mantova


Sant’Andrea è l’opera che meglio esprime le teorie albertiane dell’edificio come monumentum, ossia architettura che deve recuperare la classicità nella sua dimensione eroica, e come animal, organismo vitale in cui tutte le parti devono contribuire all’armonia (cioè bellezza). Per la planimetria, l’architetto si ispirò al modello del tempio etrusco e alle terme romane, caratterizzate da grandi spazi a volte con annessi locali laterali. La maestosa facciata coniuga l’arco trionfale e il fronte di un tempio. L’arco monumentale è inquadrato da quattro paraste su alti plinti che reggono la trabeazione. Dietro questo ordine maggiore scorre un’altra trabeazione con fregio e motivi vegetali, con volta a botte a lacunari, come quelle della navata e delle cappelle maggiori. La facciata era forse policroma, come lasciano supporre residui pittorici rinvenuti in diversi punti. Il grande nicchione ad arco posto sul frontone, resta a tutt’oggi un mistero: si tratta di un complesso sistema per illuminare la navata o per esporre la reliquia? L’interno è grandioso: un’aula unica con volta a botte. Le pareti replicano in serie la struttura della facciata. Regna un’omogenea penombra, più mistica, da preferire, secondo Alberti, alla luminosità radente e abbondante. La luce proviene dai finestroni termali delle cappelle maggiori. La volta a cassettoni, realizzata nell’Ottocento, si ispira al progetto albertiano, ma il resto della decorazione neoclassica ne snatura l’antica sobrietà: Alberti raccomandava tavole e sculture al posto degli affreschi, che avrebbero ostacolato la lettura delle superfici architettoniche.

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