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“Malattia e pazzia furono gli angeli custodi della mia culla”. Gli muoiono la madre, la sorella e il fratello. Quando succedono le disgrazie, si cambia il modo di vedere la vita. Nella Norvegia appartata, viene forse scritta la prima vera pagina dell’arte espressionista, senza alcuna scoria simbolista e, soprattutto, senza alcuna retorica moraleggiante. Edvard Munch ebbe la straordinaria capacità di riflettere la propria tormentata vicenda umana e la propria sensibilità su un piano contenutistico e formale così formale così espressivo da riuscire a coinvolgere la sensibilità e la psicologia di ogni individuo nello specchio di un “male di vivere” comune a tutti gli esseri umani.
Alla decisione di divenire pittore, presa a soli 17 anni contro tutto e tutti, seguì un percorso di formazione nel segno del naturalismo estremo, antiborghese. Alla precarietà degli affetti insidiati dalla morte allude la sua maggior opera degli anni 80, più volte replicata: La bambina malata è uno straziante ricordo della sorellina 14enne Sophie, ritratta con un taglio fotografico nell’interno della propria stanza, oppresso da pesanti tendaggi, mobili costipati ecc. E’ l’ordinaria e funebre cornice di una morte che attende, e ha già il colore esangue del viso di Sophie. Quasi un ossessione è l’eros per Munch, così come è un’ossessione la donna in quanto vita. Nella donna-vita però è annidato il male, non già come tentazione, paccato, inganno.

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