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Metafisica e oltre

Una combinazione di casualità fra le durezze e le sofferenze della guerra, fece incontrare a Ferrara Giorgio de Chirico, il fratello Andrea (Alberto Savinio) e Carlo Carrà. Fu la nascita ufficiale della pittura metafisica. Il termine “metafisica” è inerente alla filosofia. Dal punto di vista strettamente storico fu Andronico di Rodi a distinguere gli scritti di Aristotele in due gruppi di opere. Il primo comprendeva i trattati riguardanti la fisica; il secondo era costituito dai testi riferiti all’essenza delle cose. Mentre le opere del primo gruppo studiano i fenomeni naturali percepibili attraverso i cinque sensi, quelle del secondo indagano, tramite l’intuizione e il ragionamento, le realtà di cui non abbiamo esperienza diretta. Il primo gruppo ebbe il titolo complessivo di ta physikà , il secondo fu indicato come ta metà ta physikà. Il termine metà (oltre, dopo) coincise con il contenuto stesso degli scritti, contenuto che andava oltre la fisica e che le era in un certo senso superiore. Metafisica quindi indica il soggetto del secondo gruppo delle opere aristoteliche. Nell’uso di de Chirico e dei metafisici, il termine ha, come unico punto di contatto con quello filosofico, l’allusione a una realtà diversa, che va oltre ciò che vediamo; gli oggetti sembrano rivelare un nuovo significato. I contenuti di un dipinto metafisico, quindi, vanno al di là di ciò che vediamo; vanno, pertanto, oltre la natura.

È fuori dagli intenti di De Chirico il ricorso al sogno, all’automatismo, all’inconscio, alla pretesa di conciliare sogno e veglia in una realtà trasfigurata e superiore. La pittura metafisica nasce in opposizione sia al Futurismo italiano, sia alle esperienze francesi, dall’Impressionismo al Divisionismo (“la rovina dell’arte moderna”). All’immediatezza visiva e allo spazio rarefatto degli Impressionisti, alla scomposizione delle forme e allo spazio dinamico dei Futuristi la Metafisica oppone uno spazio rigidamente geometrico, una prospettiva schematica, ma ordinatrice, un colore terso e omogeneo, una solida volumetria degli oggetti, infine un segno netto, deciso e sicuro. Si trattava in realtà di un forte “richiamo all’ordine”, alla certezza della tradizione formalistica della pittura italiana, che ben rispondeva alla condizione di smarrimento e di bisogno di sicurezze dovute alla guerra e alla crisi che ne seguì. Fu la rivista “Valori Pratici” a diffondere i contenuti della pittura metafisica. La rivista si prefiggeva lo scopo di mostrare l’intima coerenza fra le moderne correnti figurative e i valori più sinceri della tradizione pittorica italiana del Trecento e del Quattrocento; i valori plastici.
Non mancano anche saggi sui gruppi di artisti che si riconoscevano in De Stijl e in Der Blaue Reiter. La rivista aspirava all’internazionalità del contenuto e dell’informazione. L’esperienza di “Valori Plastici” si esaurì nel 1922, proprio quando a Milano alcuni artisti, raggruppati sotto il nome di Novecento organizzarono la loro prima esposizione. La loro pittura sviluppa i contenuti del “richiamo all’ordine”, con una acuta e accentuata sensibilità volumetrica e chiaroscurale finalizzata a una grande e quasi classica solennità compositiva. Quando il pubblico esordì pubblicamente alla XIV Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, ci si accorse che le sue convinzioni erano condivise da molti artisti italiani i quali si erano rivolti a una rappresentazione pittorica naturalistica, oggettiva, ma permeata da una sorta di atmosfera magica, di sospensione incantata. Venne poi definito Realismo magico.

Giorgio de Chirico(1888-1978)
L’enigma è il mistero, il dubbio, il segreto da svelare, l’inspiegabile. La Metafisica è quella verità nuova che si cela in ogni oggetto se solo si riesce a vederlo o a immaginarlo al di fuori del suo solito contesto. Dopo avere criticato la situazione artistica di quegli anni di inizio secolo, De Chirico parla del Futurismo che aveva dato il colpo di grazia alla pittura italiana. De Chirico ritiene di essere sempre stato classico perché in linea con la tradizione pittorica italiana basata sul disegno, sulla forma e sul volume.

Dopo la morte del padre si trasferisce a Milano e quindi a Firenze con la madre e il fratello Andrea. Al 1909 risalgono i primi dipinti definiti metafisici. Nel 1910 è a Monaco per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Nella città bavarese ha modo di approfondire la filosofia di Nietzsche, e ha contatti con quella di Schopenauer. Nel 1911 è a Parigi. Con lo scoppio della Prima guerra mondiale rientra in Italia assieme al fratello per arruolarsi e ottiene Ferrara come destinazione. Qui avviene l’incontro con Carlo Carrà e nasce ufficialmente la pittura metafisica. Negli ultimi decenni di vita ripropone la pittura metafisica dimostrando che poteva anche cambiare il processo di storicizzazione della propria attività artistica rimescolando le carte della sua storia pittorica. Per De Chirico il disegno è "l’arte divina, base di ogni costruzione plastica, scheletro di ogni opera buona". Disegno vuol dire disciplina, tecnica, esercizio. Il disegno di De Chirico è preciso e sciolto. I temi metafisici sono già tutti definiti: il manichino, il pavimento in assi di legno come quelle dei palcoscenici, la stanza prospetticamente definita, il paesaggio urbano con una fabbrica dotata di arcate e ciminiere che non buttano fumo, il senso infinito dell’attesa.

L’enigma dell’ora (1911)
o porticato sovrastato da una loggia, nell’ombra appare una figura umana immobile che aspetta
o basso: i raggi del sole pomeridiano sfiorano appena una vasca con uno zampillo d’acqua/investono l’uomo vestito di bianco che le sta a fianco
o portico: suggestioni di architettura fiorentine
o colore uniforme e cielo limpido  definiscono la geometria dell’architettura resa in modo essenziale

o rapporto di attesa  due uomini immobili + orologio che indica l’ora stabilita
o anche il tempo si è fermato e aspetta nel silenzio di una piazza disabitata

Villa romana (1922)
o sotto una parete rocciosa piena di piante emergono due edifici di colore rosso-arancio
o edifici: facciate riquadrate e scompartite dal marmo bianco e coperti a terrazza
o disegno limpido, prospettiva convincente, colore simile ad un affresco pompeiano
o figure in abiti contemporanei abitano gli edifici popolati, allo stesso tempo, da statue molto note
o divinità femminile nel cielo (dea Storia): mantello azzurro gonfio come una vela
o un aquilone leggero si libra nell’aria, osservato da un bimbetto
 presente e passato convivono e si intersecano in una condizione non più di attesa enigmatica, ma di magica sospensione

Trovatore (1954)
o replica di un dipinto del 1917
o manichino: disposto su una pedana e recante due squadre
o ambiente: delimitato scenograficamente da due architetture in prospettiva
o il colore del cielo passa con gradualità da un giallo acceso a un verde cupo
o le ombre lunghe proiettano la sagoma di un ulteriore personaggio, fuori dal campo visivo
 soggetto metafisico, poiché il Trovatore (opera lirica di G. Verdi) è l’inconsapevole fratello di colui che lo farà morire. È la sospensione del tempo a generare nell’osservatore il senso di attesa, l’attesa di un evento predestinato che dovrà necessariamente compiersi

Piazza d’Italia con statua e roulotte (1969)
o piazza vuota, arcate prospettiche, orizzonte sgombro da cose, carrozzone abbandonato, statua femminile giacente, lunghe ombre  elementi caratteristici della serie “Piazze d’Italia”

o ritorno dell’enigma

Marc Chagall (1887-1985) e Amedeo Modigliani (1884-1920)
Parigi è la capitale indiscussa delle arti e la sede naturale in cui nascono, si sviluppano e maturano molte delle esperienze e dei movimenti artistici più importanti d’Europa. La città è culturalmente molto aperta e vivace e i suoi mercati d’arte intelligenti curiosi. È forte il richiamo che Parigi esercita su artisti di ogni parte d’Europa, d’America e del Giappone che trovano in essa un clima stimolante e adatto a liberare la propria visione poetica.
Si è soliti indicare gli artisti stranieri presenti nella capitale francese agli inizi del Novecento con il nome di Ecole de Paris (scuola di Parigi). L’espressione non indica alcuna unità di intenti, né la condivisione di ideali artistici, né un raggruppamento sentito come tale, ma solo l’eterogeneità della ricerca, cioè l’esatto di quello che propriamente si intende per “scuola”. Ciò profondamente unisce questi uomini, tesi ad affermare le proprie sensibilità e visioni artistiche, è l’attaccamento a Parigi, luogo della loro libertà creativa. Due fra i più importanti sono Marc Chagall e Amedeo Modigliani.

Marc Chagall
Nasce in Bielorussia da una povera famiglia ebraica e studia nella città natale e alla Scuola Imperiale di Belle Arti di San Pietroburgo. Dal 1910 al 1914 vive a Parigi esponendo al Salon des Independants. Rientrato in Russia, è attivo durante la Rivoluzione d’ottobre. Dal 1923 è di nuovo a Parigi e da lì si sposta in Palestina, Italia, Inghilterra, Olanda e Spagna. Durante il suo primo soggiorno a Parigi, Chagall è colpito dal colore dei Fauves e da Delaunay (Cubismo). Il suo mondo poetico si nutre di una fantasia che si richiama all’ingenuità infantile e alla fiaba, sempre profondamente radicata nella tradizione russa. Le sue figurette occupano uno spazio in cui l’orientamento non esiste più. Il sotto e il sopra si equivalgono: come nei sogni tutto è possibile e vero.

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