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Il Futurismo

Movimento dapprima solo politico-letterario, poi anche artistico, iniziato da F. T. Marinetti nel 1909 a Milano. Il 20 febbraio dello stesso anno apparve, sotto forma di un articolo di fondo pubblicato sul «Figaro» a Parigi, il primo manifesto del gruppo. In esso il suo fondatore proclamava i futuristi pronti ad ogni rottura con il passato, convinti assertori dell'opportunità della guerra e decisi nazionalisti. Si configuravano anche i temi della letteratura futurista, basati sul culto della forza, della violenza, del dinamismo e della macchina. Privo di una vera base ideologica, il movimento si palesò subito più come un connubio non risolto di stati d'animo e di umori fino ad allora latenti, che come una corrente veramente innovatrice. Vi confluirono infatti molti degli equivoci e delle contraddizioni del momento: i fervori male indirizzati di una società desiderosa di rinnovarsi, l'immaturità dell'elemento piccolo-borghese, l'aspirazione dei ceti abbienti a difendersi con soluzioni autoritarie (il culto della forza e della violenza del f. si spiega anche in questo senso) dalle prime rivendicazioni operaie. Sul piano politico l'adesione dei futuristi al fascismo fu totale: Marinetti, Macchi e Bolzon compaiono nella lista capeggiata da Mussolini per le elezioni generali del 1919. Il movimento promosse diverse manifestazioni a carattere nazionalistico e molti dei suoi aderenti parteciparono alle varie imprese fasciste, compresa la marcia su Roma.

In campo letterario i futuristi proposero, nel Manifesto tecnico della letteratura futurista (1910), le «parole in libertà», con le quali si abolivano la sintassi, la punteggiatura, l'avverbio, mentre l'uso del verbo era consentito solo all'infinito. A parte questo tentativo di un rinnovamento formale del linguaggio, il f. non suggerì niente di particolarmente nuovo, costituendo la fase ultima di rarefazione di una letteratura decadente già nota e prevedibile. Essendo del tutto transitoria la partecipazione al movimento di scrittori quali Govoni, Soffici, Papini, il f. non ebbe alcuna personalità artistica capace di far propria, in forme autentiche e spontanee, la sua tematica.
L'adesione dei pittori venne decisa a Milano da Boccioni, Dalmazzo, Carrà, Balla, Russolo e Severini che ne dettero notizia in una tumultuosa riunione al teatro Chiarella di Torino, lanciando il Primo manifesto della pittura futurista. Fonte di ispirazione fu ancora il culto per l'azione ed il dinamismo e per la macchina, considerata idealmente il centro dell'universo, principio di vita e di ogni energia. Su queste basi i futuristi ebbero esperienze analoghe a quelle dei cubisti. Gli oggetti per suggerire l'idea del movimento vennero scomposti e reciprocamente compenetrati. Ma mentre la ricerca cubista si svolse secondo un estremo rigore formale, i futuristi si mantennero su un piano di mimesi, spesso piuttosto meccanica.
Tuttavia alcuni di essi raggiunsero dei risultati considerevoli: Boccioni, ad esempio, nella Città che sale (New York, Museum of Modern Art) o in Dinamismo di un ciclista (Milano, collezione Mattioli) consegue accenti espressivi piuttosto efficaci; quadri bene impostati si ritrovano nella produzione di Balla, Carrà, Prampolini, Severini, per citarne solo qualcuno. In Severini le influenze cubiste sono ancora più evidenti che negli altri, al punto che molte sue opere possono considerarsi decisamente cubiste.
Esperienze futuriste, sia pure solo transitoriamente, vennero compiute da Morandi, Licini, Gino Rossi, Sironi, ed altri. Sant'Elia, precocemente scomparso come Boccioni, in una serie di disegni indicò quale doveva essere la città futurista dell'avvenire.

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