Ali Q di Ali Q
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Mosaici tardo-romani

Nel mosaico si accostano tanti piccoli parallelepipedi colorati (tessere) per formare la figura voluta.
E’ una tecnica antichissima di origine asiatica, ma furono i greci ed i romani (usandola per pavimenti e piscine) a diffonderla e a renderla celebre.
Il mosaico, disteso per terra, sembra un tappeto. Le tessere sono per lo più in marmo o pietra, per resistere allo scalpiccio.

Nell’arte cristiana il mosaico viene poi usato per pavimenti, ma anche per pareti e volte, utilizzando tessere di paste vitree con infiniti colori e sfumature.
Spesso, ad una certa altezza, le tessere possono anche diventare più grandi ed essere incastonate in modo meno preciso, perché tanto non ci si accorge della differenza.
Quella del mosaico è infatti una tecnica divisionistica, che diventa compendiaria nella retina dello spettatore.

Il mosaico (a differenza delle semplici pitture) è brillante e riflette la luce, ma non uniformemente perché ogni tessera ha una diversa inclinazione. Esso riflette dunque la luce e accorda, gradualmente, gli infiniti raggi colorati provenienti dalle migliaia di tessere, le cui tonalità cromatiche cambiano a seconda del tempo (se è presente il sole o no, ad esempio). L’ambiente risulta perciò “vivificato”.

La parte diventa così colore essa stessa, perdendo ogni consistenza materiale.
Il mosaico è dunque parte integrante dell’architettura, poiché senza è quasi come se cambiasse il carattere strutturale dell’edificio.

Di seguito si riportano la descrizione e l’analisi di alcuni tra i più famosi mosaici dell’epoca tardo-romana (primissima epoca paleocristiana).


Mosaico anulare del Mausoleo di Santa Costanza a Roma

In questo mosaico i soggetti si rifanno alla tradizione iconografica classica, anche se in questo contesto ormai cristiano assumono un nuovo significato simbolico.

I tralci di vite, nascendo dal terreno, stendono sulla volta i loro i rami pieni di grappoli in un complicato ed elegante motivo di girali.

Al centro c’è un busto e su due lati , in posizioni simmetriche ma inverse, vi sono scene di vendemmia: carri colmi d’uva trainati da buoi e guidati da putti si avviano verso edicolette dove tre putti pigiano l’uva con i piedi.

Il tema è una rappresentazione idilliaca – comune nell’arte ellenistica - di un evento ricorrente della vita dei campi. Essa esalta la forza vitale del vino che rinasce ogni anno dalla vite, come il credente può rinascere in Cristo (il vino è il suo sangue versato per la salvezza dell’uomo). Il linguaggio è però ancora pagano: il fondo è chiaro, con le figure che se ne staccano per colore e per risalto volumetrico (grazie al chiaroscuro).

E’ un mosaico sereno questo, che richiama la bellezza della vita agreste piuttosto che esprimere particolari significati simbolici.


Mosaico absidale della Basilica di Santa Pudenziana a Roma

In alto domina la croce di Cristo sul Golgota.
Sotto, davanti a Gerusalemme, c’è Cristo in trono – solenne come uno Zeus - con un libro aperto.
Attorno vi sono gli apostoli, e alle loro spalle due figure femminili offrono a Gesù delle corone.

Ricca è la simbologia di questo mosaico: la croce campeggiante in cielo e Gesù - incarnazione del Dio vivente - assiso nella Gerusalemme celeste e terrestre, fondatore della nuova chiesa, i cui fedeli provengono da due diverse religioni (ebraica e pagana), simboleggiate dalle due donne.
L’aureola di Cristo (simbolo di luce e della sua divinità) lo distacca poi dalla realtà.

Questa grande simbologia ha origini orientali: in alto è presente per esempio anche la trasformazione degli evangelisti in quei simboli con i quali saranno sempre riconosciuti.
Anche Gesù è mutato nell’aspetto: non è più imberbe, ma con la barba, maestoso come un filosofo (un “rabbi”, cioè un maestro) per sottolineare la verità della sua parola.

Le differenze con il mosaico di Santa Costanza sono molte, soprattutto perché sempre meno evidenti sono i tratti romani e più forti quelli dell’arte cristiana.
Tutto è immobile è solenne, ma con un linguaggio ancora tardo-romano.

La scena sfrutta tutto lo spazio della conca absidale.
C’è un grande realismo: la scalatura spaziale della città, il cielo striato – nell’ora del tramonto - da nuvole viola e rosa.
La cena si cala quindi in un mondo umano con elementi “occidentali”.


Mosaici della Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma

Tanti sono i mosaici presenti in questa basilica.
Sono in vari stili, a dimostrazione di quanto sia complesso il passaggio da un periodo dall’altro (da quello romano a quello paleocristiano).

Nella navata maggiore si trovano storie del Vecchio Testamento, come la separazione di Abramo e Lot.
A sinistra c’è Abramo, che è statico e solenne. A destra Lot, in movimento, con le linee della veste oblique. I corpi sono parzialmente di profilo, col dolore negli occhi per il distacco. I due gruppi sono separati da una cesura che va allargandosi verso l’alto, rendendo irreversibile il fatto.
A destra c’è una città (Sodoma, dove va Lot); a sinistra un edificio (forse il luogo dei sacrifici di Abramo), sormontato da un alberello. Sullo sfondo un cielo azzurrino.
La composizione è fresca, equilibrata dall’ambivalenza volumetrica dei due gruppi.
Nonostante il soggetto sia biblico, c’è un gusto classico, forse perché ricorda la miniatura di un manoscritto come l’Iliade o le Georgiche o dell’Eneide. Inoltre poiché nella chiesa le scene dei mosaici hanno una narrazione per episodi successivi, c’è affinità con la “Colonna Traiana”.
Quando – nella tradizione dell’arte cristiana - le immagini prenderanno poi il posto delle parole, scene come questa verranno a chiamarsi “Bibliae Pauperum”.

Nell’ “Adorazione dei magi”, invece, più che narrare i fatti è importante cosa c’è dietro di essi.
Gesù siede in un trono, non sulla madre, e dietro di lui sono presenti quattro angeli. Sopra la sua testa c’è la stella cometa.
A destra vi sono la Madonna, i due magi e una città.
A sinistra una donna (personificazione dell’ecclesia), un re ed un uomo barbuto (forse San Giuseppe).
Il bambino domina ieraticamente come un piccolo sovrano, mentre gli altri personaggi gli stanno accanto, privi di vita.

Sopra vi è il mosaico de “La vergine annunciata”, su uno sfondo dorato, mentre Giuseppe e gli angeli sono collocati su un’unica linea frontale. Scarso è di conseguenza l’effetto volumetrico.
Il rapporto con l’oriente è evidente.
Probabilmente questo mosaico fu fatto dopo il Concilio di Efeso del 431, che proclamò la divina maternità della vergine e l’unicità della persona di Cristo insieme alla duplicità della sua natura.
Infatti è stata trovata una datazione dell’epoca di Sisto III che eresse – si dice - “La basilica dalle fondamenta”, sebbene l’iscrizione sia stata inserita molto tempo dopo.

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