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Giotto, Il Giudizio Universale

Il giudizio dell'anima dopo la morte è un antico motivo religioso e figurativo, tramandato da testi e affreschi sepolcrali egizi e raccontato da poeti e filosofi. Rifacendosi a queste antiche fonti e alla tradizione tardogiudaica, il Nuovo Testamento afferma che il Giudizio Universale coinciderà con la seconda venuta di Cristo: tutti, vivi e morti, saranno sottoposti al suo giudizio in base alla condotta tenuta in vita. Nell'arte occidentale il Giudizio era rappresentato in grandi affreschi o mosaici che occupavano l'intera controfacciata delle chiese oppure era scolpito sui portali delle grandi cattedrali, in posizione dunque molto visibili, per favorire la catechesi del popolo. Sotto l'influsso delle iconografie bizantine se ne svilupparono di nuove: il Giudizio Universale dipinto da Giotto, nel 1303 e concluso nel 1305, sulla contrafacciata della cappella degli Scrovegni a Padova adottò l'iconografia affermatasi appunto in età gotica, con Cristo giudice che mostra le proprie ferite, circondato dagli apostoli; alla presenza delle schiere angeliche, alla sua destra i salvati, guidati dalla Madonna e da san Giovanni, vanno verso la croce, simbolo della Salvezza portata da Cristo che li separa dai dannati, posti sulla sinistra: questi ultimi, nudi e pungolati dai diavoli, sono trascinati all'Inferno da un fiume di fuoco che sgorga dai piedi di Cristo, e nell'antro infernale sono torturati crudelmente e divorati dal demonio.

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