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La pittura italiana del Duecento

La pittura italiana duecentesca non rompe con la tradizione rappresentata dall'arte bizantina, tuttavia a metà del XIII secolo iniziarono a manifestarsi i primi cambiamenti dovuti all’influsso della scultura gotica: le figure si allungarono, diventarono più sinuose ed eleganti, percorse da linee ondulate che ne disegnavano il corpo e le vesti. Grazie all’esempio delle sculture, soprattutto quelle di Pisano, acquisirono maggiore realismo; i volumi non furono più schematicamente definiti solo dai contorni e dal contrasto di colori, ma anche dalle sfumature. Iniziarono a diffondersi cicli profani, celebranti le virtù civili e figure esemplari del mito e della storia, richiesti dalla committenza laica, che promuoveva anche la produzione di miniature e dipinti di piccolo formato, in cui ai tradizionali soggetti devozionali si affiancavano quelli cortesi e cavallereschi. Accanto al mosaico, che restò una delle tecniche artistiche più prestigiose, erano praticati l’affresco e la pittura su tavola, che iniziò a diffondersi per la nuova importanza attribuita agli altari laterali dedicati al culto dei santi nelle forme delle pale d’altare, dei trittici e dei polittici e delle croci, che venivano appese in cima all’iconostasi o nell’abside. Il soggetto più frequente delle pale era la rappresentazione della Madonna in trono, detta “Maestà”, oppure di un santo affiancato dalle storie della sua vita, mentre l’iconografia dei crocifissi ebbe un’evoluzione particolare. L’area più interessata da questi frammenti artistici fu l’Italia centrale , dove si delinearono due scuole principali, quella toscana e quella romana. La prima si suddivise in scuola senese e scuola fiorentina.

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