Donatello

Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello, nato a Firenze e amico di Brunelleschi, era di modestissime origini e lavorò presso la bottega di Ghiberti dal quale impara la fusione del bronzo e l’amore per l’arte classica. Fra il 1402 e il 1404 è a Roma con Filippo e qui ammira le opere classiche che studierà e reinterpreterà. La sua attività è soprattutto a Firenze ma si reca anche a Prato dove costruisce dal 1428 al 1438 un pulpito per il Duomo e a Siena dove decora Duomo e Battistero. Dal 1443 al 1454 è a Padova dove studia Giotto e diffonde l’arte rinascimentale. Con lui la scultura raggiunge grandi risultati, riprendendo la scultura classica e superandola grazie all’introspezione dei personaggi di Donato. Donatello sperimenta tutte le tecniche possibili (tuttotondo, bassorilievo, stiacciato) e usa tutti i materiali (marmo, bronzo, terracotta, legno), dando ad ogni opera un impronta personale. San Giorgio gli fu commissionato dall’Arte dei Corazzai per una nicchia esterna della chiesa di Orsanmichele. Si nota il decorativismo del mantello e il mantenimento di qualche traccia di gotico, ma la posa e il volto esprimono l’umanità dei personaggi di Donatello. Giorgio è solido e ben piantato, con le gambe divaricate e lo scudo come punto d’appoggio. Alla fermezza fisica si aggiunge quella morale del volto fiero e fermo. Nel basamento si trova un bassorilievo con San Giorgio e il Drago dove si nota la padronanza prospettica dell’autore: al centro il santo trafigge il drago, simbolo del peccato; l’eroe è rappresentato naturalisticamente, il mantello si agita e il piede serra il cavallo. Sulla destra la principessa osserva e alle sue spalle si trova un portico in prospettiva, simbolo della razionalità, in antitesi con la grotta all’estrema sinistra. Il bassorilievo inoltre crea effetti di chiaroscuro simili alla pittura. Il chiaroscuro è anche caratteristica dell’Abacuc (1425) che con un'altra scultura del profeta Geremia doveva essere posta all’esterno del Campanile di Giotto. Le pieghe del mantello danno questo effetto, e danno al personaggio imponenza e dignità. Donatello si ispira ad un popolano, e il volto risulta un ritratto di un uomo calvo e magro, lontano dai canoni di perfezione, con lineamenti contratti e disarmonici, segno di una vita misera. Nel 1427 collabora con Ghiberti e Della Quercia alla fonte battesimale del battistero di Siena. Realizza quindi una formella bronzea intitolata il Banchetto di Erode dove cura molto prospettiva e personaggi. A sinistra un servo offre la testa di San Giovanni ad Erode, che si ritrae disgustato anche a destra gli invitati si ritraggono e ciò forma un vuoto al centro della formella che crea un senso di profondità e prospettiva incredibili. Gli archi dello sfondo, che utilizzano la tecnica dello stiacciato danno ancora più rilievo alla scena grazie anche all’utilizzo di luci e ombre. Il realismo è drammatico e va contro la superficialità umana. Nel David in bronzo commissionatogli dai Medici nel 1440 il dramma da posto alla serenità; primo nudo dopo un millennio, la statua prende spunto dal classico e il soggetto risulta pensoso e con una posizione innaturale (ripresa da Policleto). La luce è ripresa come modellatrice delle masse e da ombra alla testa mozza di Golia, sotto il piede del giovane. Il David è preso dall’autore come un uomo del suo tempo, non un eroe e quindi la razionalità e la virtù vincono la rozzezza e la violenza. Nel 1433 dopo esser stato a Roma gli viene commissionata la cantoria di Santa Maria in Fiore, che ha come tema quello gioioso del salmo 150 nel quale si loda Dio con canti e balli. L’impostazione è personalissima e parte dal classico (fregio continuo), inventando uno spazio prospettico entro il quale muovere i personaggi. Davanti a questo spazio ci sono colonnette rivestite di mosaico mentre dietro si stende un piano anch’esso dorato da tessere. In questo spazio dei putti corrono e danzano (vivaci come le opere di Skopas). La scena risulta poco religiosa in quanto le ali sono in secondo piano e non importanti. Grande importanza è data al movimento con alcune figure che sono indefinite per dare più velocità all’azione. Il periodo padovano è il più maturo di Donatello, con il monumento equestre Gattamelata (1447-1453) posto davanti alla Basilica di Sant’Antonio. Monumento celebrativo per Erasmo da Narni, il gruppo bronzeo è posto su un alto basamento e si ispira alla statuaria romana. Usciti dal medioevo i cavalieri non sono più fiabeschi ma uomini veri e questo è sottolineato dal volto di Gattamelata, che rivendica nell’imperfezione la propria umanità: severo, stempiato, dallo sguardo risoluto dalla grande introspezione. Anche il cavallo sembra vero e diventa tutt’uno con il corpo del cavaliere. Alla fine della sua vita le opere di Donatello vanno oltre le concezioni della sua epoca come per esempio nella Maddalena (1456), in legno, scolpita per il battistero di San Giovanni a Firenze. Si riallaccia all’Abacuc e si concentra sulla psicologia del soggetto. Dopo il digiuno la Maddalena risulta consunta nel fisico e nella mente. Il volto è sofferente e ossuto, le mani nodose il corpo mortificato da una cascata di capelli i piedi scheletrici come delle radici. Donatello trasgredisce gli schemi per rappresentare i valori della dignità umana.

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