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La moda nella società cretese

Introduzione e generalità
Le numerose impronte di gioielli cretesi, sigilli e pietre lavorate a intagli, così come i talismani raffiguranti persone, le statuette e le raffigurazioni di uomini e donne nelle pitture, permettono di abbozzare una storia del costume minoico e ricostruire bene quale fosse la moda cretese dell’epoca (2700 a.C –1400 a.C).
Iniziamo col dire che nella Creta minoica l’adornarsi costituiva una vera e propria arte, alla pari con la pittura o l’oreficeria, tanto che anche alle divinità si offrivano spesso vesti, cinture, parrucche, nodi, maschere. I cretesi attribuivano infatti al vestito un valore più che individuale, addirittura magico.
Inoltre i tributari cretesi erano soliti portare in Egitto ornamenti, pezze di stoffa variopinte, e perfino abiti con volant, che le mogli dei visir o dei ricchi egiziani apprezzavano ed indossavano.

La moda cretese riscuoteva infatti, al pari di quelle asiatiche o egiziane-, grande successo anche all’estero. Così, se i cretesi si portavano fin nella tomba gioielli esotici egiziani, siriani o asiatici, nella stessa maniera essi esportavano certi motivi ornamentali che si trovano tuttora anche nelle tombe dell’Egitto o dell’Asia minore.
Un’altra cosa ormai nota è che le mode minoiche cambiarono parecchie volte nel corso degli anni: uno dei cambiamenti più importanti fu, per esempio, la sostituzione del perizoma a grembiulino con il perizoma incrociato.
A questo proposito è possibile raccontare una storia curiosa: pare infatti che all’epoca il cambiamento della moda del perizoma colpì talmente gli artisti egiziani dell’epoca da far loro cancellare con cura i grembiulini dalle pitture della tomba del faraone Rekhmare per rimpiazzarli con pezzi incrociati.
I creatori di moda dell’epoca minoica hanno lasciato dei loro contemporanei immagini eleganti e lusinghiere, perché sono riusciti a dar loro “la maschera delle persone felici”.

Il vestito maschile
Gli uomini cretesi, generalmente, sono raffigurati con il torso e la parte inferiore del corpo nudi. Il bolero e la casacca compaiono in rarissime occasioni.
Ciò non significa che il cretese vivesse sempre svestito: il clima relativamente freddo e umido in inverno, e gelido sulle montagne, non gli avrebbe infatti mai consentito queste bizzarrie.
Il fatto è che le statuette di bronzo e di argilla, i dipinti e i gioielli che lo mostrano per tre quarti nudo si riferiscono a cerimonie religiose o politiche, nelle quali lo scoprirsi aveva un significato rituale, probabilmente quello dell’offerta del corpo.

Inoltre queste cerimonie in maggioranza avevano luogo nella stagione calda.
Per proteggersi dalle intemperie, gli uomini cretesi portavano mantelli o cappe, indumenti pratici, resistenti e caldi, tagliati in tessuti di lana, pelli di animali, capra, montone o tasso, oppure fatti di una spessa tela di lino o di canapa, talvolta impermeabilizzata con olio, altre volte ricoperta di piastrine di cuoio simili a squame.
Un elemento essenziale dell’abito maschile era la cintura di stoffa multicolore, che i cretesi portavano molto larga. Qualche volta costituiva il pezzo unico del vestiario.
Il tipo più comune di cintura aveva l’aspetto di un anello o un tubolare più o meno convesso, che poteva salire fino all’altezza dello stomaco. Solo in epoche successive la tendenza della moda fu quella di appiattirla, ridurla e stringerla intorno alla vita. La cintura cretese poteva avere varie forme: ora orizzontale, ora obliqua.
Su di essa si distinguevano fasce parallele, rosse e azzurre su fondo bianco, nonché motivi ornamentali, fatti di triangoli e di spirali. Vi fu anche un tipo di cintura di bronzo fortemente serrata sopra una fodera di stoffa o di feltro, il cui compito era attenuare e ammorbidire il contatto con la pelle.
La sporgenza della guarnizione superiore faceva sembrare concava la parte inferiore di questa cintura, e serviva sia per proteggere la pelle, sia come decorazione.
La cintura copriva generalmente il margine superiore di un perizoma, fatto di stoffa o di pelle, il cui il taglio e drappeggio subirono –come già accennato prima- numerose variazioni secondo le epoche.
In epoca più tarda apparve per esempio anche un perizoma rettangolare, molto ridotto sui due fianchi, e ricadente in falde arrotondate davanti e dietro le cosce.
Per indossare il perizoma l’uomo appoggiava il lato lungo del triangolo di stoffa sulle reni e incrociava le due punte laterali sul ventre.
La terza punta, spesso tagliata, poteva poi ricadere ondeggiante sulla parte inferiore del sedere lasciando le cosce nude fin quasi alla vita. In questi casi i genitali erano protetti da un sacchetto di cuoio simile ad un sospensorio e nascosto da un grembiulino rettangolare più o meno lungo, fatto con un tessuto ornato. Il sacchetto e il grembiulino erano entrambi fissati alla parte bassa della cintura. In un determinato periodo la moda impose di aggiungere a queste specie di calzoncini anche un grembiule riccamente decorato che scendeva sulla parte anteriore delle cosce.

Il vestito femminile
Alla sobrietà del costume maschile corrispondeva invece la ricercatezza, addirittura la complessità, del vestiario femminile da cerimonia.
L’eleganza cretese ignorava i drappeggi ed i veli che ricadono morbidamente (tanto cari al mondo greco e romano), ed aveva invece già un’impronta modernissima.
Un vestito femminile consisteva quasi sempre di due pezzi, che potevano subire aggiunte o accorciamenti: una sottana lunga a campana e un corpetto, uniti da una stretta cintura.
La gonna, molto svasata e sostenuta da una crinolina nel minoico medio, perse tutta la sua ampiezza per trasformarsi in una specie di tubo nel minoico più recente.
L’elemento caratteristico della gonna minoica, il volant, rimase invece in tutte le epoche.
Cucito sul fondo dell’abito a partire dai fianchi, spesso di colori diversi, ora pieghettato, ora composto da semplici strisce, esso rendeva la gonna delle signore, e delle sacerdotesse in particolare, una vivace scacchiera variopinta.

Anch’esso subì comunque alcune modifiche nel corso degli anni: nel XV secolo, per esempio, i volant erano cuciti a “v” sul fondo della gonna, e certe raffigurazioni fanno supporre che esistesse anche una specie di sottana-pantalone.
Per avere un’idea di quale fosse la moda femminile per le occasioni più importanti, è possibile fare riferimento alla ormai famosissima statuetta della “dama dei serpenti”, la quale è abbigliata con una gonna a sette volant multicolori.
Essa porta anche, davanti e dietro, un piccolo grembiule ovale con ricami e bordino azzurro, e un’alta cintura concava le stringe la vita.
Come si vede dalla statuetta, il corpetto delle sacerdotesse minoiche, scollatissimo, era allacciato sotto il petto e lasciava il seno completamente scoperto.
Provvisto di maniche corte, aderenti o sbuffanti, esso terminava sulla nuca in punta o con un colletto alla Medici, oppure adorno sulla schiena di un gran nodo di stoffa.
Spesso una collana con pendenti metteva in rilievo lo splendore della pelle.
E’ naturale che, per pudore, le cretesi in maggioranza portassero sotto il colletto, assai meno scollato di quello delle sacerdotesse, una camiciola trasparente.
L’esilità della vita e l’altezza del seno delle donne raffigurate senza cintura permettono inoltre di supporre che certi abiti diritti fossero rinforzati, al livello delle costole, con stecchi o con una leggera armatura.
Il peso e la ricchezza di questo costume impediva di certo alle dame di indossarlo tutti i giorni, anche perché allacciarlo o abbottonarlo per mezzo di pietruzze conche doveva essere un’operazione molto lunga.
Intorno al 1400 le cretesi portavano di genere un abito diritto unito con boleto, o una gonna pieghettata rientrante verso il basso, con un semplice corpetto gallonato, a maniche corte.
Senza alcun dubbio questo vestito, la cui sottana era oltretutto di media lunghezza, si infilava rapidamente come uno scamiciato ed era perciò più adatto alla vita di tutti i giorni.

Acconciature
Non c’è niente di più mutevole né di più capriccioso della moda e delle pettinature della Creta minoica.
Le donne eleganti si acconciavano i ricci con forcine di osso o di metallo, formando rullini, piramidi, ciuffi, crocchie o ciocche a fiamma. I capelli sulla nuca venivano poi lasciati sciolti sulle spalle o si stringevano in larghi nastri o li si raccoglievano in reticelle.
Le donne portavano anche cappelli con visiera a falde o acconciature a forma di tiara, di cono tronco o di cestino.
Per proteggersi dal sole o dalla pioggia, gli uomini avevano invece berretti piatti con una piccola visiera, o berretti più o meno a punta.

Tinteggio delle stoffe

Ogni città aveva i suoi tintori in un tempo in cui gli abiti da cerimonia erano multicolori.
La tintura non fa presa sulle fibre non trattate, di conseguenza la lana non tessuta doveva essere lavata con acqua calda, calpestata con ingredienti saponosi come l’argilla bianca, la soda proveniente dall’Egitto, la saponaria e l’ammoniaca.
Il follatore cretese si serviva di diversi incavi nella roccia o bacini di terra cotta. Una volta sgrassata, infeltrita, spurgata e risciacquata, la lana doveva poi essere battuta, mondata e cardata.
Dopo tutti questi preparativi il tessuto passava alla tintura.
L’essenziale dell’operazione consisteva nell’immergere il tessuto o le matasse di filato in giare di terracotta e, in seguito, in calderoni di metallo pieni di una soluzione colorante calda. I sali alcalini usati precedentemente agivano poi come mordenti sulle fibre, ma è verosimile che i tintori cretesi adoprassero anche dell’allume, del tannino o del succo di melograno come agenti fissatori supplementari.
I tintori cretesi sapevano tingere i tessuti in parecchie varietà di rosso e di azzurro, in giallo e in nero.
Essi estraevano la porpora dalla conchiglia dei murici, trovavano il chermes cocciniglia, e utilizzavano le piante tintore comuni nella zona.
Il giacinto, per esempio, forniva varie sfumature di azzurro e di viola in concorrenza col pastello coltivato in Egitto e in Mesopotamia.
Dalle piante cretesi si otteneva un giallo brillante. Quanto al nero, il colorante migliore era sempre l’inchiostro di seppia.
I tintori cretesi dovevano essere quindi botanici, zoologi, pescatori e soprattutto accorti commercianti.

Profumi e cosmetici
Un mestiere ampiamente esercitato nell’epoca minoica era quello del fabbricante di profumi, di unguenti e di belletti.
I flaconcini minoici di argilla e soprattutto di alabastro, contenevano oli e pomate preziose, mentre gli orci, le anfore e le giare erano destinate al vino, anch’esso profumato.
I cosmetici non avevano soltanto lo scopo di mascherare il cattivo odore di gente che si lavava poco o non si lavava affatto, ma anche di suscitare desideri amorosi.
Esistevano unguenti di ogni tipo e per ogni occasione: c’erano unguenti capaci di ringiovanire, di rigenerare e, si credeva, perfino resuscitare.
Essi servivano tanto all’unzione dei vivi quanto dei cadaveri o degli idoli divini.
Se le stanze da bagno erano rare, si sa invece che le stanze di purificazione abbondavano nei grandi santuari.
I fabbricanti di profumi tagliavano con il trincetto, poi spiaccicavano con un mortaio le parti aromatiche dell’iris, dello zafferano, del giglio, della maggiorana, del mirto, della sabbia, ecc.
Lasciavano macerare le polpe nell’acqua di una bacinella per diversi giorni.
Il succo e l’essenza salivano alla superficie. Spesso si accelerava questo processo con una lieve cottura, oppure spremendo l’essenza delle polpe con una torsione tra le fibre di una tela di lino molto sottile.
In seguito questo liquido veniva decantato e mescolato con un eccipiente grasso oppure con un olio vegetale come quello dell’olivo, del sesamo, della mandorla amara, del ricino, della coloquintide, del lino o del cartamo, o anche con un grasso animale -generalmente quello del bue- e l’aggiunta di un po’ di sale per impedirgli di irrancidire.
Un’altra tecnica consisteva nel far macerare le rose nell’olio.
I minoici adoperavano certamente anche le gomme dello storace, del ginepro, del cipresso e del pino di Aleppo, i cui odori profumavano la montagna cretese.
Essi dosavano gli aromi e aggiungevano al miscuglio anche qualche colorante minerale.
L’arte dei profumieri stava dunque a mezza via tra la semplice cucina e la chimica vera e propria.
Era oggetto di segreti del mestiere gelosamente custoditi come tutte le altre arti.
Gli specialisti fabbricavano anche cosmetici per gli occhi, le guance, le labbra.
La “Parigina” di Crosso, che è certamente una dea o una grande sacerdotessa, ha per esempio l’orlo delle palpebre dipinto di nero. In questo modo l’occhio ne risulta straordinariamente ingrandito.
La spatola da trucco figurava tra i geroglifici cretesi.
Essa serviva per triturare e mescolare con una gamma solubile certe polveri nere di galena e manganese.
Un polvere d’ocra ricopriva poi di disegni facciali le gote e le ali del naso.
Lo scarlatto che la “parigina” s’è messa sulle labbra con un pennellino conteneva anche quello un pigmento di origine minerale e matite, cinabro o minio diluito con una crema oleosa.
Nelle tombe si trovano spesso anche piccole pinze per depilazione.
Dato che anche gli uomini cretesi si truccavano, senza dubbio l’industria dei prodotti di bellezza fu a Creta tra le più fiorenti.

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