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L'Ellenismo

L’Ellenismo è un periodo dell’arte greca, che va dalla morte di Alessandro Magno avvenuta nel 323 a.C. fino alla famosa battaglia di Azio nel 31 a.C. Questa città era situata in Egitto, uno dei quattro grandi regni, già conquistati, che si erano formati alla morte dell’imperatore macedone. Questi regni, in cui si divise l’impero, furono molti più di quattro, ma questi sono i principali. Avevano un proprio reggente, chiamato Diadoco.
L’Ellenismo aveva ovviamente delle caratteristiche specifiche: innanzitutto, il greco diventò la lingua comune, usata dappertutto; dalla linguistica il greco è successivamente mutuato in arte, con il suo relativo sviluppo. L’arte ellenistica è parecchio complessa e articolata, e presenta varie diversità e una molteplicità di linguaggi locali, a causa della vastità dell’impero; c’erano praticamente tante lingue quanti stati. Ciò che permette di dire che appartengono al periodo ellenistico è la legge aulica. Questo tipo di arte è caratterizzata da molta eleganza, raffinatezza e da un notevole sfarzo, tesi ad elevare la potenza e la ricchezza dei regnanti ellenistici. Si ha quindi la celebrazione di pochi individui da parte di artisti; nasce l’arte privata, e con questa la statua onoraria e il ritratto individualizzato, precisamente sotto l’impero di Alessandro Magno. Egli, infatti, se ne farà fare molti; la novità in ciò è che sono dei ritratti realistici e non più idealizzati.

Anche la committenza cambia in questo periodo; se, infatti, durante l’Età Classica le opere erano commissionate dalle poleis agli artisti per lo sfarzo delle stesse, ora, durante l’Ellenismo, sono i regnanti o i privati che commissionano le opere, non tanto per un proprio piacere culturale, ma più che altro per manifestare la propria ricchezza e potenza; è sempre in questo periodo, inoltre, che nascono le gallerie d’arte.
L’arte diventa un mezzo per celebrare, per mostrare il proprio potere; cambia di conseguenza anche il ruolo dell’artista: poiché, infatti, poteva celebrare o meno il commissionante, arrivò a rivestire un ruolo molto importante, cominciò ad essere richiesto da vari signori, e cominciarono a viaggiare; aumentò l’interesse per la vita degli artisti, nacquero le biografie.
Accanto ad una committenza elevata, tuttavia, stava una committenza più modesta, che, non potendosi permettere le spese di grandi opere, si accontentava delle copie che trovava sul mercato, favorendo quindi anche questo tipo di mercato alternativo.
L’Ellenismo fu un periodo di grande estremismo: tutte le regole del classicismo furono estremizzate, riviste. Si persero i rapporti, i canoni, le regole, i concetti di perfezione, in tutti gli ambiti.

URBANISMO Durante il classicismo era stata utilizzata la struttura ippodamea per costruire le città; il risultato era una città molto ordinata, logica, programmata ma anche monotona, a causa delle case tutte uguali, della stessa altezza, forme, colore, delle strade perpendicolari. Questa monotonia non poteva andar certo bene durante l’Ellenismo, il cui intento era quello di stupire. Si passò quindi dalle strade ad incrocio e dalle case tutte uguali, a dei terrazzamenti, una città su più livelli, in pratica, e su ognuno di questi si trovava un edificio particolare, per esempio il teatro, o l’acropoli, o l’agorà insieme con alcune case abitate (un esempio di questo tipo di città fu quella di Pergamo).

ARCHITETTURA I maggiori cambiamenti si registrarono nelle colonie (Sicilia); si ebbe, infatti, una maggiore monumentalità: i santuari sono più grandi, sproporzionati, imponenti. Questo comportò ovviamente una certa perdita dell’idea di perfezione cara ai greci del Classicismo, i quali pensavano che tutto dovesse essere a misura d’uomo.

TEATRI Durante l’Ellenismo assumono una grande importanza, tanto che erano considerati quasi come delle scuole, dove la gente vi si radunava e poteva così crescere spiritualmente e moralmente.
La struttura dei teatri era uguali per tutti: la gente si sedeva su delle gradinate, disposte a semicerchio, chiamate cavea (inizialmente c’erano anche dei sedili di legno per gli spettatori; furono poi tolti a causa della deperibilità del materiale). Ai piedi della cavea si trovava l’orchestra, il luogo dove gli attori recitavano e danzavano (le opere teatrali prevedevano, infatti, il canto, la danza e la recitazione); dietro si trovava lo skenè, lo sfondo (all’inizio era fisso, successivamente con un sistema di perni e corde divenne mobile, permettendo così i cambi di scena veloci e poco problematici). Dato che gli sfondi dovevano fungere da ambientazione, dovevano rappresentare gli spazi in maniera realistica, e anche se non conoscevano la prospettiva, usavano una tecnica molto simile, chiamata appunto skenographia.

La maggior parte delle rappresentazioni erano tragedie, ma anche miti e leggende.
Gli attori erano solo uomini, non c’erano donne; per poter risolvere i problemi di distanza e visibilità indossavano delle scarpe rialzate, una specie di trampoli, e portavano delle maschere sul viso, molto grandi, ma fisse; queste avevano sì il vantaggio che potevano essere viste da lontano, e favorivano l’amplificazione della voce, ma essendo fisse l’attore doveva sfruttare al massimo la gestualità del corpo.
Queste rappresentazioni erano molto articolate: i greci avevano, infatti, sviluppato tutto un sistema di cavi, carrucole, tiranti, per creare vari effetti. È qui che nasce, inoltre, il famoso deus ex machina. Le rappresentazioni finivano generalmente con la comparsa del dio che risolveva ogni cosa. Per rappresentare il dio, che nell’immaginario popolare volava, si usavano una serie di cavi per creare questo effetto, e l’attore – dio veniva fatto “volare” sopra l’orchestra.
Al teatro si contrapporrà successivamente l’anfiteatro, con la nascita delle commedie e gli spettacoli coi gladiatori. Sarà una cosa tipicamente romana, più goliardica e non condivisa dai greci, per lo scarso contenuto morale.

SCULTURA Si è già detto dell’importanza che la scultura assunse durante questo periodo. Lo scultore ufficiale di Alessandro Magno fu Lisippo, il quale rivoluzionò il canone policleteo.
Apoxyomenos: rappresenta un atleta a fine corsa, nell’atto di usare lo strigile, uno strumento utilizzato per togliere dal corpo lo strato di grasso che gli atleti usavano spalmarsi prima della corsa. Questa è proprio una statua ellenistica; si spezza, infatti, il vecchio canone policleteo: entrambe le braccia sono in tensione, mentre le gambe sono rilassate. È questo, infatti, lo scopo dell’Ellenismo: vuole spezzare le regole, introdurre novità, stupire, sconvolgere.
Lacoonte e figli: Lacoonte era il sacerdote di Troia al tempo della famosa guerra contro i greci, il quale sconsigliava vivamente di portare all’interno della città il famoso cavallo. Allora, gli dei protettori dei greci, per scongiurare il pericolo, inviarono un mostro marino, che uccise il sacerdote e i suoi figli mentre si trovavano sulla spiaggia in riva al mare. Ed è questo il momento che l’artista coglie e rappresenta. Siamo ben lontani dal classicismo e dal periodo severo, e da tutti i rapporti: manca totalmente un senso di equilibrio, ci sono varie linee di forza; i volti sono stravolti ed esprimono dolore, le bocche spalancate, le pose innaturali e convulse.
Nike di Samotracia: è la dea della vittoria; data la sua forma, si pensa fosse utilizzata come polena sulle navi. Questo spiegherebbe anche l’incredibile movimento che la figura esprime, sembra, infatti, che stia per spiccare il volo, o per atterrare; c’è un bellissimo gioco di chiaro – scuro sulla veste.

Le tematiche dell’Ellenismo sono tematiche popolari; per esempio, abbiamo una statua di una vecchia ubriaca , una figura che mai si era trovata prima; anche questo è Ellenismo, ossia stupire e sconcertare. I temi sono anche banali, per esempio il contadino che conduce una mucca al mercato. Eppure, anche in questa banalità, si può osservare come l’opera si sviluppi su più livelli, grazie all’uso dell’alto rilievo per i personaggi in primo piano, fino a scalare via via verso un bassorilievo.

L’Altare di Pergamo: è un’opera molto particolare, è un altare ed assomiglia molto all’Altare della Patria che si trova a Roma.
Si tratta di una struttura a ferro di cavallo, alla quale si poteva accedere solo da una grande scalinata frontale. Appartiene all’ordine dorico, ma c’è una particolarità: il fregio continuo si trova al di sotto delle colonne, ed è di dimensioni mastodontiche – è, infatti, alto 2 metri e lungo 120 – vi è raffigurata una gigantomachia, per ricordare la vittoria del regno di pergamo su Galli.

Il fregio interno rappresenta la storia del figlio di Ercole. L’intenzione era, infatti, quella di suggerire che il re di Pergamo fosse imparentato con Ercole, per avere così natali divine. La particolarità è che si narrano una serie di storie in modo continuo, senza interruzioni (come la Colonna di Traiano). Su questo fregio le scene sono più contenute e pacate, quasi sottotoni. C’è una maggior cura per i dettagli, e un maggior gioco chiaro – scurale; sembra si voglia una maggior intimità, un raccoglimento.

PITTURA Anche durante l’Ellenismo ci sono poche pitture. Si analizza un mosaico, creato con delle tessere molto piccole e quindi molto indicativo, dato che riproduce un quadro dipinto. Ci permette, infatti, di capire i vari parametri ellenistici per la pittura.
Il quadro ha come soggetto la battaglia di Isso, dove si fronteggiano Alessandro Magno - volutamente senz’elmo, in quanto protetto dagli dei – contro Dario e i Persiani. Il movimento e la confusione tipici della battaglia sono resi da un insieme di incroci di cavalieri, cavalli, fanti e armi. Un aspetto che era tenuto molto in considerazione era la luce: si può, infatti, notare una zona decisamente più chiara sullo zigomo dell’imperatore, molto più chiaro. Anche in questo quadro si ha una certa ricerca della profondità, simile alla prospettiva. Questo senso è dato dalle natiche di un cavallo, che sembra quasi indicare come il quadro non si ferma sulla parete, ma prosegue nello spazio circostante.
Un altro quadro del periodo è quello di Palestrina; rappresenta il fiume Nilo, dalla sorgente alla foce; la tecnica utilizzata è quella a vista d’uccello, cioè una vista dall’alto, ma senza un senso di profondità.

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